Home Archivio articoli Dicembre 2011 Itinerari mediterranei - La Geografia del Decameron

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Itinerari mediterranei - La Geografia del Decameron PDF Stampa

Da tempo, quando mi chiedono di dove io sia, rispondo che mi sento mediterraneo, per ragioni culturali, storiche, per esperienze personali, per scelte etiche e estetiche. Non è un caso che, nato a Messina per caso, per scelta e per convinzione lavoro di fronte a Messina, nell’Università Mediterranea di Reggio Calabria. Ed è per scelta e per convinzione che a Reggio Calabria, proprio al centro del Mediterraneo, vivo. E credo proprio che questa mia sarà una scelta definitiva.

E mentre “mi sento mediterraneo” da un lato ho ben presente che, come ribadisce Paul Valéry – dopo aver affermato che il Mediterraneo è una «… macchina per fare civiltà…» -, «… sul Mediterraneo è iniziata l’Europa…», e dall’altro penso all’Albert Camus che in diversi libri degli anni ’30 e ’50 formula un “pensiero meridiano” inteso come “alternativa di vita e di cultura”, individuando nel mondo mediterraneo, in particolare nella civiltà greca, una sorta di “paradiso perduto” da recuperare assieme ad un modo di sentire, di vivere, e di essere.

Il Mediterraneo è una dimensione dello spirito, uno stato d’animo che ti pervade e non ti abbandona e, secondo Fernand Braudel, un «complesso di mari: di mari ingombri di isole, intersecati da penisole, circondati da coste frastagliate. La sua vita è intimamente legata a quella della terra, la sua storia non può essere dissociata dal mondo terrestre che lo circonda».

«Il Mediterraneo unisce, nel segno della comune cultura, le città che vi si affacciano», come rileva lo storico francese Fernand Braudel, e «Le città mediterranee, pur nella loro continua evoluzione di civiltà, appaiono come sorelle». Il complesso di relazioni che da sempre intersecano terre e popoli mediterranei fa sì che il Mediterraneo, oltre che un mare, sia anche “un territorio” perché, sempre citando Braudel, «la terra diventa territorio quando è tramite di comunicazione, quando è mezzo e oggetto di lavoro, di produzione, di scambio, di cooperazione».

Con strumenti disciplinari diversi, soprattutto con le metafore: dal “Breviario Mediterraneo”, il mare nostrum, ricostruzione narrativa di una storia mediterranea “geopoetica” piuttosto che “geopolitica”, un romanzo sui luoghi e sui popoli che lo circondano, fino al pane nostrum, per millenni il cibo di base con il quale tutti quei popoli si sono sfamati assumendo significati culturali che vanno ben oltre l’alimento puro e semplice, lo scrittore bosniaco Predrag Matvejevic ci fornisce una lettura mediterranea altrettanto fascinosa di quella di Fernand Braudel. Da «Ci sono dei moli che assomigliano ai profili allungati di barche; le hanno attese tanto a lungo che alla fine ne hanno assunto la forma» (Breviario mediterraneo) a «Il pane è metafora del Mediterraneo» (Pane Nostro).

Con un esemplare equilibrio fra approccio scientifico e partecipazione emotiva, l’innovativa teoria del “pensiero meridiano” del sociologo Franco CAssano tocca il cuore delle tematiche mediterranee (la prima parte del libro si intitola “Mediterraneo”), e di coloro che ritengono che il futuro del mare nostrum non debba risiedere in una prospettiva meramente consumistica. “Pensare meridiano” ha riportato al centro dell’attenzione i “luoghi” della nostra storia e della nostra memoria, i soprattutto i “luoghi” del nostro futuro, attraverso l’invitop a «riguardare i luoghi, nel duplice senso di aver riguardo per loro e di tornare a guardarli», ribaltando «il rapporto cognitivo ed affettivo con essi» al fine di «ricostruire attraverso la pietas, i beni pubblici, quei beni che appartengono a tutti e che sono insieme veicolo di identità, solidarietà e sviluppo».

Non poteva non colpire l’«invito alla lentezza» come elemento di rottura, quasi antagonista al mito futurista della velocità, perché per Cassano «Andare lenti è rispettare il tempo, abitarlo con poche cose di grande valore, con noia e nostalgia, con desideri immensi sigillati nel cuore e pronti ad esplodere oppure puntati sul cielo perché stretti da mille interdetti». E che dire dell’assioma, quasi una scelta di vita: «Bisogna essere lenti come un vecchio treno di campagna e di contagine vestite di nero, come chi va a piedi e vede aprirsi magicamente il mondo, perché andare a piedi è sfogliare il libro e invece correre è guardarne soltanto la copertina»?

Meno dirompente, ma altrettanto profondo il pensiero di Piero Camporesi, filologo, storico e antropologo, e la sua attenzione alle “belle contrade”. Un approccio importante perché, senza il “paesaggio mediterraneo”, il Mediterraneo non avrebbe l’identità che ha, e capire come nasce il paesaggio, italiano o mediterraneo, ci fa capire cosa e come fare per salvaguardarlo e per guidarne l’evoluzione senza distruggere i segni del passato. Attraverso Le belle contrade si comprende quale fosse la percezione che del paesaggio italiano si aveva Quattrocento e nel Cinquecento – e l’Italia era allora il centro della cultura mediterranea -, cioè nei secoli immediatamente successivi al Trecento, il secolo di Giovanni Boccaccio e del Decameron, il secolo nel quale si era costruito il paesaggio percepito, e poi trasformato, a partire dal Quattrocento. E il paesaggio è forigato, e reso percepibile, dall’opera paziente e laboriosa di chi sul territorio lavora, lasciando ad artisti ed intellettuali di rappresentarlo e, in un certo senso, rappresentarlo.

Camporesi è convinto, e convince che «immagini “paesaggistiche”, scorci “panoramici”, “viste” pittoresche non siano immaginabili per gli uomini del Cinquecento: il loro occhio perlustra con particolare attenzione la concretezza ambientale o la realtà della geografia umana, magari fissandola in tipologie approssimative, in stereotipici e luoghi comuni di pura invenzione», in quanto esiste «un paese reale, nel bene e nel male, nel lavoro e nell’ozio: un paese fatto non per essere dipinto o artisticamente illustrato ma nel quale abitare, vivere, comprare, commerciare, mangiare, lavorare, oppure da scansare e da cui diffidare. Abitato da uomini laboriosi e da fannulloni, spesso anche da vigliacchi, ladri, impostori, ribaldi, gaudenti e ghiottoni, ma è soprattutto un grande laboratorio di fatiche».

Ormai in me, convivono “due Mediterranei”, quello di Braudel (e di Predrag Matvejevic, Franco Cassano e Piero Camporesi), e quello di Boccaccio, che “sommati” fanno il “mio” Mediterraneo.

Il Mediterraneo è per me un territorio del quale non si può più fare a meno, e che sento continuamente come richiamo a “dover percorrere”. Tuttavia, per avere letto e assimilato solo negli anni della maturità le pagine dello storico francese, dello scrittore bosniaco, del sociologo della conoscenza e del filologo, storico e antropologo italiano – pur avendoli ben presenti, nello scrivere queste pagine, e nel tracciare questi “itinerari mediterranei”, nell’immergermi nel “paesaggio mediterraneo” -, ho preferito percorrere il Mediterraneo con una “guida” diversa dai quattro autori contemporanei. Mi sono fatto condurre da uno scrittore “classico”, ma non dalla classicità mitica di Omero e Virgilio, piuttosto dalla classicità pre moderna di Giovanni Boccaccio e della sua “società mercantile”.

Nel mio approccio al Mediterraneo, al centro del quale (Torre Faro, comune di Messina, in riva allo stretto, di fronte a Reggio e alla Calabria) sono nato diversi decenni fa, e dall’altro lato dello Stretto ora abito e lavoro, e continuerò a farlo anche dopo, ho infatti incontrato, tra tanti altri possibili, una guida d’eccezione. Giovanni Boccaccio, attraverso la lettura del Dacameron, mi ha insegnato a conoscere luoghi e persone, e a scoprirne la “geografia”.