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La storia la scrivono sempre i vincitori. Tuttavia anche i vinti, a meno che la loro genia non si oblii definitivamente in oscuri anfratti antropologici, col tempo riescono a fornire una loro versione dei fatti che li hanno visti soccombere. La storia così rivisitata, o meglio revisionata, finisce nei tempi lunghi col sedimentarsi condivisa fino a divenire la storia di tutti: quella che si tramanda definitivamente ai posteri e che diventa il passato di un’umanità che sulle sue tracce, attraverso il presente, si proietta al futuro.
Ma oltre a quella di nazioni e regni e imperi, di popoli e movimenti ed etnie, di Re e Papi e grandi uomini, vi sono anche altre storie: quella delle idee e religioni o delle utopie; quella della famiglia o delle donne e bambini; ecc. Anche queste storie, in un’ottica post-illuministica, si sono conquistate il loro spazio ritagliandosi, anche se per una ristretta elitaria platea, una fetta di attenzione.
Vi è, invece, un’altra storia che spesso viene dimenticata: pur non essendo propriamente una storia di vinti, rischia ugualmente l’oblio perché i fatti che racconta, peraltro riguardanti piccole comunità che la grande storia ha solo sfiorato, si sono imbucati in un cul-de-sac senza uscita o comportati come un ramo secco e infruttifero dell’evoluzione storica.
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Partendo da queste considerazioni, per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia la Fondazione Mediterranea, nell’ambito delle sue Lezioni Reggine, ha organizzato un incontro in cui è stato presentato il volume INDAGINE CRITICA SUGLI ALBORI DEL RISORGIMENTO A REGGIO CALABRIA di Antonio Cordova, insigne e indimenticabile uomo di cultura reggino scomparso nei primi anni Novanta.
Il lavoro di indagine su alcuni aspetti poco o nulla conosciuti della storia reggina preunitaria, costituito da una Tesi di Laurea in Lettere conseguita presso l’Università di Catania nel 1945 con relatore il prof. L. Tomeucci, pur prescindendo dalle idee di cui è refere, ha l’indubbio pregio di salvare dall’oblio un pezzo di storia cittadina inserita nel maggiore ambito di quella dello Stato Borbonico: se il processo dell’unificazione nazionale avesse seguito strade diverse (ovvero non quella della conquista del Sud da parte dello Stato piemontese con annessioni legittimate ex post da plebisciti facilmente pilotati da un’intellighenzia ideologicamente orientata), essa a buon diritto sarebbe entrata nella più grande storia del Risorgimento nazionale.
All’uopo è illuminante quanto stralciato dal testo e riportato nella quarta di copertina del volume, un commento dell’autore ai frammenti di storia analizzati che potrebbe essere considerato come la cifra identificativa dell’intero lavoro: “Se la prepotenza degli stati più forti e gelosi dei loro princìpi non si fosse immischiata, contro ogni diritto, a soffocare le aspirazioni degli altri popoli, per lo più a loro completamente estranei; noi qui potremmo vantare la gloria di avere preceduto, e di molto, l’instaurazione del primo Regno Moderno d’Italia e, forse anche, sarebbe toccato a noi pure il compito dell’unificazione della Patria”
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L’incontro si è tenuto a Palazzo san Giorgio con relatori il prof. Franco Arillotta, storico reggino membro della Deputazione di Storia Paria per la Calabria, e prof. dott. Antonino Monorchio, neuropsichiatra direttore scientifico della Fondazione Editrice Sperimentale Reggina, cui si deve la riscoperta e la pubblicazione del lavoro del prof. Cordova. Ha presentato e moderato l’incontro il dott. Vincenzo Vitale, presidente della Fondazione Mediterranea.
Il primo dei relatori a prendere la parole è stato il prof. Monorchio che, col suo solito modo estremamente denso e conciso di esporre le idee, nell’ambito di una relazione improntata a definire il quadro filosofico e ideologico nel quale si muovevano i personaggi di quei tempi, ha sottolineato lo spirito profondamente cristiano con cui l’autore ha affrontato una tematica quantomeno imbarazzante: l’anelito libertario di quei tempi, le istanze di libertà ed eguaglianza, pur legittime e condividibili, erano purtroppo portate avanti in maniera “settaria” da gruppi borghesi il cui credo collideva con quello cristiano.
A Franco Arillotta è toccato il compito di entrare nello specifico delle storie tratteggiate e analizzate dal prof. Cordova nel suo lavoro: storie di feroci e insanabili contrapposizioni, di lotte intestine che spaccavano le famiglie, di violente repressioni, di integralismi che poco o nessuno spazio lasciavano alla riconciliazione degli animi; storie di forti passioni e di idee che, estremizzate, non potevano avere altra soluzione che la disfatta di uno dei contendenti. Fu così che la repressione borbonica sulle “sette” libertarie, dapprima viste quasi con simpatia, fu durissima e implacabile.
Concordi i due relatori nel ricordare la figura dell’autore, prof. Antonio Cordova, terziario domenicano, come indimenticabile protagonista della vita culturale e politica cittadina.
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