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Si è da poco concluso il secolo che forse più di ogni altro ha sconvolto e rivoluzionato l’intera umanità. La triste occasione del centenario del terremoto del 1908 ci porta inevitabilmente a ripercorrere questo lungo secolo su cui si sono affacciate tre diverse ere (industriale, atomica, informatica) attraverso due conflitti mondiali e altri non meno cruenti che hanno delineato un nuovo assetto politico ed economico a scala globale, dalla divisione del mondo in due blocchi contrapposti alla dispersione degli stessi, dal predominio dell’economia statunitense al cosiddetto fenomeno Cindia 1 , dalla conquista dello spazio alla modifica irreversibile del nostro pianeta. È evidente la facilità con cui si perde la memoria di ciò che è stato. Abbiamo dimenticato le difficoltà e il peso del periodo post-unitario che il meridione d’Italia stava affrontava all’epoca del disastroso evento sismico. Abbiamo dimenticato l’emigrazione, la crisi economica, il brigantaggio, la nascita della malavita organizzata, l’assenza e l’incuranza dello Stato. Abbiamo dimenticato che per arrivare da Napoli alla Sicilia non c’era altra via se non il mare 2 . Abbiamo dimenticato il terrore del disastro, i lutti, gli incendi, la fame, le epidemie, la povertà, l’aver perso tutto in poco più di trenta secondi 3 e tuttora non ricordiamo che da un secolo alcune famiglie vivono ancora oggi, nel terzo millennio, nelle baracche dei terremotati senza acqua e fognature. Allo stesso modo abbiamo dimenticato i bombardamenti della seconda guerra e il particolare accanimento sulle città dello Stretto che, dopo quaranta anni, furono nuovamente distrutte e ricostruite. Abbiamo dimenticato le sirene, il sibilo delle bombe, le esplosioni, le raffiche della contraerea, gli scheletri vuoti delle città fantasma. Distratti dalla contingenza delle preoccupazioni quotidiane rincorriamo la vita che ci fugge sotto le mani, senza obiettivi, dimentichi delle nostre colpe e della strada che si è percorsa. La pericolosità dello Stretto di Messina è nota agli antichi tanto da diventare mito. Non solo i venti e le correnti appaiono minacciosi ma anche la terra crolla quasi inghiottita dal mare. È dunque noto il rischio sismico di questo luogo circondato da vulcani che poggia su una placca di subduzione che lentamente ma inesorabilmente si scontra con l’arco calabro lucano 4 . È nota l’esperienza dei terremoti del 1169, del 1494, del 1599, del 1613, del 1638, del 1693 5 . Era noto il rischio di queste terre ai Borboni che emanarono una serie di prescrizioni e dettami, ancora oggi validi, all’indomani del terrificante evento del 5 febbraio 1783 6 . Ma le ferite si rimarginano e ancor prima la preoccupazione scompare e dopo circa un secolo la natura torna a ricordare le sue regole. Le grida sono sempre più lontane, la memoria svanisce, i testimoni oculari della sciagura sono troppo pochi e ormai stanchi. A nulla servono le immagini e i racconti che ci giungono da altre parti del mondo. Gli insegnamenti che arrivano da lontano non contribuiscono a mantenere alta la guardia perché l’unica esperienza formativa è quella diretta. Abbiamo dimenticato gli orrori e la rovina della guerra nonostante in molti paesi sia in atto e le forme di comunicazione globale le presentano nella loro intera crudezza. Non possiamo comprendere ciò che accade in un luogo di cui non conosciamo neanche in maniera vaga la sua collocazione geografica. Non siamo in allarme se scoppia una guerra in Georgia e, parimenti, non siamo preoccupati se un terremoto sconvolge e uccide migliaia di persone in Sichuan. Non possiamo comprendere ciò che accade in un luogo di cui non conosciamo neanche in maniera vaga la sua collocazione temporale. L’atteggiamento speculativo che si attua attraverso lo sfruttamento indiscriminato del territorio e delle sue risorse conduce non solo all’esaurimento delle stesse ma anche alla alterazione irreversibile delle condizioni ambientali e antropiche. Ovvero, in particolare riferimento alla produzione edile, l’abuso, da un lato, modifica le condizioni al contorno del sito trasformandone le qualità intrinseche che ne hanno determinato lo sviluppo, dall’altro, muta le caratteristiche proprie del costruito rendendole spesso inadeguate agli standard di sicurezza richiesti. Gli edifici della ricostruzione post-terremoto nell’area dello Stretto sono stati realizzati in muratura confinata 7 . Questo tipo di tecnica costruttiva, all’avanguardia tecnologica per l’epoca, non ha un comportamento analogo alle strutture intelaiate in cemento armato attuali per cui la loro interazione, conseguente a sopraelevazioni, ampliamenti o modifiche, può mettere a rischio la stabilità del manufatto sia nelle parti preesistenti che in quelle di nuova realizzazione. Anche le trasformazioni urbanistiche effettuate nel corso del secolo trascorso hanno seguito criteri meno restrittivi rispetto ai dettami imposti all’epoca della ricostruzione e anche rispetto agli strumenti normativi vigenti. La speculazione edilizia e lo sfrenato abusivismo che caratterizzano il paesaggio antropico dell’area oggetto di studio hanno aumentato in maniera esponenziale la vulnerabilità e, di conseguenza, il rischio essendo rimasta inalterata la pericolosità del sito, ossia la probabilità che si possa verificare nuovamente un evento sismico di intensità superiore al IX grado della scala Richter 8 . Lo sviluppo tecnologico e conoscitivo del territorio e del comportamento delle strutture, il progresso dei presidi antisismici, lo sviluppo di una normativa sempre più rigorosa hanno reso le città e le case in cui abitiamo più sicure, ma questa condizione privilegiata, rispetto ai nostri avi, non deve darci l’illusione di onnipotenza, ancor prima della legge dell’uomo è necessario rispettare quella della natura. Più volte, nel corso millenario della storia dell’area dello Stretto, gli insediamenti sono stati distrutti e, come una eterna fenice, sono risorti dalle loro ceneri grazie alla volontà dei loro abitanti e al loro desiderio di vivere i luoghi cui appartengono. Perché questa legittima scelta sia possibile è necessario non solo proseguire il cammino tecnico-scientifico intrapreso ma, soprattutto, osservare le regole e le risorse dell’ambiente e, affinché non ci sia un nuovo 28 dicembre 1908, è indispensabile il perpetuarsi della memoria attraverso il tempo in modo tale che non venga dimenticata la luttuosa punizione che la natura suole dispensare a chi non le conferisce il giusto rispetto.
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