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Reggio e il suo feeling con i Savoia PDF Stampa

Villa Umberto I, Cinema Margherita, Corso Vittorio Emanuele III, Pasticceria Margherita, Piazza Vittorio Emanuele II, Bar Regina Elena, Caserma Duca d’Aosta, Scuole Elementari Principe di Piemonte, Brefotrofio Umberto I…

A distanza di tanti decenni ormai dalla fine della monarchia, Reggio conserva ancora molte indicazioni e denominazioni legate a Casa Savoia. Segno evidente di democrazia e civiltà, ma anche di un lungo ed intenso feeling che unì la Città alla famiglia Reale.

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I rapporti tra la nostra Città e la casa regnante ebbero origine il 25 gennaio 1881 quando la prima regina d’Italia, Margherita, accompagnata dal consorte Umberto I volle visitare Reggio. Con i sovrani si trovava in quella occasione, in giovanissima età, il principe ereditario poi divenuto re Vittorio Emanuele III.

Quella visita si rivelò evento straordinario. I reali giunsero a bordo della corazzata «Roma» che s’era mossa da Messina scortata da altre unità della Marina Militare, tra cui l’incrociatore «Duilio», e da dieci vapori della flotta Florio costituita dal capostipite della grande famiglia, il bagnarese Vincenzo Florio divenuto senatore del regno. Tutte le navi alzavano il gran pavese.

La regina Margherita desiderò dare grande solennità alla visita alla città di Reggio Calabria facendosi seguire da uno stuolo di alti personaggi come il duca d’Aosta, l’on. Cairoli presidente del consiglio, i ministri Baccarini, Villa e Miceli, cerimonieri, dignitari e gentiluomini di corte; le dame di compagnia marchesa Villamarina di Montenero e duchessa Sforza Cesarini. La corazzata «Roma», sulla quale si era reso necessario ricavare spazi per gli alloggi reali, era stata temporaneamente privata di una batteria di cannoni.

La visita dei sovrani e del principe ereditario ebbe toni trionfali. A rendere il primo saluto ufficiale della cittadinanza, nell’eco dei tradizionali ventuno colpi a salve sparati dall’antico castello aragonese, furono il sindaco, conte Fabrizio Plutino, il prefetto Lamponi, il generale comandante la piazza, la contessa Marianna Plutino, la marchesa Sandrina Lamponi, la baronessa Livia de Blasio di Palizzi. Riuscirono particolarmente graditi alla regina il grande arco di trionfo ricolmo di margherite sotto il quale transitò il corteo delle carrozze reali, i preziosi damaschi che le famiglie avevano steso ai balconi, i grandi ciuffi di margherite di cui la Città era costellata, le tante altre margherite che uomini e donne portavano addosso in omaggio alla prima regina d’Italia.

Più volte i sovrani furono costretti dalle ovazioni ad affacciarsi al balcone centrale della Prefettura. Nella serata seguirono due fatti insoliti: la fiaccolata dei soldati del 30° reggino di fanteria ed una eccezionale serenata. In testa al corteo dei fanti erano grandi ritratti del re e della regina e un cartello su cui si leggeva: «L’esercito, unito all’intera nazione, in un solo pensiero di riconoscenza e d’affetto onora i sovrani d’Italia». A conclusione di un fantasmagorico spettacolo proiettato in riva al mare, una inattesa serenata di chitarre e mandolini, sotto le finestre del palazzo, rese felice la regina.

Nella giornata successiva, Margherita di Savoia concesse udienza a Domenico Carbone Grio – ex capitano dei garibaldini, scrittore e giornalista molto famoso anche a Parigi ove fu caro ad Alessandro Dumas padre – che le fece omaggio di alcune preziose e rare monete di Reggio antica, unite in un braccialetto di stile classico.

 

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Quando nel mese di gennaio del 1881, da principe ereditario, ancora bambino, aveva accompagnato i sovrano nella prima visita alla Città calabrese dello Stretto, Vittorio Emanuele certamente non avrebbe mai potuto immaginare che, 19 anni più tardi, proprio la popolazione di Reggio Calabria lo avrebbe salutato, per prima, re d’Italia. Fu subito dopo i fatti di Monza dove Umberto I venne assassinato dall’anarchico Bresci il 29 luglio 1900.

La notizia ufficiale del luttuoso evento pervenne al prefetto di Reggio il 30 luglio a mezzo dispaccio telegrafico di Stato. Vittorio Emanuele e la principessa Elena del Montenegro si trovavano in quei giorni in crociera nel mare Jonio, a bordo dello yacht reale «Yela» (che in albanese significa appunto Elena). Avrebbero voluto visitare l’arcipelago greco e soprattutto Atene, ma quando furono al Pireo l’enorme caldo li aveva fatti desistere consigliando il viaggio di ritorno.

Verso le ore 7 del 31 luglio il semaforo di Capo Spartivento con segnalazione a bandiera riuscì a comunicare con lo yacht nel momento in cui Vittorio Emanuele si trovava in coperta e la principessa s’intratteneva in cabina. Il segnalatore di Capo Spartivento agì con grande tatto, con delicatezza reverenziale, con grande sensibilità umana. Avvertì che il re Umberto I era ammalato e che le sue condizioni erano gravi. Successivamente avvisò che la «torpediniera 140» a tutta velocità stava avvicinandosi allo «Yela» e che il comandante era latore di un importante plico che avrebbe dovuto consegnare nelle mani di Sua Maestà. Fu da quella seconda segnalazione che Vittorio Emanuele comprese che suo padre era morto.

Il segnalatore proseguì di lì a poco: «Il re è morto, viva il re». Vittorio Emanuele impallidì e subito raggiunse la consorte in cabina. S’udì il grido disperato di Elena che nella tragedia era divenuta seconda regina d’Italia. La «torpediniera 140» abbordò e il suo comandante si portò dal re ponendosi sull’attenti e, alzando la mano destra alla visiera, disse: «Maestà, ho l’ordine di consegnarvi questo plico di Stato». Il re lesse il messaggio e subito ordinò che si raggiungesse a tutto vapore Reggio, ove era ad attenderlo il treno reale che lo avrebbe portato a Monza insieme alla regina.

Fu così che, appunto in quella triste circostanza, il popolo reggino salutò Vittorio Emanuele III re d’Italia.

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Nel settembre del 1905 il re accorse subito dopo il terremoto che aveva sconvolto la zona tirrenica a nord-ovest della provincia, ma molto meglio documentata è la visita che Vittorio Emanuele III fece a Reggio il 10 ottobre del 1907 per partecipare allo scoprimento del busto di Umberto I nella Villa comunale che era stata a questi dedicata. Pro-sindaco era l’on. Demetrio Tripepi, arcivescovo il cardinale Gennaro Portanova, il comm. Orso prefetto, l’avv. Pasquale Reytani Salazar presidente della Deputazione provinciale.

Il re giunse al porto – come descrivono le cronache dell’epoca – poco dopo le 8 a bordo del cacciatorpediniere «Artigliere», accompagnato dal conte di Torino, dal generale Brusati suo aiutante di campo, dai ministri Mirabello (Marina) ed Orlando (Grazia e Giustizia). Il corteo percorse la via Reggio-Porto, la 2 settembre ed il corso Garibaldi con la Città imbandierata.

Dopo la visita in Prefettura, Vittorio Emanuele si recò alla Villa. Il palco era stato allestito sul lato destro dell’aiuola dell’ingresso dove era stato sistemato il busto del «re buono», operato dello scultore reggino Concesso Barca, e realizzato grazie alla sottoscrizione popolare d’iniziativa del sodalizio dei militari in congedo «Savoia».

Dal giardino pubblico il re raggiunse il Palazzo Municipale e da qui il Museo civico dove poté ammirare prima i molti reperti che vi erano raccolti, e poi, affacciandosi sulla Strada Marina, il panorama dello Stretto. La partenza dell’«Artigliere» avvenne dalla banchina di Portosalvo.

Vittorio Emanuele tornò a Reggio dopo il grande terremoto: accompagnato dalla regina Elena, fece la spola dal 30 dicembre al 2 gennaio tra le due sponde per recare conforto alle vittime del disastro.

Nell’aprile del 1909 – esattamente giorno 7 – il re volle nuovamente visitare Reggio. Si servì del cacciatorpediniere «Artigliere», e fu accompagnato dal ministro Mirabello. Si portò alla Villa comunale per rendersi conto del funzionamento dell’ospedale da campo ivi installato, e recò conforto e incoraggiamento ai sopravvissuti del terremoto del 28 dicembre. Comandava la piazza il generale De Chaurand.

Nell’agosto 1911 il re e la regina, a bordo del cacciatorpediniere «Ostro», tornarono a Reggio per visitare il patronato «Regina Elena» presso il quale era funzionante una scuola di cucito riservata alle ragazze orfane del terremoto. Successivamente, utilizzando l’automobile posta a loro disposizione dal marchese Genoese-Zerbi, si recarono in via Possidonea per verificare il funzionamento dell’ospedale civile operante in padiglioni di legno. A riceverli fu il famoso chirurgo Caracciolo. Raggiunsero poi Catona per compiere altro sopralluogo in un baraccamento, anch’esso intitolato «Regina Elena», e in serata ripresero il mare.

Con il trascorrere degli anni Vittorio Emanuele III dimostrò sempre di tenere in particolare considerazione Reggio e pare vi inviasse periodicamente, in incognito, membri di casa Savoia con l’incarico di riferirgli le condizioni che riscontravano personalmente al di fuori delle informazioni burocratiche. Fra questi inviati sono da ricordate il conte di Torino, i duchi d’Aosta, di Pistoia, di Spoleto e degli Abruzzi.

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Sei mesi prima della marcia su Roma, il re, accettando l’invito che gli era stato rivolto dall’on. Giuseppe Valentino, il «sindaco della ricostruzione», fu nuovamente a Reggio – il 27 aprile 1922 – per inaugurare il ricostruito palazzo San Giorgio, sede del Comune. Giunse al porto a bordo del cacciatorpediniere «Falco» e in quella stessa occasione ebbe particolare cura di accertarsi personalmente come procedesse la riedificazione della città.

Tra le autorità militari, nel saloni del Comune, Vittorio Emanuele riconobbe un combattente della prima guerra mondiale, il maggiore Francesco Filardo. «Gli ha stretto cordialmente la mano e gli ha detto – così riferì Il Corriere di Calabria del giorno successivo – che conserva sempre gelosamente, tra tanti ricordi della guerra, l’elmetto regalatogli dal cav. Filardo il 13 giugno 1918 dopo una battaglia alla quale il valoroso maggiore aveva preso parte dirigendo l’assalto alla testa del Reggimento. L’elmo apparteneva ad un combattente di una divisione austriaca ed il re ha anche ricordato le parole incise sul cimelio: Nach – Meiland! Egli ha sottolineato con indefinibile e sottile espressione di compatimento e di ironia quelle parole che voglion dire: a Milano!».

Il 3 maggio 1930, il «re soldato» volle presenziare allo scoprimento in forma solenne del monumento eretto, per conto dell’Amministrazione provinciale, dallo scultore Francesco Ierace sul Lungomare in memoria dei 6500 caduti nella guerra 1915-18. In quell’occasione indissò la divisa di capo supremo delle forze armate portando sul copricapo, per la prima volta, il pennacchio bianco istituito quale simbolo di comando prescritto per i generali e i comandanti effettivi di unità in occasione di cerimonie ufficiali. L’orazione fu affidata al senatore Vincenzo Morello, nativo di Bagnara, e considerata una delle maggiori glorie del giornalismo italiano.

L’ultima visita compiuta dal re alla nostra Città avvenne durante il secondo conflitto mondiale quando ispezionò le unità militari dislocate nell’area dello Stretto.

Da Reggio egli stava portandosi a Messina a bordo di un «mas» quando la squadriglia dei caccia «Macchi 200» di base nell’aeroporto reggino, levatasi in volo per vigilare sulla sicurezza del sovrano, intercettò una formazione di bimotori «Bristol» della Royal Force britannica che stava per attaccare il veloce piccolo mezzo navale che solcava il mare avendo a bordo anche uno stuolo di alti ufficiali dell’Esercito, della Marina e dell’Aeronautica appartenenti al Comando supremo. Ma gli aerei nemici furono posti in fuga dopo che uno di essi, colpito, precipitò in mare nelle acque antistanti la stazione centrale delle ferrovie.

Un ultimo pensiero di commiato Vittorio Emanuele III e la regina Elena lo ebbero nel maggio 1946 quando erano in viaggio per l’esilio verso Egitto. Chiesero al comandante dell’incrociatore «Duca degli Abruzzi» - a bordo del quale si trovavano – di accostare per consentire loro di rivedere con nostalgia l’estremo lembo della Patria che il 31 luglio 1900 aveva segnato l’inizio del loro regno.

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Non meno affetto per Reggio dimostrò il principe ereditario Umberto che già a 17 anni manifestò il desiderio di vedere l’imbarcadero davanti al Lungomare ove suo padre era stato salutato per la prima volta re d’Italia. Il suo primo incontro con i Reggini avvenne così il 14 ottobre 1921. Era sceso dal cacciatorpediniere «Alba». Dopo la sosta in Prefettura, si trasferì a Palazzo San Giorgio ove il sindaco, on. Giuseppe Valentino, gli ricordò che alla sua nascita aveva fatto parte della rappresentanza della Camera dei Deputati che, guidata dal presidente Marcora, si era recata al Palazzo del Quirinale per esprimere le felicitazioni e gli auguri della Nazione.

La seconda venuta è del 17 agosto 1923. Umberto si servì del panfilo reale «Yela» ed era accompagnato dall’ammiraglio Bonaldi. Il giorno successivo volle salire in Aspromonte per vedere il luogo ove era stato ferito Garibaldi. Il 19 agosto ascoltò la S. Messa nella chiesa baraccata di San Giorgio al Corso eretta nello stesso luogo ove un altro terremoto – quello del 5 febbraio 1783 – aveva cancellato la cappella dedicata alla vittoria dei crociati alla battaglia di Lepanto.

A distanza di quattro anni, quando ricopriva il grado di maggiore nel 90° Reggimento di fanteria, il principe tornò a rivedere Reggio dopo essere sbarcato dalla corazzata «Duilio» impegnata in esercitazioni con la squadra navale.

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Il soggiorno più lungo del principe ereditario fu quello di maggio del 1932 allorquando egli venne a Reggio in compagnia della consorte principessa Maria José del Belgio. I principi presenziarono alla cerimonia della posa della prima pietra del Museo nazionale il cui progetto venne loro illustrato dall’autore, architetto Marcello Piacentini, senatore del regno. Inaugurarono successivamente l’Ospedale psichiatrico.

I due principi visitarono, inoltre, il Dispensario centrale antitubercolare; il «Cipresseto» sede dell’Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno; la Stazione sperimentale delle essenze. Presenziarono, quindi, alla inaugurazione del Cippo, antistante l’imbarcadero, elevato a ricordo dell’evento storico del 31 luglio 1900.

Una visita fuori programma vollero poi dedicare – raggiungendo la contrada Mannòli del Comune di S. Stefano in Aspromonte – alla colonia «Leopoldo Franchetti», visita che ebbe il significato di un tacito omaggio al senatore Umberto Zanotti Bianco, grande realizzatore di iniziative sociali in Calabria coordinate dalla Associazione nazionale per gli interessi del Mezzogiorno.

I principi furono festeggiati nel corso di un solenne ricevimento offerto in loro onore a Palazzo San Giorgio e prima di ripartire per Napoli vollero portarsi nei centri della «Costa Viola».

Umberto di Savoia tornò a Reggio – era il 26 maggio 1935 – per inaugurare il nuovo tempio della Vittoria (la Chiesa di S.Giorgio al Corso) dedicato ai caduti di tutte le guerre ed edificato ov’era la chiesa al cui altare maggiore egli aveva ascoltato la S. Messa il 17 agosto 1923. Per l’occasione venne coniata dal Comune una medaglia d’oro ricordo.

Umberto, sempre fatto segno a grandi manifestazioni di simpatia, si portò poi in Cattedrale sostando in preghiera ai piedi dell’altare della cappella del SS. Sacramento. Inaugurò la sede del gruppo ufficiali in congedo e visitò il Brefotrofio provinciale.

Partecipò, infine, all’immancabile ricevimento offerto in suo onore nei saloni del Palazzo del governo e, nel pomeriggio, alla testa di un corteo di auto, raggiunse la piana di Gioia Tauro attraversando i centri della «Costa Viola» e sostando a Bagnara.

In questo centro visitò l’Arciconfraternita della Madonna del Carmelo, di cui era priore il comm. Antonio De Leo, e grandi furono le manifestazioni in suo onore:le campane di tutte le chiese suonarono a stormo e il principe fu fatto passare sotto un arco trionfale eretto su idea dell’architetto Francesco Albanese. Presso l’altare maggiore del tempio all’ospite fu posto lo scapolare di priore onorario. In sostanza, si ripetè in quella occasione quanto era avvenuto nell’ottobre 1857, quando re Ferdinando II di Borbone, accompagnato dal principe ereditario che si fregiava del titolo di duca di Calabria, accettò d’essere nominato priore onorario indossando il relativo scapolare.

In quello stesso 1935, esattamente il 3 ottobre, Umberto di Savoia tornò a Reggio per salutare il 20° Reggimento che era stato destinato alle operazioni di guerra in Etiopia. Il Reggimento, al completo, sfilò sul Lungomare e fu passato in rassegna dal principe che poi lo accolse, al rientro dall’Abissinia, il 25 ottobre dell’anno successivo. Ma nello stesso 1936 Umberto – nella qualità di comandante del Corpo d’armata meridionale – aveva già compiuto due ispezioni ai comandi militari della Città, il 2 aprile ed il 26 maggio.

L’anno successivo visitò Reggio ben quattro volte (il 27 febbraio, il 14 giugno, l’8 agosto ed il 2 dicembre), ed una nel ’38 (il 17 febbraio). Questa sua predilezione per la nostra Città Umberto la dimostrò anche nel 1937 quando scelse il glorioso Reggimento di stanza a Reggio per rappresentare l’intero Corpo d’armata in Sicilia.

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Probabilmente per questo intenso e lungo legame con la Casa regnante Reggio votò a grande maggioranza per la Monarchia in occasione del Referendum del 2 giugno 1946. Umberto, allora capo dello Stato, era venuto a Reggio quattro giorni prima del voto popolare, il 29 maggio. Era giunto a bordo del cacciatorpediniere «Antonio Mosto» che innalzava l’insegna reale.

Ad ossequiare il re, che vestiva abiti militari, c’erano molte autorità, con alla testa il prefetto Aria, e dignitari di Corte. Un picchetto d’onore della Marina gli rese gli onori militari, ed il sindaco della Città, on. Nicola Siles, gli indirizzò un breve saluto.

In auto, il corteo, tra due fitte ali di folla, percorse la Città terribilmente danneggiata dai bombardamenti e raggiunge la Prefettura, dalle cui finestre Umberto di Savoia si affacciò più volte per rispondere alle ovazioni. I suoi gesti di saluto valsero ben più di qualsiasi discorso. Fu come un addio.

Umberto ripartì per Roma a bordo di un aereo militare. Pochi giorni dopo lascerà definitivamente l’Italia con la famiglia.