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di Gaetano Cingari
Nei nostri frequenti incontri, l’ormai anziano ma lucido onorevole Gaetano Sardiello ritornava spesso ai fatti più rilevanti e ai casi più curiosi della Reggio dei primi del secolo. E, fine chiosatore qual era, mi faceva rivivere una città, sì carica di problemi e di duri scontri personali e di gruppo, ma viva e operosa, e soprattutto animata da fondate speranze di nuovi più larghi progressi civili e sociali.
Parlandomi di Biagio Camagna, dei fratelli Tripepi e del loro lungo e acceso scontro politico, mi rievocò tra l’altro un comizio del primo, cui aveva assistito – ragazzo – nella «piazzetta», come si denominava comunemente allora l’attuale piazza Italia. Oratore impetuoso, Camagna attirava nei suoi comizi più «popolani» che «signori». Quella volta in prima fila lo acclamava una popolana in avanzata gravidanza; e tanto forte era l’impeto della sua partecipazione, che si batteva ripetutamente le mani sulla pancia osannando: «Figghiu meu, grida pure tu: Viva Camagna!».
Leggendo, poi, le cronache dell’epoca, non diversa, sebbene più contenuta, emerge l’immagine dei comizi del Tripepi, non di rado turbati da contestazioni e tafferugli. Lo stesso Sardiello così definisce in un suo saggio quei conflitti che dividevano in due grandi fazioni la città: «Tripepini e camagnini… voleva dire, grosso modo, gli aristocratici o, più genericamente, i «signori» da una parte, e gli uomini del popolo, i democratici, dall’altra: una destra e una sinistra senza accentuazioni profonde, se non fosse quella che era la nota nevralgica della politica nazionale…».
La città contava allora poco meno di 50 mila abitanti, di cui più di due terzi nel centro storico e nei due rioni di Sbarre e di S. Caterina e gli altri nelle sue dodici frazioni, dalle più vicine (Spirito Santo, S. Elia di Condera, S. Sperato, Vito, Botte Lumbone, Archi, Riparo e Cannavò) alle più lontane (Nasiti-Trizzino-Terreti-Perlupo, Pavigliana e Vinco, Arasì e Straorino, Ortì, Cerasi). Complessivamente, il volto sociale era meno rurale che altrove in Calabria e nel resto della provincia reggina. Circa diecimila persone erano censite come addette al commercio, all’edilizia e alle lavorazioni «industriali» o al servizio privato o alla pubblica amministrazione. Nel centro storico, dunque, le figure principali erano benestanti, professionisti, impiegati e soprattutto domestiche, muratori e manovali, sarti e modiste, calzolai, fabbri, falegnami, lavandaie e stiratrici, cocchieri, fornai e panettieri, piccoli esercenti. Era in forte recessione l’industria tessile domestica, ma era in buona crescita il polo ferroviario, unico nucleo propriamente operaio, se si tolgono l’officina del gas, le poche residue filande e le «fabbriche» di lavorazione dell’essenza di bergamotto.
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In questo quadro, che esprimeva il passaggio dall’Ottocento al Novecento e, ad un tempo, la transizione tra il vecchio mondo che tramontava e il nuovo che imponeva i suoi più larghi modelli e le sue più imperiose leggi, trascorreva la sua vita laboriosa una popolazione attratta nelle sue sfere medio-alte dal teatro, dai concerti, dai caffé, o costretta nelle sue parti più popolari ad un lavoro quotidiano lungo e talora penoso, ad abitazioni poco igieniche, ad un’alimentazione scarsa e ripetitiva. Ma, nel complesso, la Città era molto civile e parecchio vivace: si era ampliata la struttura scolastica, erano sorti nuovi caffé-ritrovo, le testate giornalistiche locali si erano moltiplicate e, sebbene già allora si fosse accentuata l’emigrazione di ingegni forti verso Roma o nelle città del nord, il clima generale era, tutto sommato, dinamico e non privo di solide speranze per il futuro.
La crisi agraria certo pesava e l’emigrazione la testimoniava chiaramente, non tanto a Reggio e nemmeno in quote allarmanti nelle sue frazioni quanto nella provincia, comunque buon’ultima in Calabria ad esserne interessata.
C’erano, però, altri fattori di segno positivo. Risolti in parte i problemi della struttura urbana via via ampliatasi nel primo trentennio unitario, aperte nuove strade, imbrigliati i torrenti Annunziata e Calopinace (specie quest’ultimo fonte di disastrose alluvioni fin nei quartieri popolosi del centro storico), sistemate le infrastrutture connesse al completamento della ferrovia, avviati finalmente i lavori della costruzione del porto; insomma realizzato, sia pure parzialmente e assumendo pesanti debiti, il programma enunciato dalla «destra» liberale e dalla «sinistra» nicoterina, la Città guardava al suo futuro non disperando di superare con successo la crisi di fine secolo e il nodo di problemi posti sia dalla crescita demografica sia dal cambiamento sociale.
Lo scontro tra Camagnini e Tripepini si collocava in questo quadro. Biagio Camagna, figlio di uno dei maggiori cospiratori antiborbonici del 1847-48, entrò in Parlamento nel 1892, dopo un’esperienza nei Consigli comunale e provinciale. I tre fratelli Tripepi esordirono più o meno in quegli stessi anni: Francesco fu deputato di Palmi e di Melito, con qualche interruzione, dal 1890 al 1910; Domenico, sindaco di Reggio dal 1895 al 1900 e nel biennio 1903-4; Demetrio, consigliere provinciale del mandamento di Gallina e sindaco della Città dal 1905 al 1907.
Per quasi un ventennio la vita politica ed amministrativa fu dominata dall’uno e dagli altri, poli di forte aggregazione dei diversi interessi e delle contrastanti opinioni della comunità cittadina. Sommariamente, si può dire che si assistette ad una singolare distinzione dei rispettivi ruoli, con Camagna vincente nel collegio politico di Reggio, comprendente anche il mandamento di Calanna (Gallico, Sambatello, Villa San Giuseppe, Rosalì, Laganadi, S. Alessio, S. Stefano) e con i Tripepi vincenti nella guida del Comune.
Questa polarizzazione tra leaders dominanti e tra politica e amministrazione merita qualche cenno di spiegazione.
Anche a Reggio si era avviata in quegli anni la formazione del partito socialista, combattivo anche se molto debole, come testimoniano le numerose querele, i sequestri subiti dal giornale – La Luce – e la scomunica comminatagli dalla Curia; ed era emersa in campo cattolico una più determinata tendenza alla partecipazione politico-amministrativa per impulso dell’arcivescovo Gennaro Portanova, insignito della porpora cardinalizia nel 1899, uomo vigorosissimo a far contare la sua parte nella vita soprattutto amministrativa della Città. E mentre i socialisti, nei momenti decisivi e nei travagli interni, finivano per aggregarsi a Camagna, i cattolici finivano per allearsi ai Tripepi, additati perciò dai Camagnini come clerico-moderati.
Le molte scissioni di quegli anni ne sono piena testimonianza: in campo socialista alcuni esponenti ritenevano che la democrazia camagnina rappresentasse l’unico veicolo contro la conservazione e altri che essa fosse, invece, troppo servile verso Giolitti; e in talora reazionarie. Un grande ruolo era tuttavia svolto dalla massoneria, ben presente e determinante nei due schieramenti. L’anticlericalismo massonico era un dato diffuso, specie tra i Camagnini, e questo rendeva lo scontro ancora più acceso.
L’assassinio di Umberto I può ben considerarsi uno spartiacque anche nella vita della Città. Il principe Vittorio Emanuele, che aveva appreso la ferale notizia mentre navigava con il suo yacht nel nostreo Stretto, approdato allo «sbarcadero» di Porto Salvo, cioè alle vecchie «botti di ormeggio» (là dove nel 1932, in ricordo di quell’evento, fu costruito il «Cippo»), non aveva trovato una città unita. Molta commozione, è vero, ma anche distrazione, se non disimpegno rispetto ad eventi così tragici.
Quell’anno – il 1900 – se si lasciava alle spalle un periodo, tutto sommato, positivo per le opere pubbliche cittadine, poneva molte angosciose domande per l’avvenire, specie in rapporto al ruolo della Città nel cambiamento in atto dei traffici e del commercio. Alcune opere erano state realizzate nel precedente decennio: la tanto attesa «Villa Comunale»; il nuovo Macello, quasi un edificio artistico, dirà lo scrittore inglese Gissing, annotando però la contraddizione di quello «strano esempio di civiltà progredita» in mezzo a tanti altri ritardi di opere primarie di civiltà; l’ampliamento della rete di illuminazione a gas; la grande Caserma militare (nel 1901 il presidio reggino contava 1200 uomini); e soprattutto l’avvio dei lavori di rifacimento del «Palazzo di città», che ancora si chiamava S. Domenico, inaugurato infatti nel 1902 nell’area dove ora sorge il Teatro Comunale.
Molto, però, restava da fare: dal risanamento dei rioni «luridi» nell’area tra il Castello, il Crocefisso e l’attuale mercato (Fornace, Pantano, Monachello, Gabelle), alla ristrutturazione della stazione «centrale», ritenuta da tutti una vera e propria bruttura, alla sistemazione del «lungomare», alla creazione di scuola ad indirizzo tecnico e professionale da affiancare al glorioso Liceo «Campanella». E restava soprattutto incerta la via da intraprendere per non restare tagliati fuori dalle trasformazioni economico-sociali in corso.
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L’idea-forza di tutti i gruppi cittadini era stata, ed era, che Reggio si potesse collocare come nodo fondamentale di scambio. Per questo la Città, mentre si era lungamente battuta per il completamento della rete ferroviaria nel versante tirrenico, si era pressoché svenata per la costruzione del porto. Le cose sembravano andare tuttavia in direzione opposta alle concepite speranze perché all’apertura della ferrovia tirrenica non aveva corrisposto il pur tanto promesso ampliamento del porto, e anzi si era profilato il pericolo della costruzione di un altro nella vicina Villa San Giovanni. La Camera di commercio reggina non aveva tardato a sollevare il problema, scrivendo criticamente che il governo era giunto «fino a non tener conto del porto di prima categoria presso la più importante città della bassa Italia, per progettare opere di scalo militare a Villa San Giovanni, sul mare aperto e per approvvigionamento di un forte di dubbia consistenza, che costa allo Stato più di quanto sarebbe costato l’ampliamento del bacino e l’armamento del porto di Reggio»; e scrivendo, inoltre, che la Città si sentiva minacciata perché la sua sola alternativa era di «vivere di commercio e di traffico, o decadere».
Il problema dell’ampliamento del porto divenne, pertanto, il nodo essenziale del dibattito cittadino. Camagna lo aveva assunto nel suo programma fin dall’esordio parlamentare e, si può dire, ne aveva fatto il suo cavallo di battaglia: «Non bisogna dimenticare mai che la questione del porto si collega al servizio dello stretto e che attualmente si stanno facendo pressioni al Ministero, perché il servizio istesso si faccia tra Messina e Villa San Giovanni per la brevità di percorrenza. La nostra città adunque, per quanto riguarda il passaggio dello Stretto è minacciata dagli interessi siciliani che cercano di prevalere».
I Tripepini alla guida del Comune, ma con maggioranze litigiosissime, non erano insensibili a queste denunzie, e, d’altra parte, la neonata Camera del lavoro non stava con le mani in mano di fronte al montante malumore popolare. Di qui anni di ricorrenti agitazioni che tuttavia, se conseguivano qualche risultato in ordine all’ampliamento dello scalo marittimo e alla variante della ferrovia tra Reggio «succursale» (ora Lido) e S. Caterina, non potevano bloccare la costruzione del porto villese. E da qui ancora le diatribe sulle modalità d’impiego in connessione anche con il traghettamento dei carri ferroviari della coppia di ferry boats «Scilla» e «Cariddi» entrati in funzione nel 1896 per i passeggeri e dal 1899 per le merci.
In realtà, la Città era molto cresciuta e le stesse accese polemiche e l’emergere di nuovi gruppi (ad esempio,la pattuglia radicale del marchese Felice Genoese-Zerbi, animatore tra l’altro del Circolo giornalisti) ne dimostravano la vivacità. Ma i dati generali non l’aiutavano ad uscire dall’instabilità. Se dopo anni di battaglia si ottenne un sollievo statale per le stremate finanze comunali e si ebbero l’attesa statizzazione della scuola tecnica e l’istituzione dell’Istituto industriale e di quello magistrale; e se si cominciò a operare concretamente per la sostituzione dell’illuminazione a gas con quella elettrica e per progettare la rete tranviaria e soprattutto il risanamento dei rioni «luridi», tutta la politica economica governativa fissava più in profondità i termini della dipendenza, come del resto chiaramente denunziavano gli esponenti della «Giovane Calabria», ben presente a Reggio. La stessa «legge speciale Calabria» del 1906, emblema di quella dipendenza, nacque difatti a seguito di un grande terremoto; e sventuratamente un altro terribile sisma si sarebbe incaricato, da lì a due anni, di distruggere interamente una Città ricostruita con molti ritardi ma con molta fatica dopo l’altro grande terremoto del 1783.
Demetrio Tripepi morì sotto le macerie. Dei tre fratelli era stato il vero antagonista di Camagna e, con la sua scomparsa, si chiudeva un’epoca (Domenico era morto nel 1904 e Francesco morirà nel 1910). Camagna resterà politicamente vivo fino al 1919 ma in un contesto molto mutato dalla tremenda emergenza del post-terremoto.
Intanto, spuntava una nuova «stella politica», Giuseppe De Nava, destinato a reinterpretare il ruolo che era stato per tanti anni dei Tripepi e dei liberali moderati.
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