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C’è sempre un «primo». Od una «prima volta». Il primo calciatore reggino che cambiò squadra per poco nobili, se pur comprensibili, motivi di stipendio fu Ottavio Misefari, detto «Garibaldi». Avvenne nel 1925. La Juventus Messina promise al giovane centravanti cinquanta lire al mese (altro che le mille della famosa canzonetta di dieci anni più tardi!) ed il popolare «Garibaldi» si trasferì oltre Stretto col compagno di squadra Rattotti, con il quale – si vuole – fosse il calciatore amaranto più rappresentativo dell’epoca. Quanto valessero quelle cinquanta lire è difficile calcolare bene: si tenga conto che il biglietto d’ingresso allo stadio costava mezza lira.
Assaporare quel clima pionieristico, squisitamente romantico, dello sport cittadino provoca grandissima curiosità ed intensa suggestione. Vissuto o appreso di rimando, il tempo andato sprigiona un profumo sottile, fatto non soltanto di nostalgie e di rimpianti che, del resto, chi non era ancora nato non potrebbe avvertire, ma anche di sensazioni e fantasie che fanno parte della vita di ognuno e che iniziano a vibrare al più piccolo riferimento, al sentire un nome, al rievocare un avvenimento.
Pochi sapranno che la S.S. Ausonia, fondata nel 1917 dal dott. Salvatore Siracusa durante un incontro tra amici al caffé Gambrinus, e dalla quale discende lo Sporting Club, annoverò tra i suoi dirigenti nientemeno che il poeta «Premio Nobel» Salvatore Quasimodo. «Totò» - come lo chiamavano gli amici – era giunto a Reggio come impiegato del Genio Civile ed abitava in via delle Cappuccinelle n. 9. Presto divenne frequentatore del Gran Bar di corso Garibaldi. Si iscrisse allo Sporting, dove fu anche eletto tesoriere entrando così a far parte del comitato organizzatore del Giro ciclistico della Provincia ideato e realizzato nel 1920 da Siracusa, Enrico Salazar, Giuseppe Cimino ed Armando Scaglione.
L’Ausonia, che aveva sede dapprima in una baracca del viale Genoese-Zerbi e dopo in un villino a Reggio Campi e dopo ancora in una baracca dell’odierno viale Amendola, era una polisportiva e, tra le discipline, svolse anche l’atletica leggera. Come per il calcio, la «Lanterna Rossa» al porto ospitava quei pionieri che, con Eugenio Scotto e Luigi Covello, si imposero presto in campo regionale nelle corse. Ma si correva quasi in ogni rione che aveva il suo «giro» ed al Friuli su tutti primeggiava Peppino Romeo allora studente e poi, nel secondo dopoguerra, per molti anni, sindaco della Città.Un decennio dopo sarebbe arrivato l’ing. Andrea Vicari, funzionario delle Ferrovie, ed appassionato di marcia. Alla ricerca di giovani speranze, solitamente le… saggiava nel tratto di strada che va dalla Stazione Centrale ad Archi. Se la «speranza» era… valida, l’ingaggiava come milite ferroviario in prova: servizio sui treni e gare di marcia. Lavoro e gloria assicurati!
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Negli annali dello sport reggino figurano, però, date ben più remote. Una di queste si riferisce al Tiro a segno.
L’unità del Regno d’Italia non era ancora del tutto stata realizzata che l’Eroe dei due Mondi – il 12 marzo 1862 – scriveva «all’egregio signor Foti Pietro» per comunicargli che «in forza delle disposizioni governative e degli accordi stabiliti dalla Commissione Dirigente per l’istituzione dei Tiri a segno, autorizzo voi a fare opera perché venga istituito un Tiro a Bersaglio in Reggio di Calabria mettendovi, per quanto occorrerà, in relazione con le autorità locali». La lettera, autografa, è conservata dalla Sezione reggina, custodita assieme alla foto del cav. Pietro Foti che fu sindaco prima della fine dello scorso secolo ed a quelle dei pionieri di questa pratica sportiva.
Un altro documento importante, di solo 20 anni più «moderno», è lo statuto – stampato a Reggio dalla tipografia Luigi Ceruso nel 1881 – del Club canottieri, e si trova alla Biblioteca nazionale di Firenze. Vi sono elencate le norme essenziali per la vita di quell’Associazione la quale, evidentemente, doveva avere un discreto numero di soci che praticavano il canottaggio nelle acque dello Stretto.
Uno «sponsor» illustre ebbe anche la «Fortitudo», società ginnico-sportiva tra le più gloriose della regione, l’unica della Città insignita – nel 1970 – della Stella d’oro al merito sportivo, massima onorificenza del Coni. A promuovere la costituzione della società fu, infatti, il cardinale Gennaro Portanova, arcivescovo di Reggio, che diede l’incarico specifico all’assistente ecclesiastico don Attanasio. La «Fortitudo» nacque ufficialmente il 6 gennaio 1903, ma due anni dopo aveva una temibile concorrente nell’«Aspromonte» costituita dai liberal-massonici. Furono,però, atleti di tutte e due le società ad esibirsi davanti a Vittorio Emanuele II in visita a Reggio nel 1907, ma la rivalità continuò per anni ancora, fin quando entrambe vennero assorbite dai Fasci di combattimento per poi riprendere vita autonoma nel secondo dopoguerra (Consolato Cirino e Sebastiano Malavenda erano stati gli atleti più famosi della «Fortitudo» allenata dal capitano Foti e da Francesco Labate).
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Erano, quelli di inizio secolo, gli anni in cui «tirava» anche la scherma che radunava i suoi appassionati, non solo militari di stanza a Reggio (molti di loro giocavano pure a tennis nel fossato del Castello assieme ai primi seguaci locali di questo nuovo sport), giovani e meno giovani, primo tra tutti l’avv. Gaetano Ruffo. La sala d’armi, diretta dal maestro De Gaetano, aveva sede nei pressi della vecchia Stazione succursale.
Negli anni Venti i circoli schermistici cittadini erano due. Il «Club d’armi», ubicato in via Fata Morgana, era presieduto dal comm. Rossetti e diretto dal maestro Calogero Longo, sottotenente siciliano. Tra i più anziani frequentatori si ricordano il rag. Scordo che ad ottant’anni e passa saliva ancora in pedana, l’avv. Enzo Gentile dell’Intendenza di Finanza, l’ing. Arangi delle Ferrovie; tra i giovani, il solito Peppino Romeo e soprattutto l’allora studente Nino Spinelli, futuro valente chirurgo e deputato al Parlamento, per due anni vincitore del Trofeo nazionale «Spada Mussolini».
A rivaleggiare c’era la «Sala Bartoli», fondata da Gianni Bartoli, napoletano, uno dei migliori sciabolatori del mondo, chiamato a Reggio e poi non ingaggiato. Si esibivano con successo giovani come Raffaele Turano, Giandomenico Zoccali, Pasquale Ficara, Edoardo e Luigi Zehender (fratelli di Goffredo, provetto corridore automobilista che a lungo rivaleggiò con Varzi e Nuvolari). Nino Spinelli ed Edoardo Zehender, amici-rivali a Reggio, si scontrarono più volte ai campionati universitari nazionali: il primo capeggiava – era studente in medicina – il Guf di Roma, il secondo – studente di ingegneria – il Guf di Napoli.
I Reggini, oltre a tifare per l’uno o l’altro schieramento di spadaccini, ebbero occasione di vedere più volte all’opera «lame» famose come Nedo Nadi, Candido Sassoni e Valentino Argento.
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Il documento che sta alle origini del calcio reggino porta, invece, la data dell’11 gennaio 1914. In alto a sinistra, stampato: «Associazione degli impiegati di Reggio». Scritte a mano, poche righe: «Firme degli aspiranti soci dell’Unione Sportiva Reggio Calabria (N. B. La quota annuale di associazione si aggirerà sulle 15 lire)». Seguono sessantuno firme.
Numerose le squadre di quel periodo: l’Ausonia, l’Audace, la Giovani Calciatori (dei ricordati Misefari e Rattotti, e che nel ’25 si fuse con la Nuova Italia), poi il Reggio Foot Ball Club dall’inizio degli anni ’20, quindi l’U.S. Reggina dei Vilardi dal ’29 in avanti.
L’Ausonia fu la più forte di tutte. Merito di un tarantino intraprendente, Ettore Serpieri, che la fondò in quel 1914 e che una decina di anni dopo divenne direttore del Reggio Foot Ball Club. Faceva tutto lui: dirigente, segretario, allenatore.Ogni anno riusciva ad ottenere dal Compartimento ferroviario che una vettura di prima classe rimanesse in sosta per una notte su un binario morto della stazione di Catania: costituiva… l’albergo della squadra quando questa si recava in trasferta in Sicilia. Erano i tempi in cui i giocatori si portavano da casa pane e frittata. I mezzi – inutile ricordarlo – erano scarsissimi.
A metà degli anni ’20 il Reggio Foot Ball Club adottò una casacca nera, la stessa di quella del glorioso Casale, che si richiamava alla camicia degli Arditi. Probabilmente la scelta avvenne non soltanto per motivi di opportunità politica, ma anche perché il federale di Reggio, Giovanni Priolo, andato a Firenze per le prime elezioni gerarchiche fasciste, poté assicurarsi una cassa di indumenti sportivi. Non gli parve vero di poter inviare subito quella cassa nella sua Città ed assicurare così una divisa alla squadra.
Erano gli anni in cui una sola cosa abbondava: la passione. Per la segnaletica orizzontale del Giro ciclistico della Provincia si precedeva di qualche ora la corsa con pennelli e colori. A camici bianchi di infermieri si ricorreva per difendersi dalla polvere sulle auto del seguito che, troppo piccole, venivano dotate di «strapuntini» supplementari fatti con latte da benzina.
L’imprevisto era sempre dietro l’angolo.Nella prima edizione del Giro il reggino Ciccio Galano bucò le ruote della bicicletta ben undici volte. Un corridore cadde sulle rampe della Limina: Santi Spinella, notissima figura di sportivo, gli cedette il posto sulla sua vettura e scese da solo in bici sino a Bovalino (40 km.!). Nell’edizione successiva, il 22 maggio 1922, il fiorentino Angelo Marchi cadde nel torrente Careri mentre attraversava una passerella priva di sostegni, trascinandosi nell’acqua i corridori Di Gennaro e Germani.
Ne succedevano, insomma, di tutti i colori. Un giorno, esattamente il 5 settembre 1926, un ciclista che da lì a poco (il 4 aprile 1927) sarebbe divenuto celebre vincendo la Milano-Sanremo, Pietro Chesi, si fece cogliere in solitario banchetto ai piedi di un ulivo della Piana: aveva deciso di concludere «alla grande» la sua fatica. Chi lo sorprese a rimpinzarsi, a mangiata finita, lo rimorchiò con l’auto e, in prossimità del traguardo, inserì Chesi nel gruppo.
Questi erano i tempi di Musarella, campione di nuoto, di Natale Nobile che partecipò al Giro d’Italia e fu temutissimo rivale per tante stagioni dei siciliani Patti e Nicolosi; e dei Milea, Costantino e Malavenda nel tiro al piattello.
Erano anche i tempi in cui sul Lungomare rombavano fragorosamente le moto di Silvio Canale, Ettore Ribotta, Nino Ripepi, Mario Marino, Nino Utano e di pochi altri che potevano permettersi il lusso di spendere diecimila lire per acquistare una «Guzzi», una «Harley-Davidson» o, una «Ladetto-Blatto» (con garanzia e diritto all’assistenza in tre gare).
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Oggi quasi alla fine del secolo, il problema di uno stadio di calcio continua ad essere attuale ed assillante si può dire come agli inizi. In quei primi anni Venti le squadre locali giocavano ai «Campi Francesi» (spiazzi attigui agli Ospedali Riuniti), a Modena ed al Foro Boario. Campetti in terra battuta e nient’altro. Per ottenere il rettangolo della «Lanterna Rossa» dovette intervenire un ministro, Giuseppe De Nava, su sollecitazione di un popolare calciatore del tempo, «Tagì» Costantino. Si discusse in Municipio col sindaco Valentino se sgombrare un terreno a Ponte S. Pietro oppure a S. Brunello. Per il primo, però, si oppose il proprietario, avv. Pugliatti, e così si preferì la Lanterna del Porto, dove si rese necessario un altro intervento, stavolta del federale Giovanni Priolo.
Al leggendario S. Anna si passò nel novembre 1928, dopo che, due anni prima, era giunto il preavviso di sloggiare dal Porto dovendosi eseguire importanti lavori nella darsena.Com’è noto, il S. Anna è legato al nome dei Vilardi. Ma non fu il grande presidente Paolo Vilardi il primo della famiglia ad occuparsi della Reggina. Anzi, in partenza, Paolo osteggiò il figlio Giuseppe quando questi decise di assumere la guida della massima squadra cittadina che, oberata di debiti, dovette cambiare nome passando da Reggio Foot Ball Club a U.S. Reggina. E fu proprio Giuseppe il realizzatore del glorioso S. Anna, su un terreno di sua proprietà sistemato dall’appaltatore Pizzimenti. E «al S. Anna non si passa» divenne il motto dell’epoca.
Poi, nel novembre del ’32, si inaugurò il nuovo stadio, alla fine del rione Ferrovieri, capace di ospitare altri sport e soprattutto manifestazioni di regime. Lo stesso stadio che non vogliono ancora mandare in pensione nonostante i tanti, troppi, anni di onorato servizio allo sport reggino.
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