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REGGIO CALABRIA NEL SEICENTO SPAGNOLO PDF Stampa
Martedì 08 Febbraio 2011 17:24

 

Il plastico, esposto presso i locali della Biblioteca Comunale, raffigura Reggio alla fine del Seicento. Tale ricostruzione, pur essendo alquanto approssimativa (soprattutto nelle proporzioni), ci fornisce elementi interessanti sulla città del periodo spagnolo.

La costruzione del plastico (in gesso) fu realizzata nel 1958 dal prof. Coco, seguendo le indicazioni della stampa dell’abate Pacichelli (il viaggiatore napoletano che venne a Reggio nel 1632).

L'assetto urbanistico, come emerge dal disegno pacichelliano, dimostra un impianto della città di forma rettangolare: il lato maggiore sembra misurasse tra i 700 e gli 800 metri; il lato minore circa 400-500 metri. Una città piccola, pur essendo funzionanti almeno trenta chiese, contando una popolazione tra 10.000 e 11.000 abitanti.

 

La sua modesta estensione è rilevabile, ancor oggi, osservando i vecchi confini: a Sud, limitava con l’attuale via XXI Agosto (quindi ancora prima dell’attuale zona della “Villa Comunale”); a Nord confinava con l’odierna via Giudecca (Tempio della Vittoria o Chiesa di San Giorgio al Corso); ad Est le mura limitavano con il Castello Aragonese; ad Ovest, infine, la fortificazione divideva la città dalla “via marina”.

 

Per potere entrare ed uscire dalla Città occorreva passare dalle diverse porte: Porta San Filippo (sul lato Sud verso il Calopinace, nei pressi dell’attuale Piazza Carmine); Porta Mesa (verso Nord, in corrispondenza dell’attuale “Mercato Coperto” di Via Aschenez-Filippini); Porta Amalfi tana e Porta Dogana (verso ponente, che consentiva l’entrata e l’uscita sulla via marina); la Porta Crisafi lato monte; Porta Anzana, che consentiva l’accesso nel “Ghetto” ebraico (attuale via Giudecca).

Ai lati delle mura, lato mare, vi erano due fortini denominati rispettivamente “Forte San Francesco (lato nord) e “Forte Lemos” (lato sud). A qualche centinaio di metri dal “Lemos” si trovava il “Castelnovo” (in corrispondenza dell’area recentemente recuperata e bonificata, che si trova nei pressi dell’attuale stazione Centrale, dove è stato costruito il tempietto in stile greco).

La “Porta Anzana o Tarzana” (“Tarzana”, come afferma il Rohlfs, significa “darsena”), che si trovava a metà strada tra Porta Amalfi tana e Porta del Torrione o della “Giudecca”, “era l’accesso del ghetto ebraico verso la spiaggia”. In sostanza, questa porta doveva essere per gli ebrei quello che Porta Dogana rappresentava per i cristiani, cioè l’approdo mercantile.

Le case, all’interno della cinta muraria, sembravano addossate l’una sull’altra, secondo una caratteristica comune a tutte le città medievali. Reggio “spagnola” era divisa per quartieri, a seconda del ceto sociale. Addirittura per gli artigiani vi era un’ulteriore suddivisione “secondo il mestiere praticato”. Più che di strade cittadine, si può parlare di vicoli stretti e tortuosi: un’immagine che il plastico, almeno in questo senso, ci aiuta a percepire ed apprezzare.

Nelle immediate vicinanze di Piazza Duomo vi era il “Toccogrande”, luogo di assemblea per i ceti “borghesi” e popolani. Mentre Il “Toccopiccolo”, sito nei pressi dell’attuale Piazza Vittorio Emanuele (comunemente conosciuta come Piazza Italia), era il luogo deputato per le assemblee dei nobili e si affacciava “sul Piano della Collegiata della Cattolica” dei Greci (in corrispondenza tra l’attuale via Cattolica dei Greci ed il Corso Garibaldi). Attraversata “Porta San Filippo”, subito dopo vi era “extra moenia” il Convento dei Minimi, dedicato a San Francesco di Paola, il cui edificio, costruito nel XVI secolo (esattamente nel 1531), fu adibito a carcere nel periodo borbonico ed attualmente ospita il “Tribunale dei Minorenni”.

Fuori dalle mura che circondavano la Città, sia dal lato Sud e sia dal lato Nord ed Est, vi era una sterminata campagna. Numerosi erano i giardini, gli oliveti, i vigneti ed i frutteti. La campagna reggina era ricca di ginestra, ma soprattutto di gelsi e di tutta quella flora che ancora oggi si può notare nelle zone attorno alla città. Alcune case sparse si potevano trovare nella zona nord, nelle contrade di “S. Lucia”, “Tre Mulini” e “Borrace”, Per raggiungere, invece, una zona abitata più a nord occorreva oltrepassare il torrente Annunziata (un tempo denominato “Lumbone”). E proseguire verso il villaggio di Santa Caterina. Mentre a Sud, al di là del torrente Calopinace, si trovava il villaggio delle “Sbarre”, ricco di orti e giardini.

Il Calopinace, fino al 1547, scorreva un po’ più a Nord rispetto all’alveo attuale. Il suo percorso, infatti, lambiva le odierne via Lemos e via XXI Agosto e sfociava sotto la “Villa Comunale”. In quell’anno 1547, il letto del torrente fu deviato per consentire la costruzione del “Fortino a mare” o “Castelnuovo”. Quest’ulteriore fortificazione, nella seconda metà dell’Ottocento, fu poi abbattuta per consentire il prolungamento della Via Marina.

 

 

Ultimo aggiornamento Martedì 08 Febbraio 2011 17:37