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Di Gaetano Sardiello
Nello sfondo bisogna pensare la vita semplice, ma pur appassionante, di quasi cinquant’anni or sono (qualche anno prima che il terremoto, sconvolgendola, la trasformasse) nella piccola cittadina di provincia, di cui gli aspetti esteriori prendevano spesso toni caratteristici – alcuni quasi stagionali – da colori, da odori diffusi per le strade, da voci che parevano familiari anche quando più estranee.
Era, d’estate, il rosso fiammante dei cocomeri affettati sui banchi dei rivenditori ed il vociante richiamo dei pescatori che per tutte le strade offrivano in vendita, sulle grandi ceste ricolme, le «costardelle» pescate di fresco; era, di primavera, il profumo delle zagare irrompente dai giardini alla periferia; d’autunno, il fumo e l’afrore delle caldarroste dei fornelli accesi sui marciapiedi a tanti angoli di strada, e, nelle serate invernali, il grido scandito del venditore ambulante di ricotte e la cantilena del girovago «luppinàro», che ispirò a Giovanni De Nava una delle poesie dialettali piene di sentimento e di grazia.
Vita di un piccolo mondo che si alimentava, come di autentiche profonde passioni, dell’amore e del gusto dei «trattenimenti» nei Circoli di riunione, delle scampagnate in occasione delle feste rionali, della stagione lirica teatrale, della musica in piazza, nell’orgoglio della «banda cittadina» tradizionalmente diretta da insigni maestri … e che, nello stesso tempo, a quei sorrisi d’arte e di vita associava il più fervido ardore della lotta nei contrasti politici ed amministrativi, che improntavano la cronistoria del tempo.
«Tripepini» o «camagnini», rispettivamente al seguito di due insigni avvocati ed oratori, voleva dire – grosso modo – gli aristocratici o, più genericamente, i «signori» da una parte, e gli uomini del popolo, i democratici dall’altra: una destra ed una sinistra senza accentuazioni profonde, se non forse – e pur non sempre egualmente marcata – quella che era, a quei giorni, la nota nevralgica della politica nazionale: l’«anticlericalismo».
Un clima che, dal 1982 e per lunghi decenni, alimentò per Biagio Camagna simpatie e fanatismi che si esprimevano non soltanto nei voti usciti dalle urne, ma nelle marce musicali, nei canti popolari, famosi quelli su ritmi e motivi dell’opera mascagniana e di cui uno diceva: fiore amaranto – il popolo festeggia il suo tribuno – mentre la nobiltà si scioglie in pianto.
Riflesso di quella vita, i giornali locali: i settimanali Calabria e poi XX Settembre e La Folgore dei camagnini; Riscossa e poi il Lunedì dei tripepini; Fede e Civiltà della Curia arcivescovile, La luce dei socialisti, Il Corriere calabrese dei radicali, Il commercio (un notiziario quasi personale di Orazio Cipriani con la collaborazione di Luigi Aliquò-Lenzi e dell’avv. Nino Giuffré, sensibile spirito di poeta), il Ferruccio di proprietà del tipografo Ceruso, ed il quotidiano La Gazzetta di Messina e della Calabria che era considerato tra i giornali reggini perché vi giungeva la mattina di buon’ora con ampie cronache locali.
Punto di incontro di molte personalità in vista (uomini della politica, artisti, professionisti, studiosi in cerca di distrazioni, elegantoni che amavano mettersi in mostra e soprattutto giornalisti, che vi facevano quasi il centro di raccolta e di trasmissione delle notizie nonché il saggio dei relativi commenti) erano i Caffé.
Pur senza la fama dell’Aragno romano o le tradizioni del padovano Pedrocchi od il colore del napoletano Gambrinus, Reggio ne ebbe, per la sua vita di allora, diversi e caratteristici, allineati lungo il Corso Garibaldi nel quale la vita cittadina si accentrava.
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Non dirò di quelli di un tempo più antico allora già scomparsi e senza lasciare ricordo tranne la Birreria: un ritrovo di pochi vani davanti un atrio ombreggiato, in un angolo della «piazzetta» (come allora veniva intesa la piazza Italia) e che, negli anni ai quali mi riferisco, se ancora serviva alle mescite, lo faceva soltanto per una cerchia ristretta di frequentatori, avendo già – se non del tutto abbandonato – profondamente modificato la sua antica destinazione, divenendo sede delle prime organizzazioni socialiste (il partito, la Camera del lavoro) talché ai tavoli o nella saletta più grande – e qui per discutere o comiziare od ascoltare conferenze – assai raramente si vedevano volti diversi dai consueti, tra i quali immancabili Matteo Paviglianiti, il barone Peppino Mantica, Bruno Surace, Davide Pompeo, Luigi Crucoli, i pionieri reggini, insomma, dell’azione socialista.
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E non temerò di offendere il ricordo degli altri Caffé, dicendo che il «primo» fra tutti potrebbe esser detto un locale che, a stretto rigore, autentico «Caffé», nel senso di luogo di ritrovo e di sosta, non poteva chiamarsi, ma che era inteso così, e non senza qualche ragione, perché vi si serviva agli avventori – e, si diceva, in buonissima… edizione – la famosa bevanda bestemmiata dal Redi; il «primo» perché apriva le porte in ore pressoché antelucane, quando la città ancora dormiva. Era il Caffé Attanasio, in un «basso» di un palazzo del Corso sul lato sud e vicino all’imbocco della brevissima via Diana.
Presso l’alba, i suoi battenti stridevano pesanti sui cardini e mostravano nel piccolo ambiente le inseparabili figure del proprietario – un uomo anziano, grassoccio, dall’aspetto confidenziale, con una papalina in testa e la pipa tra i denti – e della domestica – una donna di mezza età, anch’essa familiarmente accogliente – in attesa della clientela.
Caratteristica clientela, fornita quasi esclusivamente da campagnoli che, a quell’ora, giungevano in città per le faccende da sbrigare presso qualche ufficio od al mercato: qualcuno portandosi dietro l’asina per la gavezza, che legava ad un gancio sulla porta.
Mentre l’avventore scambiava qualche parola col proprietario o, nelle rigide mattinate d’inverno, si scaldava al braciere, la domestica esperta preparava il caffé e lo versava da un bricco (la tradizionale «caffettiera napoletana») riscuotendone il prezzo: due soldi.
Intanto i negozi ad uno ad uno si aprivano e la vita, che cominciava a svolgersi lungo il Corso, fasciava di abbandono quel localuccio dall’aria villereccia, sottraendolo ad ogni attenzione.
Gli autentici «Caffé», invece, aprivano allora le porte.
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Il più famoso, il Caffé Spinelli (dal nome del suo proprietario) aveva fama di Caffé dei «nobili» un po’ per la centralissima ubicazione dinanzi alla «piazzetta», ma più per la qualità dei consueti frequentatori. Dei quali pareva solenne espressione l’immancabile imponente figura dell’on. Vincenzo Cappelleri, un lord Brummel dell’eleganza reggina, quasi sempre accompagnato da un magnifico levriere al guinzaglio.
Ma si diceva «da Spinelli» per indicare un punto della città anche più vasto dell’ambito di quel locale. Contigua a questo, infatti, era la rinomata sartoria del cav. Francesco Saverio Messineo, anch’egli un personaggio in vista nella vita cittadina, come presidente di una «Società Artistica Operaia», che era notoriamente una forza del partito Tripepi: quasi un fiore popolare all’occhiello dei signori. Quel presidente stesso – lì nel suo elegante negozio, dietro l’ampio tavolo da taglio – pareva riassumerne il carattere nell’alta distinta figura, avvivata dallo sguardo arguto e penetrante dietro gli aristocratici occhiali cerchiati di oro, mentre la gialla fettuccia di un «metro» gli pendeva con negligente abbandono da una spalla lungo la giacchetta, come per un’ostentazione di artiere orgoglioso del suo lavoro.
Poiché la clientela della sartoria Messneo veniva da quello stesso alto ceto dei frequentatori dello Spinelli, davanti alle tre porte – che finivano per confondersi nella funzione ospitale – si affiancavano nella sosta marchesi e baroni come i Nesci, i Sarlo, il barone Donato, i De Blasio e borghesi di stile come don Franco Cartella, un temperamento di umanista appassionato di preziosità culturali; e spesso anche l’on. Demetrio Tripepi con l’immancabile seguito dei fedelissimi nella politica e nella professione, primi fra tutti gli avvocati Antonio Canale e Giorgio Tommasini.
L’antagonista politico dell’ambiente Spinelli – l’on. biagio Camagna – non era frequentatore dei Caffé. Si può ricordarlo qualche volta soltanto a gustare un gelato al Caffé Cassano nella piazza del Duomo, celebrato per l’eccellente lavorazione dei rinfreschi, ma non caratterizzato da un particolare tono ambientale; anche se il proprietario ed i suoi egregi figliuoli non nascondevano la loro devozione al deputato democratico.
Ai tavoli marmorei dello Spinelli, al primo declinar dell’estate, i più appassionati amatori degli spettacoli facevano cerchia attorno al conte Genoese di Gerìa, che aveva già in mentre qualche suo piano da suggerire od attuare per la ventura stagione lirica al «Comunale», e cercavano di conoscere le primizie, non senza enunciare le proprie simpatie per il tenore – più spesso, per il soprano – che avrebbero preferito.
Il martedì, il giovedì, la domenica, nei pomeriggi invernali o nelle serate estive, la passeggiata lungo il Corso imponeva soste e deviazioni abitudinarie, con lenti e monotoni giri lungo i lati della «piazzetta», mentre vi si svolgevano i concerti della banda cittadina o di quella militare. Allora il Caffé Spinelli serviva in pieno alla sua destinazione e, coi suoi tavoli collocati per l’occasione, invadeva anche il marciapiede dirimpetto. Nobili e borghesi si confondevano davanti ai saporosi rinfreschi e nella elevazione suscitata dalle dolci armonie della banda, diretta da maestri come Cimino, Sardei, Bernabei.
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Come il Caffé Cassano, già ricordato, un altro che poteva esser detto un locale per tutti – cioè senza caratteristiche ambientali che suscitassero, a seconda dello stato o delle situazioni personali, attrazioni o repulse – era il Caffé Europa.
Chissà perché quel nome! Certamente a quel tempo non si agitavano propositi di unificazione continentale, né risulta che al proprietario, tale Aloi, circolassero nel sangue fermenti di ideali mazziniani… Neppure è da pensare che quel nome volesse suonare omaggio al mito della bella figlia di Agenore rapita da Zeus, che Paolo Veronese dipinse; anche se quel locale aveva sede nel piano terreno del palazzo Vitrioli ove, nell’ultima metà dell’Ottocento – evocati nei metri latini del cantore dello Xiphias – tanti classici miti ebbero stanza.
Bel Caffé Europa che, nel salone principale e nelle salette contigue, serbava e pareva difendere l’impronta di una borghese serietà quasi austera!
Ne ricordo meglio le salette che il salone perché l’accesso a quest’ultimo presupponeva un’autonomia… finanziaria che a me ragazzetto mancava; mentre in quelle mi fu dato più di una volta di sostare, condottovi da un vecchio sacerdote mio congiunto, il parroco Furci, che mi fu paterno. Là, in più di un pomeriggio estivo, il buon prete, cedendo alla voglia di prendere un rinfresco, cercava un angolino che smorzasse il contrasto fra la sosta nel pubblico ritrovo e l’austerità della veste talare. Non era ancora l’alba del ’900 e, d’altra parte, quel riserbo era certamente sentito, se quel pio ma fiero sacerdote non soleva far mistero di oneste spregiudicatezze, tanto che, una volta, chiamato ad un redde rationem, aveva detto lealmente al severo arcivescovo Portanova che, per lui, il culto era una cosa e la politica un’altra ed avrebbe continuato a sostenere Biagio Camagna; e non so se aggiunse che, in ciò, entrava anche il fatto che «Biagino» era stato tenuto a battesimo da un suo diletto fratello, il dottor Gaetano Furci, mio nonno, dopo che questi ed il padre del deputato, l’avv. Giambattista Camagna, erano stati liberati dalle prigioni borboniche, patite insieme per la libertà…
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Un contrasto del Caffé Spinelli poteva parere il Caffé Garibaldi, a poche centinaia di metri da quello, sull’altro lato del Corso, a un dipresso là dove ora è il portone del palazzo municipale, che a quel tempo sorgeva sul lato opposto, di fronte.
Non soltanto quel nome, ma un grande ritratto dell’Eroe posto in alto ad una parete e, sotto quel quadro, alla sua scranna, la gagliarda figura del proprietario – il vecchio meneghino Guzzi – gli davano una nota risorgimentale, democratica. Qui, nelle ore più varie, si dovevano apprestare le «cartelle» delle quotidiane corrispondenze ai loro giornali i pontefici del giornalismo reggino come i fratelli Giulio e Filippo Tassoni dell’Ora di Palermo e del Mattino di Napoli (allora e sempre corazzati di un’assoluta probità, di una prudenza esasperata nella ricerca della precisione di ogni notizia e della giustezza di ogni commento, non senza arguzia polemica che, in Giulio specialmente, era spesso anche caustica) e Giovanni Valentino (vivace di ingegno e di stile quanto caratteristicamente lento, anzi tardigrado, nella cadenzata andatura) corrispondente della Gazzetta e poi dell’ancor giovane e già fortunato Giornale d’Italia; nonché alcuni minori, tra cui ricordo l’occhialuto Oliverio del Giornale di Sicilia.
Là convenivano pure, per dare od attinger notizie, per commentare la politica locale (la pulitica mbascia, come si diceva, prendendo a prestito il titolo di una rubrica dialettale dei fratelli Zucchisi di un foglio locale) i redattori dei settimanali cittadini: il dott. Giovanni De Rosa, Italo Vollaro, Luigi Assumma e, di tanto in tanto, Luigi Crucoli, questi venendovi dalla sua Cartoleria, che era anche l’ufficio di redazione de La luce, di cui egli era il direttore.
Al fervore di vita che ne veniva, concorrevano altri assidui, specialmente professionisti: l’avvocato Gaetano Ruffo, uno dei più noti ed eloquenti penalisti reggini del tempo, reduce a sera dalla pedana schermistica, ove soleva smaltire quanto della sua gagliardia aggressiva non aveva speso al mattino fra il Tribunale e l’Assise; il prof. Giuseppe Megali-Del Giudice, appassionato di folklore; l’avvocato Michele D’Agostino, dal largo cappello a cencio e la cravatta nera alla Lavalliere, scattante come le sue ideologie libertarie; Emilio Ravenda, valoroso insegnante di lettere nelle scuole medie, sempre pronto ad intramezzare ai suoi studi una vivace polemica, specialmente letteraria. Nell’ambiente, ma pure come distaccato, sempre in moto fra i tavoli o fermo sull’uscio – piccoletto di statura, in tight e bombetta, con un’aria sorniona che l’immancabile sigaro in bocca accentuava – era l’avvocato don Pietro Melissari, ingegno eletto e di larga cultura giuridica (ho udito più di una volta Biagio Camagna e Demetrio Tripepi salutarlo maestro), oratore dalla parola arguta, ma al quale le vicende di una vita poco ordinata avevano negato il successo di cui sarebbe stato degno.
Davanti a questo Caffé – da uomini che improvvisamente ne sbucarono, mescolandosi alla folla che assiepava il marciapiede antistante – ho udito dare il «via» ai fischi più insistenti ed assordanti dei quali abbia ricordo…
Tornava da Roma, ove il Papa Leone XIII gli aveva imposto il cappello cardinalizio, l’illustre e dotto e combattivo mons. Gennaro Portanova che, in occasione della più recente battaglia elettorale, aveva realizzato l’accordo ufficiale fra il partito clericale e quello tripepino, in virtù del quale la lista clerico-moderata aveva conquistato il Comune col più naturale e profondo risentimento dei camagnini.
Il neo Cardinale era stato solennemente ricevuto alla Stazione succursale (che era allora, di fatto, la principale) e, seguito dal clero, dalle autorità e dalla folla acclamante, avanzava ora benedicendo lungo il Corso, diretto all’Episcopio.
Nel momento in cui la carrozza cardinalizia stava per giungere all’altezza del palazzo municipale, si vide aprirsi la vetrata del grande balcone centrale ed il sindaco, appunto l’on. Tripepi, affacciarsi e salutare con un largo inchino il porporato.
In quell’istante, dopo un fulmineo tramestio fra la folla assiepata innanzi al Caffé Garibaldi, si levarono quei sibili di schietto tono metallico, con una tale furia da sirene impazzite che gli applausi fragorosi, contrapposti dai devoti del Sindaco e del Cardinale, non riuscirono a nascondere il generale smarrimento ed a fugare il pallore di tanti visi sconvolti, che prima erano apparsi raggianti di gioia.
L’impresa (chiamiamola così!) rientrava nello stile del tempo, ma poco mancò che il Caffé Garibaldi non dovesse patirne qualche riflesso… Alla fine, però, intesero tutti che quello c’entrava soltanto per la sua ubicazione nel luogo della sfuriata piazziaiola, ma restava sempre un locale accogliente per tutti, di qualsiasi idea, sotto il roseo volto oleografico dell’Eroe e nella signorile cortesia del vecchio Baraldi.
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Altro ci voleva per diradare il pubblico di quell’antico Caffé; e venne negli ultimi tempi di quella vita reggina avanti il disastro che travolse la città; e fu il sorgere – a meno di trecento metri dal «Garibaldi», nel tratto fra via Osanna e via Fata Morgana – di un nuovo locale, di stile più moderno: la Buvette Italia, diretta da Belfanti, il capostipite di una distinta famiglia mantovana, che già allora aveva legato il suo nome alla vita reggina nella gestione di ritrovi ed alberghi del più grande decoro per la città.
Piuttosto che un Caffé – secondo l’antico carattere esteriore di tali ritrovi – doveva dirsi (per tradurre quell’intitolazione francese in una parola ormai nell’uso più frequente) un bar; e forse appunto per quel suo stile che imponeva l’andirivieni dei frequentatori e consentiva la sosta soltanto sulla porta e sul tratto di marciapiede innanzi, la Buvette Italia divenne presto una nota di colore nel movimento del Corso.
Un picchetto di giornalisti non vi mancava mai ed, in alcune ore del giorno e della sera, si univano a quel gruppo «signori» che vi passavano qualche ora di svago, impiegati che uscivano dall’ufficio, professori nelle ore libere dalla scuola; molti attratti dalla novità, abbandonando od alternando l’antica consuetudine del Garibaldi o dello Spinelli.
Ricordo Luigi Aliquò-Lenzi, che già aveva consolidato i suoi due grandi amori: gli studi letterari ed il giornalismo; Francesco Morabito-Calabrò, calligrafo e numismatico, miniaturista di pregiate pergamene e pubblicista di gusto, come documenta la raccolta della rivista di cultura da lui fondata e diretta: L’Ellade italica.
Qualche profilo nuovo di tanto in tanto si aggiungeva: di giovani specialmente, anzi di giovanissimi. Come non ricordare tra questi Paolo Giorgani, allora Paolino, uno dei pimi a far sorgere in Reggio un piccolo nucleo del Partito Radicale, dietro l’ispirazione dello zio, l’illustre ora compianto concittadino Giovanni Ciraolo, che allora di quel partito era già esponente autorevole in campo nazionale? Con Nicola Boccafurri – che ancora oggi è possibile ripescare nell’ingranaggio di un quotidiano romano, nell’angolo in cui più acre è l’odore dell’inchiostro, più assordante il fragore delle rotative – Giordani era l’animatore del Corriere calabrese, il settimanale al quale collaboravamo anche quanti – e taluni appena adolescenti, ma già in fregola di giornalismo – aderendo ad altri partiti affini, non avevamo, però, un proprio organo di stampa. Paolino, giovanissimo anch’egli, era guida e consigliere, per l’intuito e la disposizione culturale che poi lo portarono alla Direzione della Società italiana autori e scrittori, dove seppe conquistarsi la simpatia di quei difficilissimi tipi umani che sono i letterati e gli scrittori di teatro.
E come non ricordare lì, presso il banco di mescita o sulla soglia o sul marciapiede, Umberto Bianchi, che vi giungeva dal suo ufficio presso la Stazione radiotelegrafica del Porto, sempre con la stessa cravatta rossa – insegna esteriore, come allora usava, della più accesa fede socialista – ma con un’idea nuova ogni giorno da regalare a Crucoli per La luce, a De Rosa pel XX Settembre, a Giordani pel Corriere!… Quando mi accade di leggere qualche suo articolo di oggi, me ne viene un invito a riflettere per via del ricordo di quella creavatta rossa che, nella mia mente, fa tutt’uno con quello rimastomi del vivace profilo psicologico dell’autore. Poi… conto sulle dita: ’907, ’908… ’955, e mi dò ragione. Sulla Buvette Italia è passato soltanto un terremoto; sulle nostre povere vite e sul mondo l’esperienza delle percosse spirituali più profonde e laceranti.
Verrebbe fuori ancor oggi col suo Batacchio Ferdinando Zito? Non credo.
All’aspetto lo avreste detto un taciturno; se intervenire in una discussione pareva che brontolasse, come per timore che, enunciando in chiare lettere tutto il suo pensiero, dovesse finire in uno straripamento da sgomentare gli interlocutori. Aveva portato dalla sua Cittanova l’empito di un’intelligenza estrosa, una ricca e varia cultura non soltanto di medico, pur se non aveva mai veduto il letto di un ammalato, ed un’esuberanza di propositi battaglieri.
Le tasche rigonfie di giornali, le spesse lenti da miope, attraverso le quali lo sguardo sfrecciava… Ma era tutto una freccia, con quel suo camminare a passi rapidissimi, col busto lanciato in avanti in gara vittoriosa sul moto veloce delle gambe, e sormontato da un piccolo cappello alla Lobbia, caratteristicamente deformato nelle falde laterali schiacciate contro la cupola, così da accentuare quel profilo di tutta la persona che faceva pensare ad un corpo lanciato contro un bersaglio!… Quale?
Quel nome, dato come titolo al suo settimanale, egli lo aveva tratto da una novella trecentesca e sulla testata, a guisa di «manchette», erano alcune parole anch’esse tratte da quella: - «Michele disse: messer Batacchio te n’ha fatta chiara… A te stia!»?
Ferdinando Zito, col suo giornale, sapeva di averla fatta chiara a più d’uno.
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Non che i giornalisti fossero il pubblico esclusivo della Buvette. Altri toni, altre sfumature erano in quella macchia di colore.
Glieli conferiano tipi e figure del più diverso stampo; dal marchese Felice Genoese Zerbi – un gentiluomo di alta signorilità e di generosità proverbiale, propulsore di innumeri iniziative ispirate a principi e sentimenti democratici, dietro le quali non sarebbe stato mai possibile scorgere l’ombra più remota di una sua mira od ambizione personale – all’avvocato Giorgio Tommasini (Giorgetto, per la linea e gli atteggiamenti giovanili, pel suo costante sorridente umorismo che fioriva in uno scoppiettio di barzellette a getto continuo) il quale, quando era disimpegnato dalla frequenza del suo maestro on. Tripepi, preferiva l’atmosfera più sua della Buvette; al nostro caro Napoleone Vitale, a Francesco Perri (il futuro autore di Emigranti), entrambi giovanissimi, che di tanto in tanto vi apparivano per offrire a qualche intimo la lettura dei loro versi più nuovi, di cui il buon fiuto del prof. Morabito-Calabrò accaparrava i migliori per la sua Ellade italica; a Nardi, un simpatico settentrionale (o romangolo?) vivace e ridanciano, che però si vedeva talvolta su e giù lungo il marciapiede come assorto, distratto, ed era quando pensava e preparava le beffe più gustose o limava quei graziosi e mordenti couplets che, una volta, dedicati ad una caratteristica figura reggina, imbeccò al primo attore di una operetta allora trionfante – La gheisa – e quegli li sfoggiò la sera stessa dal palcoscenico sull’aria del Cin-Cin-Cin-Cin fra gli applausi del pubblico delirante sicché, per settimane e mesi, divennero patrimonio vocale degli scugnizzi per tutte le vie della città.
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Più si elevava il tono quando si accendevano e propagavano conversazioni e discussioni più strettamente culturali ed artistiche. Specialmente Ferdinando Zito, Ravenda, Morabito-Calabrò, Franco Cartella, Luigi Aliquò-Lenzi, Nino Giuffré (romanticamente Ariel nelle sue cronache giornalistiche), Michele D’Agostino portavano, dalla Buvette o dal Garibaldi allo Spinelli o da questo a quelli, i riflessi più vivi dei grandi contrasti letterali, artistici e teatrali del giorno in campo nazionale, con un particolare geloso interesse per le opere di quei conterranei che proprio in quegli anni salivano nella rinomanza.
Quali entusiasmi ad ogni nuova affermazione di Francesco Ierace, che già vedeva al trionfo le sue creazioni di scultore anche fuori d’Italia!… Quali accesi dibattiti per Gloria di Francesco Cilea, presentata proprio nel 1907 alla «Scala» di Milano, diretta da Arturo Toscanini e tanto variamente giudicata dalla critica, o per La flotta degli Emigranti di Vincenzo Morello, intorno alla quale – fra i personaggi dell’on. Lantosca e di Malvino – la critica artistica si impeciava della polemica politica!…
Al diapason di quelle accese discussioni, i dispuntanti… si scioglievano, ad un invito appena letto nello sguardo di don Giorgio Spinelli o dell’ottimo Belfanti e di Guzzi, rigidi tutori della… disciplina nel ritrovo, ma i dibattiti echeggiavano poi e continuavano nei «Circoli», nelle scuole, nei salotti, ovunque quella vita cittadina più si mostrava sensibile a certi problemi.
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In taluni giorni dell’anno, nell’occasione di festività cittadine o di qualche importante avvenimento (e sempre il Corso ne era il naturale teatro) i Caffé venivano addirittura invasi ed erano veramente di tutti. Per tempo ne venivano occupate le sedie attorno ai tavolini lungo i marciapiedi: risorsa agognata di quanti non potevano fare assegnamento sull’ospitalità di un balcone amico o non gradivano altra sosta che non facesse sperare la possibilità di un riposo.
I Caffé diventavano allora tribune: sulle sedie, sui tavoli sorgevano siepi di uomini e di donne che vi godevano la sfilata delle maschere o quella dei carri allegorici, il «corso dei fiori» o la «passeggiata storica»… e specialmente – nella mattinata del sabato settembrino, da cui avevano inizio le feste patronali – la tradizionale processione della Madonna.
La Vara con la sacra immagine, portata da uomini del popolo, scendeva dal vecchio Eremo francescano in città fra i ceri accesi, le musiche, i canti, seguita dalle autorità ecclesiastiche e civili e da una fiumana di popolo, in una scena pittoresca sfavillante di cento colori sui quali trionfava l’azzurro degli abiti maschili o femminili di tanti che, per voto, vestivano del colore della veste della Madonna. Un soffio travolgente di vita si levava dalla folla nel grido rinnovantesi, appassionato, prepotente di «Viva Maria!…», esaltando insieme la semplice e profonda fede religiosa ed il senso dell’antica tradizione cittadina.
Quel giorno, in quell’ora anche la vita dei Caffé era soltanto una nota della gioia e del sentimento comuni, avvivati dai ricordi ed irraggiati dalle speranze di tutto il popolo.
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