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Di Antonio Monorchio Enzo Vitale, come il Palomar di Italo Calvino, “soffre molto per la sua difficoltà di rapporti con il prossimo” e vorrebbe essere come coloro che hanno “il dono di trovare sempre la cosa giusta da dire, il modo giusto di rivolgersi a ciascuno, e che sono a loro agio con chiunque”: è per questo motivo che ama scrivere più che parlare.
Riducendo, con una nonchalance a volte colorita d’ironia e sorriso, anche i grandi problemi a “minima cosa”, gli piace dire ciò che all’homo banalis, evoluzione socialmente omologata dell’homo videns di Giovanni Sartori, appare “immorale”: leggere i fatti oltre l’apparenza e superare la fredda logica dell’oggettività (“Oggettivo è l’aspetto non controverso del fenomeno, il clichè accettato senza discutere, la facciata composta di dati classificati” – Theodor W. Adorno, Minima Moralia, parte prima, passo 43).
Enzo Vitale approda così a un soggettivismo in grado di dare un’interpretazione della realtà che, senza alcuna pretesa di essere la Verità, comunque si differenzia dal comune sentire (“Soggettivo è ciò che spezza quella facciata, ciò che penetra nella specifica esperienza dell’oggetto, si libera dai pregiudizi convenuti” – Adorno, ibidem). Questa voce fuori dal coro, insomma, a volte anche con l’arma della satira, vuole strappare il sipario della realtà preinterpretata, che nasconde il palcoscenico dove si recita la vera piéce della vita cittadina, per condividere con gli altri quello che riesce a vedere. Nascono così i "minima immoralia". |