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Mediterraneo - Umanesimo - Globalizzazione PDF Stampa

1. Mediterraneo, culla di civiltà universale – 2. Homo Meditterraneus – 3. Cultura del dialogo –

4. La mondializzazione economica ed il Mediterraneo – 5. Dalla comprensione internazionale alla cooperazione decentrata

 

MAGISTRALIS LECTIO

PREMIO RUSSELL 2011

 

 

1. Mediterraneo, culla di civiltà universale

 

Il grande storico Fernand Braudel ci ha fornito una magistrale interpretazione della ricchezza di prospettive e di sfumature che caratterizzano il Mediterraneo: «complesso di mari, ingombri di isole, tagliati da penisole, circondati da coste frastagliate, la cui vita è mescolata alla terra, al mare degli oliveti e delle vigne».

Ed è una dimensione dai confini mobili, che Braudel proietta ben al di là dei limiti geografici dell'ulivo a Nord e dei grandi palmenti a Sud, per arrivare con "larghe ondate compensate da incessanti ritorni" ad interessare tanto l'Europa continentale nel suo complesso quanto il "mare senza acqua" del Sahara.

Non occorre dilungarsi troppo per comprendere la varietà e la ricchezza del mondo mediterraneo, vivendo in città permeate di tradizioni millenarie di intensa associazione con questa complessa realtà.

Non mi pare azzardato sostenere che in definitiva quella che fu la Magna Grecia rimane il cuore del Mediterraneo e probabilmente il baricentro dei suoi equilibri.

Non vi sono più le colonne di Ercole quale demarcazione del nostro spazio di azione; la ricchissima esperienza mediterranea di contatto contaminante tra realtà diverse, di incontro e di dialogo, affinatesi nei secoli e sopravvissuta a temporanee espressioni di intolleranza, ha generato l'humanitas mediterranea che non solo deve aiutare a consolidare la stabilità sociale su entrambe le sponde del Mediterraneo, ma dovrà incitare anche a guardare oltre, a trasferire il dialogo verso orizzonti più ampi.

A questo umanesimo mediterraneo dovrà ispirarsi ogni tentativo di sperimentazione di nuove architetture politiche, più umane, più giuste, liberatrici e feconde nei rapporti Nord - Sud dell'area mediterranea come presupposto dell'obiettivo a noi più prossimo di restituire al Mare Nostrum la sua primitiva funzione di matrice di civiltà anche se, come ha osservato Braudel, «le civiltà sono i personaggi più complessi e contraddittori del Mediterraneo».

Il Mediterraneo, e dunque tutti i paesi che si affacciano sulle sue sponde, si presenta, oggi, non tanto come una realtà socio - culturale e religiosa ben consolidata e omogenea, ma piuttosto come una vera sfida, perché le situazioni concrete delle culture, delle società, delle religioni presenti nei diversi Paesi che si affacciano su di esso sono quanto mai diversificate e compongono un mosaico molto variegato e pluralista. Questa diversità, ben lungi dall'essere un ostacolo nel mondo mediterraneo, è al contrario una dimensione fondamentale di un universo culturale unico al mondo.

La diversità fa parte dell'identità e della storia plurimillenaria del Mediterraneo.

Lo storico tedesco Paul Herre, segnala un fatto molto interessante: ci sono nel mondo solo tre mari interni: il Mediterraneo, il Mare di Cina e Giappone e il Mare delle Antille. Ognuno di questi tre mari interni fu il focolare di una grande civiltà. Il mare americano fu la culla della civiltà dei Maya, dei Nahuatl e degli Aztechi. Il mare asiatico diede i natali alla civiltà cinese e nipponica, e il Mediterraneo a una civiltà che, sola, fu capace di universalità.

Ora, il Mediterraneo è il mare interno più ermeticamente chiuso. Proprio questo carattere chiuso, che apparentemente sembra essere un ostacolo alla comunicazione con l'esterno, ha fatto la fortuna del Mediterraneo e della sua civiltà. Per definizione i mari interni sono mari di comunicazioni e di rapporti. Non sono ostacoli, ma fanno da tramite fra i diversi popoli.

Il Mediterraneo è la porta verso l'oceano e, quindi, verso il mondo intero. La spinta dell'Europa verso l'Africa e l'Asia segue la direzione delle grandi penisole iberica, italica e balcanica. Questo spiega come la civiltà mediterranea si sia a poco a poco trasformata in civiltà europea. Vorrei, inoltre, aggiungere che il Mediterraneo si distingue per il suo carattere di compenetrazione tra i tre continenti: Asia, Africa, Europa, che in questo modo sono collegati ad una unità fondamentale in questa culla di civiltà.

Quindi, tanti popoli così diversi, anzi talvolta opposti, venuti ad insediarsi lungo questo mare contemporaneamente asiatico, africano ed europeo, hanno generato un essere culturale che possiamo chiamare, con Gonzague de Reynold, l'Homo Mediterraneus.

Nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, l'ambiente naturale, il clima, le condizioni di vita, i rapporti, gli scambi, si sono rivelati socialmente più forti della razza, della lingua, dell'origine della religione. Fino ai nostri giorni, le caratteristiche particolari non sono state cancellate, ma tutti hanno ricevuto il marchio del mondo mediterraneo e della sua civiltà.

Elemento comune delle grandi civiltà mediterranee è il sentimento religioso nel cuore della cultura. Non intendo parlare qui della storia complessa delle religioni asiatiche, bensì della fase ulteriore di questo sviluppo. Il sentimento religioso, che ha avuto un influsso decisivo sul futuro del Mediterraneo, inizia quando si libera dal panteismo primitivo, dal divino impersonale, per aprirsi alla divinità personale e quando all'apice di un insieme gerarchizzato di dèi riconosce l'esistenza di un dio supremo, nellà'sua ascensione verso il monoteismo. Il Mediterraneo è la culla delle tre grandi Religioni monoteistiche (Cfr. Poupard, P., Grande Dizionario delle Religoni, dalla preistoria ad oggi, III ed. ampliata, Piemme 2000), che oggi, ancora una volta, sono al centro dell'attenzione mondiale, ed i cui rapporti risulteranno decisivi per il futuro, non solo del Mediterraneo ma della stessa umanità.

Tutti questi elementi fanno sì che il Mediterraneo sia il centro del modo antico, quindi del mondo stesso. Su questo mare hanno origine i più importanti popoli della storia. Sulle sue sponde si insediano le civiltà dominanti. E la risultante di tutte queste civiltà sarà una civiltà dalla vocazione universale, perché sul litorale mediterraneo nasce l'anima più profonda di questa civiltà: il cristianesimo.

Ecco perché il Mediterraneo, così stretto e modesto, si rivela nondimeno come il luogo principale della storia universale. Sempre Gonzague de Reynold non ha esitato a scrivere: «L'histoire universelle est née de la Méditerranée comme en est née la civilisation universelle, comme en est née la religion universelle. Tous les grands événements commencent a la Méditerranée ou finissent a la Méditerranée. Si, ailleurs, de grands événements s'accomplissent, ou bien ils sont liés a des événements méditerranéens, ou bien ils ne s'achèveront et ne prendront tout leur sens que dans la Méditerranée» (de Reynold, G., Qu'est - ce que l'Europe? La formation de l'Europe, Fribourg 1944, pag. 217).

Questa sintetica panoramica storico_ - culturale è già sufficiente per convincere anche il più scettico dell'importanza del Mediterraneo, regione eccezionale, ricca di cultura e di possibilità, ma fragile perché è il centro di un equilibrio che si deve continuamente costruire e perfezionare.

2. Homo Mediterraneus

L'Homo mediterraneus, ieri come oggi, è riconoscibile e identificabile anche per i suoi particolari "carismi", per i talenti che caratterizzano la sua identità, la sua vocazione, la sua missione.

L'uomo mediterraneo, che non si è lasciato irretire, e in qualche modo snaturare, da modelli estranei alla propria tradizione, ha, innanzitutto, una sua particolare intelligenza, una agilità mentale, una naturale propensione alla contemplazione e alla riflessione. Tante scuole filosofiche e tanti pensatori sono sorti nell'ambito dei Paesi mediterranei proprio per tale "vocazione" all'interrogarsi sui principi, sul fondamento e sul "senso delle cose". Penso, ad esempio, ai filosofi della antica Grecia, ai pensatori, filosofi e scienziati del Medioevo, che hanno saputo coniugare il pensiero antico con i contributi della cultura cristiana e araba; penso alle grandi scuole e università sorte in Italia come in Spagna o in Francia, senza dimenticare la grande civiltà culturale di città mediterranee come Alessandria d'Egitto o Bisanzio.

Questo patrimonio di intelligenze, di capacità intellettuali è, forse, il talento più prezioso dell'uomo mediterraneo.

A tale attitudine si unisce, spesso, il "pathos", la passione per le cose, una forte carica emotiva ed una eccezionale energia interiore. Il sapere ed il conoscere non sono vissuti con freddezza e asetticità ma con trasporto e passione, ed è questo, forse, il segreto dell'originalità ed autenticità dell'uomo mediterraneo, che vive "con tutto il cuore" anche le scelte e le azioni più quotidiane ed ordinarie.

A partire da tali caratteristiche uomini e donne che hanno saputo far tesoro della tradizione mediterranea rielaborandola continuamente con creatività e fantasia, non si chiudono nell'efficientismo, nella ricerca della perfezione esteriore delle cose e delle azioni, ma rimangono aperti ad altri valori e ad altre dimensioni, più profonde e personali: quelle dell'amicizia, della famiglia, dell'accoglienza e dell'ospitalità cordiale e premurosa, della solidarietà generosa. E per questi valori è capace di sacrificio, di impegno strenuo e paziente. Basti pensare ai tanti emigranti che dai Paesi del Mediterraneo sono dovuti emigrare nelle Americhe, ai loro sacrifici e al loro attaccamento alla famiglia e al paese natio. La famiglia, intesa nel senso più genuino e pur nella diversità delle tradizioni culturali, è ancora il cardine della società mediterranea.

La civiltà mediterranea, poi, è segnata da una forte religiosità popolare. Tanto spesso denigrata e svilita, essa è invece essenzialmente genuina ed espressione proprio di quell'animo che abbiamo prima descritto. È una religiosità passionale, fatta di slanci, di emotività, ma anche di profondità e di generosità, che incide silenziosamente nella vita quotidiana. In essa hanno largo spazio il culto e la devozione alla Vergine e ai Santi, sentiti vicini alle proprie debolezze e capaci di una intercessione che permetta di superare il fossato fra la propria povera umanità e la grandezza di Dio.

Queste caratteristiche, unite al pluralismo culturale e religioso che ha sempre accompagnato la storia del Mediterraneo, hanno prodotto, tra l'altro, quell'eccezionale, ed unico al mondo, patrimonio culturale composto di straordinarie ed affascinanti opere d'arte, opere di architettura e di scultura, di pittura e di musica, in cui emerge l'anima mediterranea con tutte le sue componenti.

Queste, in estrema sintesi, alcune caratteristiche della identità, della cultura degli uomini e delle donne del Mediterraneo, del loro "carisma". In esse bisogna imparare a riconoscere il messaggio e l'appello, la vocazione di Dio, i talenti da non sciupare, ma da valorizzare e moltiplicare. È importante che la società civile, in cui svolgono un ruolo particolarmente attivo le Chiese cristiane, promuova l'educazione alla scoperta e alla "cura" di questi talenti. Fondamentale è, dunque, il ruolo educativo. Senza una adeguata pedagogia, che sappia contestualizzarsi in tale tessuto storico - culturale e religioso, si rischia di disperdere un patrimonio che non è solo del passato, ma soprattutto del presente, un patrimonio umano e culturale che va accolto come dono di Dio e fatto fruttificare come i talenti della parabola evangelica.

È un patrimonio che può, però, vanificarsi e disperdersi per l'appiattimento, la massificazione delle intelligenze e delle coscienze, non sufficientemente consapevoli della ricchezza della Tradizione, disprezzata e dimenticata, e aperte invece a tutte le tendenze omologatrici, accolte con poco spirito critico, specialmente nei più giovani. Il consumismo, con la sua logica dell' "usa e getta", ha come conseguenza anche il disprezzo e la dimenticanza della memoria storica, di quell'identità profonda costruita attraverso la storia.

La perdita di identità, però, non è provocata solo dalla dimenticanza della memoria storica, ma ancor più, dall'atteggiamento di passività, di rassegnazione e a volte anche di vittimismo, vissuto come una maschera o uno status che progressivamente sostituisce il volto autentico.

Il disagio che si legge in tante vicende umane, in tanti fenomeni culturali e sociali, credo esprima proprio il senso di impotenza, l'impossibilità di far fruttare i propri talenti in un contesto di autentica valorizzazione delle risorse umane.

3. Cultura del dialogo

È coralmente denunciata la necessità e l'urgenza di un cammino condiviso che renda nuovamente, e pienamente protagonisti, gli uomini e le donne del Mediterraneo nel dialogo con gli altri popoli e con le sfide del nostro tempo.

Il silenzio, l’ascolto,il dialogo, il discernimento sono perciò le tappe della riconquista della nostra piena umanità, con la quale entrare in dialogo, in sinergia, con tutti gli uomini e le donne di buona volontà anch'essi consapevoli dell'importanza del Mediterraneo come laboratorio di nuova umanità, anzi di un Nuovo Umanesimo che può ben definirsi "Umanesimo Mediterraneo" giacché sa far tesoro di tutte le ricchezze culturali, sociali e religiose dei popoli del Mediterraneo, dei talenti di cui ciascuno dispone. L'accoglienza reciproca, la stima e la fiducia, la solidarietà, la capacità di entrare in sintonia con le altre culture, la passione per la ricerca della verità, il rispetto per la vita di tutti e di ciascuno, sono le caratteristiche basilari di tale umanesimo.

Maestro indimenticabile di questo nuovo Umanesimo è stato il grande filosofo francese Jacques Maritain, autore del famoso saggio "L'Umanesimo Integrale". Ma accanto a lui brilla ancor di più un'altra figura, le cui parole ancor oggi risuonano con freschezza e vigore: il sommo Pontefice Paolo VI che, con l'Enciclica Populorum Progressio, ha gettato le basi per un nuovo umanesimo per i nostri tempi, illuminato e vivificato dal Vangelo di Cristo, piattaforma indispensabile di quella "Civiltà dell'amore" da lui tante volte auspicata, e continuamente riproposta dal suo successore, Giovanni Paolo II.

Anche nel presente, dunque, il Mediterraneo può e deve ritornare ad essere culla di civiltà, laboratorio creativo di vero ed integrale progresso umano, a condizione che ogni popolo sappia riprendere il meglio delle sue tradizioni, della propria civiltà, per farne oggetto di dialogo sincero, di scambio, di luogo di incontro nella pace e nella concordia.

Diventa, perciò, quanto mai urgente e necessario promuovere e proporre alle nuove generazioni la cultura del dialogo, per costruire una pace vera.

Le grandi migrazioni di questi ultimi anni, che vedono proprio nel Mediterraneo il loro approdo più naturale, pongono non pochi dilemmi alle società occidentali, con fenomeni di disagio, di intolleranza e di razzismo, sottolineati anche da episodi di violenza. Il pluralismo etnico e culturale è un problema, forse il problema dei prossimi anni.

Quale cultura sviluppare per affrontare adeguatamente tale situazione e creare uno spirito di vera amicizia e di collaborazione fra i popoli?

È necessario promuovere e sviluppare una autentica cultura del dialogo. Solo da un dialogo sincero e fraterno, e autenticamente umano, può scaturire la pace, una condizione di vero progresso e di positiva crescita per tutti. E solo in un clima di vera pace e di dialogo chiaro e fiducioso è possibile realizzare una politica di solidarietà e di giustizia.

Umanesimo Mediterraneo è dunque tema fondamentale per il futuro dell'umanità, poiché invita a prendere coscienza del posto centrale che la persona umana occupa nei diversi ambiti della società.

L'Umanesimo Mediterraneo può essere proposto a qualsiasi cultura; esso rivela l'uomo a se stesso nella consapevolezza del suo valore.

È universalmente noto che le diverse civiltà dell'Europa, dell'Africa settentrionale e del Vicino Oriente si sono formate e sviluppate a partire da una stessa base costituita dal contributo apportato dalla filosofia greca e dalle diverse correnti religiose nate dalla rivelazione di Abramo.

In un mondo in via di universalizzazione, sembra giunto il momento di superare le differenze secolari e di gettare le basi di un "Umanesimo Mediterraneo" ritrovando le radici comuni.

Questo umanesimo può contribuire al recupero di una dimensione politica mediterranea che sappia fare effettivamente da ponte tra Europa, Asia e Africa aprendo nel contempo un dialogo mondiale. Il Mediterraneo è storicamente un ponte tra diversità che si aprono all'universale.

Peraltro il dialogo tra le culture emerge come una esigenza intrinseca alla natura stessa dell'uomo e della cultura.

Il dialogo è l'unica via che può portare alla conoscenza reciproca e quindi la possibilità di misurarsi su un terreno comune. È bene, allora, educare al dialogo, formare una mentalità dialogica soprattutto tra i giovani, improntando la vita personale e comunitaria al dialogo con l'altro.

Attraverso il dialogo si vuole riaffermare l'esigenza di una cultura veramente "umanistica". E ciò anzitutto nel senso che la cultura deve essere a misura della persona umana, superando la tentazione di un sapere piegato al pragmatismo o disperso negli infiniti simboli dell'erudizione e, pertanto, incapace di dare senso alla vita.

La pluralità di confessioni religiose, di visioni del mondo e di forme di vita è diventato un tratto caratterizzante la cultura europea. Le religioni permettono di tessere legami piuttosto complessi che aiutano a comprendere i caratteri multietnici dell'Europa e dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo.

Un dialogo interreligioso, dunque, che prosegue a partire dall'azione sociale e dalla testimonianza, perché la promozione dei valori umani è la sola base per creare una società multietnica e plurireligiosa.

Quando uno legge versi del poeta alessandrino Costantinos Kavafis o un'opera di Pirandello, o di Leonardo Sciascia, nei loro eroi, scopre quel fascino delle civiltà mediterranee che abbracciano tutti i suoi popoli e le varie culture. Il dialogo culturale spontaneo o istituzionalizzato non può avere che un esito positivo sul comportamento dei popoli mediterranei, qualora percepissero in maniera completa il senso di appartenenza alla stessa area geografica, quella mediterranea.

Un dialogo culturale per essere sano deve essere basato Í anche sul riconoscimento e l'accettazione delle diversità e delle tradizioni di ciascun popolo.

Oggi è imperativo essere aperti verso tutte le culture. Un dialogo culturale però non può prescindere dal dialogo interreligioso. La questione che si pone è se le religioni o più precisamente i principi religiosi permettono quell'avvicinamento tra i popoli mediterranei oppure fanno si che si mantenga uno stato di isolamento, di diffidenza e di sospetto dell'uno verso l'altro.

Personalmente credo che le religioni, in particolare, le Chiese Cristiane, possano essere portatrici di un messaggio di pace e di comprensione fra i popoli euro mediterranei, perché la loro filosofia, il loro insegnamento è basato sulla tolleranza, sull'amore e sulla carità. Il dialogo culturale non è altro che un mezzo per mettere in rilievo quello che è patrimonio comune dei popoli che si affacciano sul Mediterraneo. Un mezzo per svegliare le coscienze di un passato culturale comune e perché no, di un avvenire comune. Un mezzo che mette in evidenza quello che si chiama nel suo insieme Umanesimo Mediterraneo.

Non ritengo azzardato, a fronte di tutto ciò, sostenere che la potenzialità di una ricostituendo "civiltà mediterranea" si collega alle aspirazioni della attuale società, alla ricerca di un nuovo "Umanesimo" in grado di realizzare una fusione, in chiave razionale, tra Uomo e Natura, idea che fu propria della cultura della Magna Grecia.

Ed a ben considerare L'Umanesimo, strettamente connesso al Rinascimento, che l'immaginario collettivo generalmente pone agli antipodi della realtà mediterranea, affonda le sue radici proprio nella realtà del Mediterraneo.

L'Umanesimo si collega al periodo di fermento che decreta la nascita del mondo moderno e cioè dell'uomo proiettato alla ricerca di una completezza, che unendo insieme fede, filosofia, etica, e scienza, tiene conto anche delle concrete necessità imposte dalla storia e dalla politica, riorganizzando cioè la società ed attuando programmi di riforma tesi ad una migliore qualità della vita.

Dal Sud dunque è pervenuto un contributo fondamentale allo sviluppo dell'Umanesimo e di tutto il pensiero della civiltà occidentale, attraverso la conservazione, la tradizione e la diffusione delle opere di Platone ed Aristotele, soprattutto grazie agli scriptoria del calabrese Cassiodoro.

Ma ancora nel Medio Evo il Meridione viene considerato uno scrigno ricco di tesori: i codici antichi.

Agli albori dell'Umanesimo (1400), la cultura della Magna Grecia si sostituisce addirittura alla Grecia antica: Petrarca, che aveva avuto come insegnante ad Avignone Barlaam di Seminara, invia i suoi allievi ad apprendere il greco in Calabria; il Calabrese Leonzo Pilato, amico di Boccaccio, tiene a Firenze le prime lezioni di storia e di filosofia greca di tutto l'Occidente.

Forte sarà l'influenza della cultura del Sud nella cultura Fiorentina, quella che svilupperà più precocemente il Rinascimento.

E nel 400 ferve l'attività per la riorganizzazione della società su livelli diversi: il calabrese Pomponio Leto fonda la prima accademia a Roma.

Nel 500 il pensiero umanistico di Parrasio, Telesio e Campanella avrà ripercussioni in tutta Europa.

Proprio mentre incombevano sul Mediterraneo le conseguenze dello spostamento verso la Spagna dell'interesse degli Aragonesi, il calabrese Tommaso Campanella diffondeva il suo lungimirante pensiero politico e culturale, organizzando una ribellione, per altro fallita.

Ma i semi del Rinascimento, più propriamente inteso quale reale diversificazione e contestuale interattività di varie culture nel bacino del Mediterraneo stavano già dando i loro frutti.

Quello che viene considerato il "manifesto" dell'Umanesimo e del Rinascimento, cioè l'affresco della Scuola di Atene di Raffaelllo ai Palazzi Vaticani, ce ne offre una testimonianza significativa.

La prospettiva della composizione pittorica e insieme architettonica - che raffigura i filosofi e i sapienti dell'antichità presentando come personaggi centrali Platone e Aristotele - converge simbolicamente al centro, sul libro tenuto in mano da Platone, il Timeo.

Un'opera che rimanda al Timeo di Locri, il calabrese che con Filolao di Crotone era stato il maestro di Platone e che si indottrinò in Calabria.

Tra gli altri personaggi: il persiano Zoroastro, i greci Alcmeone, Empedocle, Epicuro, Eraclito, Socrate, Euclide, Pitagora, l'egiziano Tolomeo, l'arabo Averroè; come ad indicare l'attualità del loro contributo nello sviluppo del pensiero e della scienza. Raffaello li ha messi assieme a personaggi contemporanei o li ha raffigurati nelle loro sembianze (Platone ha l'effigie di Leonardo, Euclide quella di Bramante, Eraclito quella di Michelangelo).

I sapienti ed i filosofi appartengono a secoli diversi, ma hanno un elemento in comune: essi sono nati e si sono mossi tutti nei Paesi intorno alle sponde del Mediterraneo, luogo di scambi che hanno consentito di assorbire e di dare sviluppo della civiltà (l'astronomia degli egiziani, la filosofia dei greci, il pensiero giuridico romano, la matematica e la scienza degli arabi).

"Non saprei quale angolo della terra possa competere col Mediterraneo per la rilevanza storico-culturale di ciò che qui è avvenuto nei secoli. Su queste rive è fiorito in modo sorprendente il culto della bellezza, l'arte di esprimerla in forme sublimi, la capacità di goderne con chiara consapevolezza; su queste rive è divampato l'ardore delle ricerca intellettuale, il gusto dell'esplorazione avventurosa della natura, dei suoi fenomeni, delle sue nascoste energie, l'anelito a cogliere, oltre l'effimero e il percepibile, il trascendente e l'eterno; su queste rive si è sviluppato e si è imposto il senso della giustizia, la necessità del diritto, la maestà della legge; su queste rive si è affacciata, alle confuse e molteplici aspirazioni spirituali degli uomini, la rivelazione di un Dio unico, fonte e traguardo di tutto" (Card. Giacomo Biffi in Mediterraneo in ascolto. Culture e nuova evangelizzazione, Roma 1999, p. 17).

Ed il Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio della Cultura ha affermato: "Queste caratteristiche, unite al pluralismo culturale e religioso che ha sempre accompagnato la storia del Mediterraneo, hanno prodotto, tra l'altro, quell'eccezionale, ed unico al mondo, patrimonio culturale composto di straordinarie ed affascinanti opere d'arte, opere di architettura e di scultura, di pittura e di musica, in cui emerge l'anima mediterranea con tutte le sue componenti".

L'avvicendarsi di civiltà diverse e di stagioni artistiche nel bacino del Mediterraneo può essere ben rappresentato dalle città, divenute emblema di un aspetto, di un momento di quest'anima mediterranea: Atene, Gerusalemme, Roma, ma anche Alessandria d'Egitto, Costantinopoli-Bisanzio, Venezia, Spalato, Napoli, Palermo, Barcellona, Marsiglia, Reggio Calabria.

Stante la preoccupante permanenza di fondamentali problematiche mediterranee è ormai acquisito dalla coscienza collettiva il generale convincimento della necessità che attraverso la cultura del dialogo sia sperimentata una nuova architettura politica, più giusta, liberatrice e feconda, nei rapporti Nord - Sud dell'area mediterranea come presupposto dell'obiettivo, a noi più prossimo, di restituire al "Mare Nostrum" la sua primitiva funzione di matrice di civiltà anche se, come ha osservato Braudel, "Le civiltà sono i personaggi più complessi e contraddittori del Mediterraneo".

Tutte le analisi convergono nel denunciare che gli ultimi decenni sono stati decenni "perduti" per lo sviluppo, nel corso del quale la situazione dei paesi in ritardo economico si è deteriorata in modo tragico.

Si deve comunque da ogni parte contribuire affinché si eviti che la dimensione più autentica della specificità culturale - meridionale sia definitivamente travolta dai riflessi di una radicale svolta imposta da una esasperata ondata di efficientismo filo - liberista , che spesso ha fatto da base ad una progressiva degradazione etico civile, essendo stata (la cultura mediterranea), ormai ridotta ad un sistema di riferimento di una sorta di società "diversa" a causa appunto dei progetti fondamentali svoltisi altrove, rispetto ai quali essa è stata tenuta in posizione di costante marginalità.

Si vuole significare come è reale il rischio che siano stati ridotti a stracci millenni di civiltà interiorizzata, ossia pensiero speculativo, costumi di umanità, saggezza dei grandi pensatori della Magna Grecia.

Occorre evitare aree di subalternità, per cui le città appartenenti alla cultura mediterranea ed a quella magno - greca, in particolare, rischiano di perdere definitivamente i propri connotati culturali tradizionali, assistendo impotenti all'estinguersi dei propri valori, brutalmente cancellati; sostituiti da "valori nuovi", diversi, elaborati in altri contesti, e quindi imposti, da nuovi comportamenti ben diversamente omogenei rispetto a territori lontani che li hanno elaborati e diffusi.

4. La mondializzazione economica ed il Mediterraneo

Il nuovo dominio dell'uomo sulla natura ha come conseguenza quella di far entrare l'umanità in una fase diversa della sua storia.

Le trasformazioni dinnanzi alle quali ci troviamo non comportano soltanto delle conseguenze di ordine materiale correlate all'utilizzo più intelligente delle forze della natura; esse hanno un'incidenza in,ambito psicologico, spirituale e morale; l'uomo ha imparato a non dubitare più dei suoi poteri e a credersi capace di approfondire il suo spirito inventivo. Salvo alcune menti che sembrano volersi aggrappare al passato, esiste una messa in causa quasi generale dell'argomento "autorità", che precedentemente giocava un ruolo fondamentale nella trasmissione dei valori tra generazioni. Le relazioni internazionali tra i popoli sono anch'esse intaccate da questi cambiamenti; essi non vivono più all'interno di unità nazionali isolate le une dalle altre ma in uno stesso ‘villaggio’.

La mondializzazione delle finanze e dell'economia fa sì che la decisione presa in un paese abbia delle ripercussioni negli altri; più precisamente è il sistema economico stesso che è diventato mondiale poiché gli investimenti, gli scambi, le delocalizzazioni, i movimenti dei popoli...tendono a non conoscere più frontiere.

Queste poche riflessioni mostrano che l'espressione "spazio economico mediterraneo" ricopre una realtà complessa malgrado la sua apparente semplicità.

Due questioni preliminari si pongono a noi in questo momento. Cosa intendere per bacino mediterraneo? La richiesta di un'autonomia o identità regionale è legittima al momento o si sviluppa una mondializzazione che sembra irresistibile?

Il bacino mediterraneo Se l'espressione ha una precisione relativa per il geografo e lo storico, essa diventa molto vaga nel caso della politica. L'atlante della nuova Europa considera un Euromediterraneo destinato a raggruppare 57 Stati e uno studio sulla corresponsabilità internazionale parla di un "Mediterraneo asiatico". Queste prese di posizione permettono di scoprire e di precisare uno dei problemi fondamentali che devono affrontare gli Stati e i popoli della zona mediterranea: questi, da una parte, sono attaccati alle loro diversità culturali e religiose e nello stesso tempo coscienti di condividere una specificità che si esplica attraverso le origini comuni della loro civiltà: dall'altra scoprono che i contatti che non possono allacciare con il mondo esterno per entrare nell'era della modernità fanno pesare una minaccia su questa specificità.

Di là la seconda questione: se la mondializzazione economica è un fatto ineluttabile conviene accelerare l'uniformizzazione delle differenti culture o è preferibile dare ancora importanza alla sopravvivenza di un bacino culturale regionale; i particolarismi che la civiltà mediterranea ha ereditato dal passato non sono destinati a scomparire in seno all'economia mondiale che si costituisce?

Esiste certamente una storia comune dei popoli del bacino mediterraneo. A dispetto delle numerose guerre che essi hanno combattuto, le loro culture hanno radici in una tradizione unica al mondo, la tradizione monoteista; ma questa eredità non costituisce un ingombro sul cammino di una storia nuova libera dalle schiavitù passate?

Appartiene ad un comune sentire il convincimento che la mondializzazione deve salvaguardare la specificità delle culture regionali, in particolare della cultura mediterranea; questa specificità culturale mediterranea avrà un ruolo strategico nella logica della globalizzazione.

Ma possiamo parlare di uno spazio mediterraneo, che sia culturale o economico, dal momento che l'avvenire di questa regione dipende da decisioni prese su scala mondiale? Che senso può avere in effetti un ordine economico regionale nel momento in cui il gruppo delle potenze industriali e politiche raggruppate in seno al G8 impone un'economia globale di libero mercato? Come si spiega il fatto che un'istituzione internazionale, l'Organizzazione mondiale del commercio, è stata fondata per assicurare il rispetto delle sue regole e in seno all'Unione europea viene imposto il dogma della libera concorrenza economica senza dare l'impressione di prendere in considerazione le conseguenze umane delle decisioni prese?

Durante gli anni 60'/70' si denunciò la destrutturazione delle economie tradizionali a causa della volontà dei governi locali di favorire l'inserimento delle firme straniere nel circuito degli scambi commerciali con i paesi sviluppati. Le migrazioni dei popoli sono stati la conseguenza del fatto che i paesi industriali, in mancanza di mano d'opera, hanno favorito gli spostamenti verso i loro territori e provocato nuovi problemi; è così che i paesi del nord del Mediterraneo si trovano ormai davanti ad un'invasione che era stata annunciata loro da Boumedienne del 1964: "Un giorno milioni di uomini lasceranno parti meridionali povere del mondo per fare irruzione negli spazi relativamente accessibili dell'emisfero nord, alla ricerca della sopravvivenza". Il flusso degli immigrati è divenuto tale che, nei paesi del Nord, si pone il problema della loro acculturazione; dinanzi alle difficoltà di quest'ultima non è preferibile fare affidamento su una uniformizzazione delle culture dal momento che tutti gli uomini saranno chiamati a vivere in uno stesso spazio economico? E che già una tra esse fa sentire la propria egemonia? C'è tensione tra le politiche di espansione economica, garanti della prosperità, volute dai governanti dell'Europa del nord e le loro popolazioni che restano ancorate alle tradizioni religiose e culturali di cui si sentono depositane; il sentimento si diffonde tra coloro sulla cui identità culturale pesa una minaccia data dal fatto che una parte delle popolazioni immigrate da poco rifiuta i valori e i modi di vivere che essi pongono dietro le parole 'libertà' e 'democrazia'.

Le tensioni dovute alla presenza di culture differenti su uno stesso territorio rappresentano un fatto dinanzi al quale si possono adottare due atteggiamenti: o lo si considera come testimone del passato e come un ostacolo sulla via del progresso e della formazione di valori comuni alle popolazioni che vivono in un mondo globalizzato o si ritiene che l'unità spirituale del mondo futuro deve procedere dalla convergenza delle culture particolari e orientarsi verso il pluriculturalismo. Almeno tre ragioni sembrano giustificare il mantenimento di un'identità mediterranea le cui diverse componenti culturali economiche e politiche devono rafforzarsi scambievolmente.

a) La pace tra i popoli non può essere fondata sulla sola logica economica e finanziaria. La logica economica lascia il mondo in un disordine fondamentale, quello della disuguaglianza, che noi vediamo aggravarsi sotto la pressione delle politiche ultraliberali. Alcune misure sociali sono state prese dai governi per addolcirne le conseguenze ma resta il fatto che, essendo le risorse economiche in quantità limitata, esiste una competizione tra gli Stati per ottenerne il controllo. Un certo numero di investimenti hanno avuto luogo ieri nella ricerca scientifica e per la produzione industriale in vista dell'accelerazione della corsa agli armamenti; gli stati industriali lottano oggi per ottenere un controllo sulle risorse energetiche; la loro rivalità si manifesta ugualmente nella ricerca di sbocchi per le loro produzioni industriali, poiché l'aumento loro esportazioni condiziona il livello di vita delle loro popolazioni. Il fatto che la prosperità degli Stati dipenda dai loro approvvigionamenti di petrolio e dallo sviluppo del loro commercio internazionale rappresenta l'origine di una lotta per assicurarsi la parte migliore delle energie disponibili come dei nuovi mercati.

b) La diversità delle civiltà ha un valore in sé; essa riflette lo sforzo degli uomini, durante le generazioni, di comprendere la condizione umana e portare avanti l'esplorazione del mistero dell'uomo. Nessuna civiltà può pretendere di aver proposto una formulazione definitiva che non si andrà ad adottare universalmente. Tutti hanno scelto tale o talaltro aspetto; i contatti e gli scambi culturali fanno sì che si arricchisca e progredisca la conoscenza che l'uomo acquista di sé stesso. Quest'affermazione è stata abbondantemente illustrata attraverso la storia delle civiltà del bacino mediterraneo. I prestiti, che si tratti del vocabolario, dell'arte o della filosofia, sono stati numerosi; è sufficiente citare i nomi di Avicenne, Averroè, Maimonides, dalle cui opere ha tanto attinto la civiltà occidentale, dal punto di vista delle scienze pensiamo alle cifre arabe, all'invenzione dello zero etc... Questa pluralità di strade rappresenta dunque una ricchezza; gli scambi che essa permette sono una condizione del progresso e quindi deve essere salvaguardata.

c) Le considerazioni sopra citate non intaccano il punto centrale della specificità della civiltà mediterranea. Essa è il luogo in cui viene affermato progressivamente e in maniera ogni giorno più chiara ed esigente, il valore superiore di ciascun individuo rispetto alle istituzioni sociali e politiche e ciò sotto la pressione delle religioni monoteiste (ebraica, cristiana, musulmana). Secondo queste ultime, ogni essere umano ha un destino soprannaturale che egli decide nel corso di un'esistenza unica; questa è la ragione per cui la sua coscienza non può essere sottomessa, in ogni circostanza, ad un potere temporale. Esiste per lui una permanenza nell'essere di cui il cristianesimo lo rende cosciente attraverso l'interiorizzazione del peccato; al contrario di ciò che si verifica nelle civiltà dove l'essere non ha un'esistenza se non in relazione al posto che occupa nel tessuto sociale. La presenza in Occidente di una corrente laica non annulla questa particolarità; erede di una lunga tradizione, essa guarda all'affermazione dell'unica dignità dell'uomo ma non intende fondarla su Dio. Le differenti civiltà mediterranee condividono lo stesso senso della dignità ella persona e della responsabilità morale di ciascun individuo.

A conclusione di questa prima parte possiamo dire che esiste un'identità mediterranea e ciò almeno per tre ragioni: 1) la storia di questa zona mostra che i popoli che ci abitano hanno sempre avuto delle relazioni tra di loro e che il commercio e le guerre hanno provocato degli incroci di popoli che non ci permettono tanto di parlare di razze; 2) questi scambi non sono stati solamente economici ma anche culturali e sono stati sostenuti dalla concezione dell'uomo e dell'esistenza; 3) queste vedute filosofiche sono state elaborate in relazione all'interpretazione monoteista del mondo; i sistemi filosofici razionalisti sono rimasti fedeli ad una visione personalista dell'uomo.

Ma il rafforzamento della specificità delle culture passa attraverso la cooperazione economica.

Valore delle identità regionali.

Le riflessioni precedenti hanno voluto mostrare l'errore che costituirebbe l'abbandonarsi alla sola logica economica allo scopo di orientare l'espansione industriale e la necessità di far intervenire in questo processo i complessi regionali portatori di determinati valori; essi esprimono una sensibilità che appartiene al patrimonio dell'umanità e che deve arricchirsi sul piano spirituale allo stesso modo in cui progredisce sul piano materiale. Un “inesauribile reticolo sociale, economico, etereo” si instaura "tra la molteplicità umana", all'interno del quale ciascun raggruppamento naturale, allo scopo di assicurare la preservazione e il progresso del proprio genio, richiede legittimamente un certo spazio e una certa selezione degli apporti stranieri.

Identità mediterranea e politica economica. L'identità mediterranea si manifesta attraverso le conseguenze che essa comporta sul piano sociale. Il potere non rappresenta una proprietà di colui che lo detiene; quest'ultimo deve esercitarlo al servizio del bene comune. Le società di questa zona sono dette legittime nella misura in cui l'autorità e l'organizzazione sociopolitica rispettano un certo canone che noi oggi chiamiamo democratico perché riconosce che "l'uomo oltrepassa infinitamente l'uomo" (Pascal) e che esistono norme superiori che valgono per tutti i dirigenti e coloro che sono governati; e un tema ricorrente tra gli autori di filosofia politica riguarda il sapere se è possibile condannare coloro che cercano di rovesciare un governo le cui decisioni distruggono i fondamenti stessi dell'ordine sociale. Un'altra esigenza del sistema sociale mediterraneo è rappresentata dall'uguaglianza dei cittadini; si tratta di un sistema in divenire poiché le strutture dell'economia devono adattarsi allo scopo di favorire il "progresso materiale e lo sviluppo spirituale" di tutti senza discriminazione di razza, sesso o religione.

Certamente, non tutti i paesi della regione mediterranea intendono alla stessa maniera quest'esigenza, tutti però ammettono di perseguirne la realizzazione.

La cooperazione economica regionale è un mezzo per dare forma nella storia alle identità -ali regionali. Bisogna qui essere realisti. Un'identità culturale regionale non si stabilisce, si costruisce; rappresenta un obiettivo da attendersi grazie a puntuali realizzazioni.

Si deve favorire una mentalità nuova; gli abitanti del bacino Mediterraneo e quelli che vantano la sua cultura devono essere i testimoni nel coro internazionale del fatto che la crescita economica non può assicurare di per sé stessa la pace. Come è stato detto, la coscienza profonda dei popoli di questa regione è vincolata da questa affermazione di Pascal: “l’uomo oltrepassa infinitamente l'uomo”. Egli ricorda loro di portare questa convinzione all'interno dei dibattiti internazionali e di farne la base dell'esame critico delle disuguaglianze della loro Regione come del mondo intero. Questa convinzione è d'altronde condivisa sia dagli uomini di religione che da quelli che vantano un solo ideale umano.

I fedeli dei diversi monoteismi devono collegare quest'affermazione del valore unico della persona alla loro fede. Non si tratta qui, benché ciò sia necessario, di un semplice richiamo alla loro antropologia religiosa che mette l'individuo di fronte al suo creatore; essi devono interrogarsi sugli aspetti sociali della loro fede, allo stesso tempo per impregnarsi dell'esigenza di universale uguaglianza che essa contiene e per esaminare se la situazione economica e politica in cui essi vivono la loro fede non faccia rivedere loro le applicazioni concrete che ne trarrebbero al fine di ire le possibilità di sviluppo che essa contiene e di rimediare alle nuove disuguaglianze che comporta. Essi trarranno dalla loro fede così vissuta un sentimento di obbligo a passare all’azione.

Coloro che vivono l'ideale universalista mediterraneo sul solo piano dei valori naturali possono fare un lavoro simile di aggiornamento. Nessuno pensa oggi di riaprire i conflitti tra laici sociali e leader cristiani sociali dei due secoli precedenti; non per questo essi sono meno validi e fonte di ispirazione. Laici e cristiani sociali non perseguono, in Europa, strade separate di riforma della società; i loro discorsi si chiariscono e si arricchiscono reciprocamente; dovrebbe verificarsi lo stesso con i teorici sociali il cui pensiero non si radica nell'eredità cristiana dell'Occidente. La cultura mediterranea avrà la possibilità di scampare al declino solo se considera di fornire un contributo positivo alla formazione di valori comuni in un mondo globalizzato; essa deve dare l'esempio che è possibile che i compartimenti che attualmente la frazionano si aprano alla loro ricchezza reciproca. E' allora che potranno essere affrontati per essere risolti pacificamente i problemi a breve scadenza.

La cooperazione economica nel bacino mediterraneo deve aiutare a crearvi un'anima comune, essendo questo il mezzo per attualizzare gli ideali propri di questa regione. Facendosi avvocati di un'economia commisurata all'uomo, le nazioni di questo spazio economico e politico devono offrire un'immagine diversa rispetto a quella delle relazioni sociali che poggiano sulle sole leggi economiche.

Ma, bisogna riconoscerlo, una tale identità è ancora in via di formazione; essa si dovrà costruire senza sosta. Bisogna avere il coraggio di sormontare le tensioni che nascono dalle divisioni e dagli affronti del passato e di non soccombere alla tentazione di scamparne cedendo all'illusione di un universalismo in tutti i sensi, perché la pace tra gli uomini non sarà il frutto di un pensiero unico. Le civiltà portatrici di un futuro sono quelle che accettano di raccogliere la sfida della loro sopravvivenza; essa risulterà dalla convergenza delle identità nazionali nelle regioni in cui prevale una medesima cultura.

5. Dalla comprensione internazionale alla cooperazione decentrata

Dalla preoccupante preminenza delle esplorate problematiche emerge dunque all'evidenza la ineludibile necessità storica di avviarci in un itinerario di esplorazione del grande tema della comprensione internazionale che, in definitiva, significa prendere coscienza delle gravi crisi e di tanti atti di violenza nel mondo.

Due sono gli elementi che, congiuntamente, possono influire per rendere concretamente fruibile il valore della comprensione internazionale: il dialogo ed i negoziati tra i protagonisti.

Partendo dal presupposto del distorto processo di mondializzazione e del crescente contrasto tra nazioni ricche e nazioni povere: la comprensione internazionale deve alimentare il dialogo, divenire il fondamento ed il fine.

Rendere concreto il sogno dei paesi meno sviluppati, significa:

1. beneficiare della crescita economica e di aiuti adeguati;

2. sostegno delle economie locali;

3. formazione professionale adeguata alle risorse locali.

Tutto ciò richiede da parte di tutti comportamenti coerenti su un rinnovato territorio spirituale nutrito di comprensione internazionale.

È incontestabile che la disparità tra i popoli ci interpella continuamente, ma è comune convincimento che, affinché si operino cambiamenti a livelli internazionali, occorre accettare di modificare il proprio modo di vivere, introitando il valore della "comprensione": comprendere significa abbracciare, coinvolgere, includere.

La pace va di pari passo con lo sradicamento della miseria, obiettivo perseguibile soltanto attraverso una profonda opera di educazione soprattutto tra le nuove generazioni alle quali bisogna indirizzare segnali forti, perché le loro speranze e la loro sensibilità rispetto alle situazioni drammatiche siano fortificate.

Dicevo della esigenza del dialogo interculturale. Esso dovrà riguardare - oltre che gli Stati - le società, le associazioni, i singoli individui.

Una comprensione internazionale sarà praticamente avviata a divenire patrimonio spirituale di tutte le comunità internazionali, quando saprà inserirsi nel processo di mondializzazione, proprio per la quantità di effetti, complessi e trasversali, che essa produce nelle società coinvolte, tra cui l'interdipendenza economica, il fenomeno delle migrazioni e lo stesso ruolo degli Stati.

Non dovrà rappresentare una utopia l'obiettivo di pervenire, attraverso la comprensione internazionale, al sentimento ed alla percezione di un destino comune, spingendosi ovviamente oltre i meccanismi classici della cooperazione e della assistenza internazionale.

Dialogo che dovrà estendersi verso un rapporto interculturale, sempre più intenso, tra le giovani generazioni; dovrà riguardare le famiglie, che potranno orientare anche le opzioni nei programmi scolastici delle scuole pubbliche e private.

Certamente vi sono altri spazi - oltre la scuola - in cui può operarsi per nutrire della comprensione internazionale il dialogo tra i popoli e le differenti culture; cioè nel mondo associativo, nel mondo del lavoro, nell'impegno sportivo.

Conferire concretezza, effettività ed esigibilità sul terreno dei rapporti sociali all'enunciato propositivo "Comprensione Internazionale" significa, in definitiva, tradurre e trasferire questo concetto, questo valore, sul terreno delle relazioni economiche e sociali, evitando sterili massimizzazioni concettualistiche, lanciando vacue categorie concettuali nell'universo delle proclamazioni, demanio esclusivo, coltivato dal politicume nostrano.

L'approccio più efficace per la crescita sociale ed economica dei popoli sia costituito dalla cooperazione decentrata o partecipata che si costruisce come rapporto di amicizia e di partenariato fra comunità locali organizzate, all'interno delle quali i vari soggetti - sociali ed istituzionali - si coinvolgono in modo complementare, a partire dalle rispettive peculiarità e dalla consapevolezza di una interdipendenza che accomuna le condizioni e il futuro di tutti e di tutte.

In questo contesto di impegni internazionali le esperienze delle ONG siano messe a disposizione del territorio e con relazioni di lungo periodo con i partner del sud per facilitare il dialogo tenendo alta l'attenzione sulle buone pratiche con l'obiettivo di un accompagnamento reciproco fra comunità locali, per far crescere una cultura della responsabilità e innescare in ciascuna di esse processi di cambiamento nelle relazioni fra le persone, i gruppi sociali, le comunità e l'ambiente.

La cooperazione decentrata rappresenta un approccio più complesso rispetto alla cooperazione allo sviluppo tradizionalmente intesa, giacché si basa sul contatto diretto tra due comunità o territori e da vita ad un rapporto di partenariato tra gli attori della società civile che lo animano.

Si lega però strettamente alla cooperazione non governativa nel fatto che, pur non escludendo a priori la collaborazione con Governi, si indirizza di preferenza alle organizzazioni della società civile ed alle comunità di base, sforzandosi di rafforzare le capacità delle organizzazioni locali, nella convinzione che siano i principali motori dei processi di sviluppo.

Gli obiettivi prioritari della cooperazione decentrata sono:

- mobilitare le popolazioni e tener conto maggiormente dei loro bisogni e delle loro priorità;

- rafforzare il ruolo e la posizione della società civile nei processi di sviluppo;

- favorire lo sviluppo economico e sociale - duraturo ed equo - attraverso la partecipazione.

La cooperazione decentrata, prevedendo la partecipazione diretta degli individui, sia quelli dei Paesi donatori sia quelli dei Paesi beneficiati, riconosce l'esistenza di una molteplicità di soggetti dello sviluppo e l'esigenza che le competenze specifiche delle diverse entità locali (piccole e medie imprese, imprese sociali, sindacati, università ...) vengano valorizzate e rappresentino la base di partenza per la cooperazione, lo scambio e la crescita di tutti i territori coinvolti.

Essa è stata introdotta nelle disposizioni generali della IV° Convenzione di Lomé (ACP-UE) del 1989 che afferma il principio di una cooperazione decentrata realizzata attraverso il concorso di parti attive economiche, sciali e culturali.

Tra queste parti attive vengono esplicitamente menzionati i poteri pubblici decentrati.

In seguito, nella dichiarazione adottata al termine della Conferenza euro mediterranea di Barcellona del 1995 i Paesi partecipanti manifestarono la volontà di rafforzare gli strumenti della cooperazione decentrata, decidendo tra l'altro, di "incoraggiare i contatti" al livello delle "autorità regionali" e delle "collettività locali".

L'importanza della cooperazione decentrata è stata, poi, riaffermata nella Convenzione di Lomé IV bis del 1995, dove sono state adottate disposizioni specifiche relative alla cooperazione decentrata.

Sul piano della negoziazione internazionale la Commissione Europea ha voluto promuovere i programmi provenienti da una vasta gamma di organismi locati e non governativi dando la possibilità di promuovere progetti di cooperazione decentrata ai seguenti organismi decentrati europei o dei paesi in via di sviluppo:

- amministrazioni locali,

- organizzazioni non governative,

- associazioni locali, compresi sindacati e cooperative,

- associazioni femminili e di giovani,

- istituti di ricerca,

- organizzazioni religiose e altre organizzazioni di carattere culturale.

Il cofinanziamento della Commissione Europea ha lo scopo di sostenere e promuovere le azioni tese a valorizzare le risorse umane e tecniche, lo sviluppo locale, rurale o urbano nei settori sociale ed economico dei paesi in via di sviluppo; incrementare l'informazione e la mobilitazione degli operatori della cooperazione decentrata; sostenere le capacità gestionali e progettuali degli attori coinvolti attraverso relazioni di partenariato Nord - Sud.

La normativa italiana sulla cooperazione decentrata, con la Legge n°49/87, riconosce alle Autonomie locali italiane (Regioni, Province Autonome ed Enti locali) un ruolo propositivo ed attuativo nell'azione di cooperazione allo sviluppo disciplinandone la facoltà di iniziativa e le modalità di collaborazione con la DGCS (Direzione Generale Cooperazione Sviluppo) del Ministero degli Affari Esteri.

La Legge n°49 del 1987 prevede che:

- Comuni e Province possono stanziare .fondi per attività di solidarietà internazionale o di cooperazione internazionale;

- Il Governo italiano può utilizzare, nell'ambito dei propri progetti, le strutture pubbliche di Regioni ed Enti Locali.

Per superare il carattere sporadico delle azioni di cooperazione decentrata messe in atto in base alla legge n°49 il testo della riforma afferma: la cooperazione decentrata è la capacità dell'amministrazione sub-statale di definire e concordare con un partner di un altro Paese (un comune, una città ...) un - accordo quadro di reciproco interesse coordinato e governato dall'amministrazione pubblica ed eseguito dalle forze presenti sul territorio (ONG, imprese sociali, ASL, piccole e medie imprese, associazioni di immigrati) le quali agiscono in base alle loro competenze.

La ricchezza dei risultati derivanti dall'incrocio delle variabili relative alla tipologia del partenariato e al grado di innovatività emerge abbastanza chiaramente evidenziando come la partecipazione di una pluralità di soggetti ai processi decisionali e l'istituzione di meccanismi di dialogo sistematici abbiano favorito la concezione e la realizzazione di azioni più innovative rispetto a quelle tradizionali.

Peraltro, i partenariati più strutturati e innovativi appaiono in contesti ricchi di opportunità e dinamici, mentre ciò risulta evidentemente più difficile in contesti ove gli attori sono minori e più deboli, e si confrontano con autonomie locali poco strutturate.

Le Ong assumono di conseguenza ruoli diversi a seconda dei contesti e delle proprie capacità. Da notare infine come, sempre all'aumentare della sistematicità dei partenariati, aumenti anche il grado di coinvolgimento istituzionale dei paesi con cui si coopera.

Esiste comunque una ricchezza di iniziative che rimane da investigare per capirne la portata, le ricchezze e i limiti, e per individuare modalità migliori di cooperazione. Ciò nonostante, l'esercizio realizzato è un primo apporto di conoscenza significativo per il suo contributo alla riflessione. A partire da questo esercizio, gli attori della cooperazione decentrata, e non solo, dovrebbero impegnarsi in un lavoro più approfondito e ad ampio spettro, per poter condividere percorsi di apprendimento indispensabili per migliorare la qualità della cooperazione verso la realizzazione di veri partenariati tra comunità.

Su queste basi, le Ong rivendicano oggi l'importanza di far crescere il proprio ruolo e il riconoscimento quali:

- Attori politici portatori di voci del Sud e del Nord interessate ad uno sviluppo più equo, democratico e sostenibile.

- Attori sociali con forti storie relazionali radicate nei territori (nel caso in questione riferito all'area del Mediterraneo). Storie che hanno fatto crescere rapporti, processi ed esperienze, così come capacità e competenze, che sono messe al servizio della cooperazione decentrata e quindi di tutti i cittadini.

A ben considerare, la ricchezza della cooperazione decentrata dipende dalla ricchezza di questi percorsi e dal loro intreccio con quelli di altri attori. Il contributo della cooperazione decentrata alla governance democratica e allo sviluppo sostenibile locale non può prescindere dalla valorizzazione degli attori sociali in sinergia dialettica con le altre forze di trasformazione.

La definizione stessa di governance democratica per lo sviluppo locale comprende il ruolo dei diversi organismi della società civile. Per questo, i partenariati più completi sono di carattere partecipativo e comunitario.

Le Ong e i diversi soggetti dei territori possono contribuire ad impostare partenariati tra comunità, assumendo una funzione politica di cittadinanza attiva nel partecipare alla discussione e nell'influenzare la presa di decisione pubblica, così come una funzione di sensibilizzazione e a mobilitazione del territorio e delle sue eccellenze. Le Ong creano e sostengono i rapporti con i partner così come con organismi internazionali svolgendo un ruolo di advocacy.

In generale, è possibile riconoscere alle Ong capacità specifiche che vanno dall'innescare le relazioni tra soggetti di territori diversi a quelle di accompagnare tali processi relazionali, fino alla capacità di mediare e di dare continuità nel tempo ai partenariati, grazie al proprio radicamento ed alla continuità della loro presenza nei paesi partner.

Tutto ciò con la consapevolezza che la legittimità sia degli attori sociali che delle autorità locali si guadagna sul campo soddisfacendo ai diritti ed alle aspettative dei cittadini, e in particolare dei gruppi sociali più svantaggiati, secondo i principi di solidarietà ed equità.

Ciò significa per le stesse Ong far fronte alla sfida di sostenere nel tempo i percorsi attivati, patrimonializzare queste relazioni, esperienze e capacità, fare emergere e valorizzare risorse e competenze locali, mettersi in gioco positivamente con gli altri attori, dando maggiore spazio all'analisi, alla valutazione, alla riflessione e al dibattito, ponendosi al servizio, aperte al confronto interno ed esterno.

Un compito particolare, che è parte del capitale sociale delle Ong e che risulta da moltiplicare è quello di accrescere la relazione di reciprocità con i partner del Sud e gli elementi di ritorno per i territori italiani. I partner del Sud devono entrare in maggiore relazione con i nostri territori: accanto all'importante impegno nella educazione alla mondialità, vanno sperimentate nuove forme di reciprocità, in campo politico (ad esempio rispetto ai doveri di integrazione sociale dei migranti, di asilo per i rifugiati, e in generale di rispetto dei diritti umani), economico (responsabilità sociale dell'impresa, apertura al commercio equo e solidale), ambientale (servizi di pagamento ambientale), culturale e religioso.

Va considerato in definitiva che - come già detto - la legge n°49/87, che regolamenta l'intero settore della cooperazione italiana, venne approvata ventisei anni fa con larghissimo consenso parlamentare. Si pone oggi dunque la questione della riforma della legge che ora è denominata "Nuova disciplina della Cooperazione dell'Italia con i Paesi in via di sviluppo", e da lungo tempo oggetto di dibattito tra operatori di settore, funzionari pubblici, esponenti politici e soggetti della società civile. Come emerge anche dalle testimonianze raccolte nella recente edizione del "Libro bianco sulle politiche pubbliche di cooperazione allo sviluppo in Italia", un nuovo strumento legislativo è considerato ormai di urgente priorità.

Raccogliendo proposte maturate nel corso degli anni è emerso l'orientamento di voler seguire, per la stesura della proposta di riforma, un percorso partecipativo. Una recente tappa importante di questa strada è stata l'organizzazione del primo tavolo partecipativo tenutosi presso la Farnesina alla fine di luglio 2006 e che ha visto la partecipazione di circa 50 presenze, in rappresentanza di divérsi soggetti attivi nel settore della cooperazione internazionale e decentrata, dalle Ong agli enti locali.

Emerge in definitiva , in maniera corale la necessità di recuperare il radicamento popolare della cooperazione. Sebbene la cooperazione decentrata abbia fatto molto, non basta ed è necessario un salto di qualità. Le Ong, le ONLUS ma non solo, devono riappropriarsi del "sentire della base", della società civile di cui fanno parte. Un problema di consenso che va risolto spiegando ai cittadini che un investimento così sul futuro è necessario oltre che conveniente perché la cooperazione non è una nicchia, né di privilegi né di sprechi ma è un elemento essenziale della politica, non solo estera.

Politica estera. È proprio questo il tema che riscalda il dibattito sulla riforma. La questione complessa è come inserire in una strategia di politica estera nazionale l'attività di cooperazione decentrata, dando giusto peso e spazio alla "politica" nei fatti rappresentata e agitata dalle autonomie locali attraverso i propri interventi di cooperazione realizzati fino ad oggi. Dunque va regolamentata, in un testo autonomo di riforma, la relazione tra cooperazione decentrata e cooperazione allo sviluppo, a sua volta attinente alla cooperazione internazionale. La quale, citando l'art. 1 della legge 49 vigente, "è parte integrante della politica estera dell'Italia".

Ritengo in proposito particolarmente conducente per significare il profondo senso interdittivo della politica estera, richiamare la sentenza 211/2006 della Corte Costituzionale, con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale degli articoli 3, 4, 5, 7 della legge "Azioni ed interventi di Solidarietà internazionale della Provincia Autonoma di Trento", appellandosi proprio ai suddetti principi sanciti dalla Costituzione e richiamati dalla Legge 49.

La Corte ha infatti riconosciuto la illegittimità costituzionale degli articoli della legge trentina che disciplinano attività di cooperazione internazionale destinate, come cita la sentenza, "ad incidere" nella politica estera nazionale.

È necessario dunque, a distanza di oltre vent'anni, un nuovo corpo e una nuova testa dell'impianto normativo. La riforma dovrà tener conto dei cambiamenti storici, politici e culturali avvenuti negli ultimi anni, sia dentro che fuori l'Unione Europea. Si sollecita ancora una volta un nuovo impianto legislativo che risponda ai numerosi problemi gestionali, politici e di risorse affrontati finora dagli attori che cooperano in tale campo.

Va affermato con forza che ogni previsione di riforma, proprio in ordine al tema della cooperazione decentrata venga ineludibilmente posta a fondamento di qualsivoglia impianto normativo che abbia per meta ultima la definizione di una possibile convergenza giuridica tra i paesi rivieraschi del Mediterraneo su una comune base minima di principi in materia di diritti umani.

Il diritto nasce da una profonda esigenza umana, che è presente in tutti gli uomini e che non può rivelarsi estraneo o marginale per nessuno di essi: si tratta dell'esigenza di giustizia che è la realizzazione di un ordine equilibrato dei rapporti interpersonali e sociali, atti a garantire che, a ciascuno sia dato ciò che gli spetta e che a nessuno sia tolto ciò che gli appartiene.

Se esiste una manifestazione dell'unità del genere umano e dell'uguaglianza fra tutti gli esseri umani, essa è data proprio dal diritto, che non può escludere nessuno dal suo orizzonte, altrimenti altererebbe la sua identità.

Ciò vale a maggior ragione in tempi in cui il confronto e lo scontro di civiltà sono in cima all'agenda etico - politica e istituzionale, in cui il fenomeno migratorio diviene sempre più massiccio e drammatico, in cui il razzismo rischia di ritornare un fatto terribilmente significativo.

Quanto tutte queste vicende spirituali ed empiriche abbiano a che fare con la governance dell'area del Mediterraneo sembra tanto evidente che si ha addirittura pudore a sottolinearlo ancora una volta.

I diritti umani sono il punto di arrivo di una complessa vicenda della realtà multiforme del Mediterraneo.

Il dualismo di atteggiamenti, forse addirittura l'ambiguità, con cui nei paesi musulmani si è guardato alla formulazione prima e alla ratificazione poi delle varie carte dei diritti fondamentali sono una testimonianza esemplare delle difficoltà culturali implicite nel fare proprio un messaggio come quello dei diritti umani.

Tornando al tema della cooperazione decentrata, va ribadito che ogni ricerca vada orientata verso l'accettazione di una ermeneutica in cui questi processi interattivi partano dal basso, dalla differenza e dal pluralismo delle culture se lo si preferisce, e non dall'imposizione dall'alto, da parte di un potere imperiale, di una piattaforma per quanto fruttuosa, come lo è quella dei diritti umani.

Il problema sostanziale, legato ad una simile visione, verte sulla possibilità che diversi percorsi portino, prima o poi, alla medesima meta.

L'intensificarsi dei rapporti internazionali e l'attuale processo di "globalizzazione" non faranno scomparire le profonde differenze culturali, religiose, politiche, economiche e giuridiche della comunità internazionale.

Si esige, perciò, che i principi, su cui il diritto internazionale si fonda, siano veramente essenziali, comuni e condivisi.

È molto importante che le diverse espressioni del diritto internazionale riconoscano e rispettino quelle verità morali e spirituali che sono necessarie per difendere e promuovere adeguatamente la dignità e la libertà degli individui, dei popoli e delle nazioni.

Questa eredità deve suscitare in tutti i cittadini il desiderio di trasformare la comunità umana in una grande famiglia, dove le relazioni sociali, politiche ed economiche siano degne dell'uomo.