Home Archivio articoli Gennaio 2012 LA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE

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LA MADONNA DELLA CONSOLAZIONE PDF Stampa

Eccoci ormai vicini alla Festa della Madonna; alla più grande, alla più bella, alla più vera festa de’ Reggini. Questi giorni stessi di preparazione ci destano nell’animo cento soavissimi affetti: eppure i tempi mutati, le distrazioni cresciute, la divisione degli spiriti, molto vanno togliendo di questa festività così incantevole un tempo, quale la troviamo, tornando indietro cogli anni, tra i più dolci ricordi della prima età. Altre penne hanno più volte descritta la festa reggina, onde a noi basti dir solo del suo preludio, che degno ci sembra di nota, specialmente se lo si guardi nel tempo accennato, in cui mantenevasi ancora nel suo pieno poetico e tradizionale.

Noi ricordiamo infatti come la gioia popolare cominciava un mese e mezzo avanti della festa col primo de’ sette sabati, in cui presso all’aurora ci destavano dal sonno le campane della cattedrale, che invitavano al sacro rito i rimasti in città, giacché degli abitanti gran parte si erano recati due o tre ore avanti l’alba ad onorar la Vergine lassù al Santuario. Quinci a poco, come infioravasi il giorno, i tamburi municipali reduci dal Santuario scorrevano la città, e gratissimo ci giungeva il loro suono, come quello che tante care rimembranze destavaci, al pari della viola de’ menestrelli siciliani, che accompagnava del noto ritmo il canto delle grazie della nostra Protettrice. Chi de’ fanciulli non lasciava contento la sua colazione in quel giorno e negli altri sabati che teneano appresso? Noi imitavamo i maggiori, quantunque non si pingesse ancora che in confuso nella mente nostra questa storia di tre secoli, in cui fra le cento cittadine sventure apparisce costantemente la dolce e luminosa figura della Consolatrice dei Reggini.

A sera la città si illuminava tutta fino ne’ vicoli e nei chiassuoli; de’ folgorini pirotecnici (che chiamavano le palombelle), facevansi correre e ricorrere lungo una corda tesa fra due lontani balconi; e noi fanciulli faceasi a gara a chi sponesse alla pubblica vista una bella lanterna a immagini giranti, e a chi sospendesse sulla via il più grande e bel lampadaro, formato d’infiniti anelli di carte variopinte, ovvero il miglior bastimento da guerra corazzato di carta e pavesato a festa, il quale non mancava di dare la sua salve di cannonate all’un’ora di notte, onde spesso andavano in fiamme con dolore immenso del piccolo ingegnere che ne avea condotta la costruzione.

Nel modo narrato passavano gli altri sabati dopo il primo. L’allegrezza andava crescendo come la festa era più presso, e l’un dopo l’altro vedeansi giungere da una parte i giocolieri, dall’altra i venditori di giocattoli e di cento minuterie, e schierare la loro merce nelle piazze e lungo i due lati del Corso, tra una bottega e l’altra, intanto che nella piazza oggi detta Vittorio Emanuele e allora dei Gigli, veniva levato un vasto emiciclo di legname colorato, che appuntandosi coi due estremi sul Corso sfondavasi in tante pulite botteghine, entro cui si allogavano i venditori forestieri di cappelli, di chincaglierie, di vasellame, di argenterie e che so altro. Sul dinanzi delle due macchine, che costruivansi ai due estremi del Corso pei fuochi artificiali, si poneano due archi di trionfo a ricordo delle antiche porte Mesa e San Filippo. Quest’ultima porta, che costruivasi dove è oggi il ponte a San Filippo, (non essendo ancora a quei dì prolungato il Corso verso l’Orto Agrario) sorgeva sopra un solido basamento a sembianza di pietre riquadrate, e rappresentava un bel disegno d’ordine dorico, il cui vano principale veniva occupato spesso da un gran dipinto a tempera e trasparente, da illuminarsi la sera, che mostrava alcuno de’ prodigi più celebri della Madonna patrona di Reggio.

Giungeva la notte del venerdì precedente al primo giorno della festa: il Santuario era il convegno dei Reggini e di ogni classe di gente delle terre vicine o lontane. A frotte, a famiglie i contadini dei villaggi del mezzodì traversavano cantando la città ed avviandosi al termine del comune pellegrinaggio; la cornamusa tenea bordone al canto delle montanine, a quel canto patrio così dolcemente melanconico, anche quando ragiona di cose liete, sicché dà ben conferma al sentimentale scrittore del Genio del Cristianesimo, il quale dopo conosciute molte genti e costumi, notava che questa tinta di soave mestizia, veste il canto tradizionale presso tutti i popoli della terra. Il cuore nostro, scrive egli, è una lira a cui mancano delle corde, e sulla quale noi siamo costretti a rendere gli accenti della gioia sopra il tono consacrato ai sospiri. Or di questo aggiustato pensiero dello Chateaubriand ci fa ricordare il canto delle nostre campagne. Indicibile il senso ch’esso produce, specialmente nelle dolci serate, sia condotto a coro, sia sostenuto a solo da voce gentile al suono della cornamusa. Qui sempre grave il verso, l’endecasillabo; rispettosa la romanza erotica, antico testimonio di ordinato costume. Il quale canto appunto, insieme col suono e la danza villereccia tramutandosi in Reggio ne’ quattro dì solenni, e congiungendosi col rimescolio della fiera e con la pompa cittadinesca, formano ciò che riveste di un carattere tutto speciale e proprio la festa reggina.

Al Monte della Madonna adunque era scena incantevole quella notte. In chiesa il Quadro tra centinaia di ceri ardenti; fuori di esso un tramestio indescrivibile. Per tutta la notte era un giunger continuato di famiglie cittadine e campagnuole; un popolo spensierato e giulivo riempiva il sacrato, la valle e le colline d’intorno; lucerne e fuochi di legne resinose illuminavano i posti delle bibite, dei dolci, delle frutta e degli altri comestibili; qua e là gruppi di danzanti ove la folla diradava alcun poco; i suoni, i canti e le grida de’ venditori si confondevano insieme; e tutto in pace, e senza che un delitto venisse a rompere la popolare allegria… Chi presso l’alba montasse il colle selvoso, che si leva a ridosso del cenobio, da tutta quell’onda di popolo che al basso agitavasi, sonava, cantava, vociferava, non udiva giungere a sè un immenso e confuso frastuono, tra cui solo spiccavano gli acuti trilli di qualche flauto boschereccio.

Giù intanto col nuovo giorno la città appariva ornata pomposamente, ma spopolata ancora: la folla degli indigeni e de’ forestieri discendevale in grembo insieme con la santa Immagine che veniva a posare nella Metropolitana. Da questo momento più non cessava il romore e l’allegria; con niuna differenza tra la notte e il giorno, ogni piazza, ogni angolo, ogni crocicchio diventava pei villici come un’aia nel dì della vendemmia. Luogo invece prediletto pei popolani della città a menar le gambe era il portico della Fontana-Nuova, dove mentre al suono del valzer si accalorava la danza, i ragazzi non faceano posare un momento il suono de’ fischietti e lo sparo delle nocciole fulminanti. E così più animata era la fiera in certi punti, più viva la ricreazione in certi altri; ma in tutta quanta la città s’improntava la lieta e briosa fisonomia della festa del cuore.

Cotale noi la ritroviamo questa festa nella memoria de’ nostri teneri anni. Molto dell’antico ancor dura; ma molto di più non vive oramai che nel campo delle ricordanze. Consegnare alla storia il disusato è utile sempre. Quanto poi al successivo lentare della romorosa popolare allegria, nel lamentarne un po’ il danno per l’arte, un miglior compenso ci auguriamo nell’accrescimento cioé della vita intima e pratica della religione.

* * *

Così noi scrivevamo nel 1869 (La Zagara del 9 settembre: n.d.c.): Quel cotal raffreddamento però che allora lamentavamo, non era che una crisi passeggiera portata dall’alito o meglio dalla intolleranza de’ tempi nuovi. Non andò guari che vedemmo invece ridestarsi con novello vigore lo spirito antico del nostro popolo; e se non torneranno più i tamburi municipali, e le palombelle de’ sette sabati, e le scenografiche porta Mesa e porta San Filippo, e il semicircolare bazar di piazza Vittorio Emanuele, e i pilastri pensili illuminati ad olio, e quella curiosissima fiera schierata sul Corso; non cessa e non cesserà giammai la fede del popolo, e la sua chiassosa tradizionale allegria. Chè anzi nella notte dell’eremo noi vediamo grandemente cresciuto il brio e la frequenza della gente in questi ultimi anni.