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Il Premio Bertrand Russell ai Saperi Contaminati nasce dalla collaborazione tra la Facoltà di Ingegneria dell’Università Mediterranea e la Fondazione Mediterranea e viene assegnato annualmente a personalità del mondo scientifico/culturale che abbiano contaminato i loro saperi professionali con altri, diversi e distanti, raggiungendo nel loro ambito risultati anche più soddisfacenti di quelli raggiunti in ambito professionale.
Quest’anno l’edizione del premio è stata anticipata, da ottobre a gennaio, per farla coincidere col decimo anniversario della scomparsa del dott. Nello Colomba, medico ortopedico originario di Trapani e reggino di adozione, alla cui memoria è stato assegnato: per le ricerche da lui svolte sul microclima della fascia ionica reggina; per il progetto di trasformazione del porto di Reggio da commerciale in struttura per affrire approdo alla nautica da diporto; per la sua attività letteraria e poetica.
In queste pagine la presentazione di Enzo Vitale, presidente della Fondazione Mediterranea, al libro di Poesie “Mediterraneo”, pubblicato nel 2002 a un anno dalla scomparsa.
«Nel sogno – ha scritto Giulio Bollati in uno degli otto “quasi racconti” del suo Memorie Minime – la memoria è cinematografica, le persone si muovono; nel ricordo da svegli la memoria è fotografica, procede per immagini fisse, di una meravigliosa immobilità definitiva».
Tale lapidaria descrizione del ricordo è vera solo in parte, come d’altronde quasi tutte le più o meno estreme semplificazioni: le figure dei nostri ricordi di vita, soprattutto quele amate, non sono mai affidate alla memoria in immagini fisse, bloccate, come imprigionate in un’istantanea al magnesio o consegnate alla definizione e al nitore di una moderna foto; esse, rifuggendo dalla fissità dell’immobile e intangibile passato, appartengono al presente, di cui continuano a far parte fiancheggiando la vita di chi le porta seco.
E, ancora oltre, più si è amata una persona, meno la sua figura è investita, nel mobile ricordo, dalla luce decrepita, quasi dagherrotipica, dei primi filmati: è una presenza attuale e viva, che continua a ridere e dialogare e arrabbiarsi con noi, che continua a camminare al nostro fianco e che si percepisce, quasi con naturalezza, parte inalienabile della propria esistenza.
Queste persone non sono mai “state”, esse, più semplicemente, sono.
Ed ecco che Nello è ancora presente fra noi, lo si può percepire accanto, al nostro fianco: che si muove con la sua solita pacata misura, con quel suo aplomb fatto di nobile pigrizia e aristocratica signorilità; che si atteggia con amabile saldezza e con un eloquio ricco di humor benché velato da un’ombra di malinconica timidezza; con quella sua aria sorniona e disincantata, come di chi sa sempre come le cose vanno a finire.
Sembra quasi ancora di vederlo: uomo limpido, trasparente, autenticamente genuino; avulso da atteggiamenti falsamente diplomatici o ambiguamente ipocriti; di una tale geometrica linearità sia nei sentimenti che nelle azioni da personificare la crociana identità tra forma e sostanza; capace di un’amicizia tanto vera e profonda quanto spontanea e coinvolgente, tale da mettere involontariamente a disagio chi nel suo ambiente avrebbe forse prediletto un tipo di amicizia più superficiale e salottiera.
Ed è ancora fra noi: rispettoso delle regole ma con nel cuore azioni da condurre fuori dagli schemi precostituiti; refere di idee innovative portate avanti con foga ed entusiasmo; protagonista indiscusso della scena associativa rotariana pur senza il minimo esibizionismo; uomo leader dall’ineccepibile moralità che mai deborda, sia nella vita privata che pubblica, dai propri principi etico-normativi; capace, pur nell’assoluto rispetto di quelle altrui, di sostenere con ferma determinazione le proprie idee.
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Ho avuto la fortuna di essergli vicino negli ultimi tempi della sua esistenza e, così, di raccogliere, ancora una volta, qualche sua “confidenza”.
Queste confidenze sono state per me insegnamenti paterni, quasi paradigmi di vita dai quali trarre modelli comportamentali: direi che la mia esperienza di vita associativa, come quella di altri amici, è stata tanto fortemente condizionata dagli exempla introiettati da fare a volte assumere atteggiamenti così poco inclini a ipocriti compromessi da essere dai più considerati inopportuni. Ma a Nelo, che tanto amava il coup de théatre, sarebbero piaciuti; e questo era bastevole.
Avevamo pensato di scrivere insieme un librino sull’amicizia: col senno di poi forse è stato un bene che non si sia riusciti a dare inizio a un qualcosa i cui contenuti sarebbero stati poi ferocemente dilaniati dalla brutale voracità dei sopravvenuti fatti.
Così, quando gli chiesi il permesso di pubblicare le poesie (che una per volta mi aveva letto, quasi centellinando versi e parole con quel suo inconfondibile roco vocione, in quei lunedì sera in cui con la sua compagnia ero solito sostituire l’ormai malvissuta frequentazione di quello che non potevo più definire come gruppo di amici) mi rispose positivamente: può darsi che entrambi si pensasse, così facendo, di andare a fare ciò che l’impietoso incedere del tempo non ci aveva concesso.
n queste vive espressioni c’è tutto Nello: ogni loro palpito ha un preciso senso e rimanda a un personale particolare vissuto; e tutte insieme concorrono a un solo grande unico significato: l’esaltazione dell’Uomo, e della sua civiltà mediterranea; di un uomo che, non contrapponjendosi alla natura, è in essa con sommo rispetto perfettamente inserito, mai però dissolto come vorrebbe la filosofia orientale.
L’uomo mediterraneo di Nello Colomba è un uomo laico e tollerante, culturalmente policentrico: pur non facendo appello a nessuna spiritualità oltremondana è, come quello di James Hilmann, radicalmente occidentale oltre che immerso nella tradizione ellenico-pagana.
Ed è da questa tradizione culturale che discende la sua lirica: è come se il suo pensiero, basculante tra Atene e Gerusalemme, abbia operato una scelta sentimentale a favore di un campo il cui orizzonte, pur rischiarato e riscaldato da un’incendiaria scheggia schizzata via dal braciere dell’Illuminismo, non può che essere polisemico e “politeistico”.
Leggendo Nello sembra di percepire la sua a volte straniante familiarità con gli Dei, visti come forme archetipiche in cui riconoscersi, e con i loro Miti; ovvero di ascoltare il suo fermo convincimento di un intimo e inscindibile legame tra mythos e pathos.
Sembra, infine, di sentir echeggiare Ezra Pound (Ritorno, vv. 5-6):
«Guarda, ritornano uno per uno / con paura, solo a metà svegli»
L’ordine di pubblicazione che si è dato alle poesie non è cronologico. Per prima se ne è posta una in vernacolo, sulla famiglia e i suoi affetti: vi è il Nello Colomba, intimo e privato, di uno spaccato di vita che potrebbe essere quello di ogni famiglia borghese meridionale; i versi trasudano valori e principi che si può dire facciano parte del nostro cromosoma. Poi quelle sulla sua personale visione “ateniese” della vita e dell’uomo, alla quale ha improntato tutta la sua vita culturale e professionale e sociale. In ultimo una poetica prosa, quasi un reportage di viaggio in versi, alla cui fine se ne staglia uno che, così, è posto quasi a sigillo di questo volumetto:
«Poi, in treno, ti accorgi di aver vissuto una giornata senza difenderti».
Quale migliore definizione, intimamente freudiana, di amicizia?
Caro Nello, il nostro piccolo divertissement sull’amicizia non l’avremmo mai potuto scrivere insieme: tu avevi già lapidariamente vergato, sintetizzandone l’intimo significato relazionale, tutto ciò che sull’argomento c’era da scrivere.
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