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Giuseppina De Marco
"François Joseph Vervloet né le 20 janvier 1795 des parens Martin V. et Clarade Muijser de Marlselen, arolé de la cour de justice rue de l'Empereur (...). Ma premier ecole fut chez les femmes picard ou j'ai passez quelques années pour jouer, alor chez le maitres d'ecole. J'ai eté confirmé dans l'eglise de S Rembaut a l'age de 2 ans. (...) De l'année 1804 j'ai frequenté l'academie sous les professeurs Deraedt et Van Geel".
Inizia cosi il Diario del pittore belga François Vervloet, conservato presso l'Archivio del Museo Correr di Venezia, da cui fu acquistato nel 1948.
Una breve sintesi biografica del pittore è fornita dal figlio Giuseppe in una lettera inviata il 9 luglio 1913 al Direttore del Museo di San Martino di Napoli: "Mio padre Francesco nacque a Malines nel Belgio nel 1796 (evidentemente, non ricorda la data esatta); vinse assai giovane il concorso, e partì colla pensione accordata dal governo per l'Italia. Venne a Roma e a Napoli ove si stabilì e operò sempre dal 1825 fino al 1854; passò poi a Venezia ove morì nel 1872. Per Napoli ebbe sempre vera adorazione; fu proprietario di casa sua, ove io nacqui nel 1844 precisamente il Largo Ascensione a Chiaia. Di Vervloet oltre che mio padre c'è Giovanni suo fratello direttore dell'Accademia di Malines, e Vittorio figlio del suddetto, anch'esso buon pittore. Di Giuseppe non ci sono che io, ebbi anche i miei begli anni di successo come acquerellista, ora è finita. Mio padre viaggiò molto, i suoi quadri sono dappertutto, specialmente in Russia, e quasi tutti i Musei d'Europa ne posseggono. Lavorò molto per lo Czar Nicola I e tante ordinazioni furono sospese per avvenimenti politici, come quei due della Floridiana, che mercè la gentilezza sua, sono al Museo di San Martino. Fu amico del Carelli, di Gigante, Abbati, Maldarelli, Mancinelli, Franceschini, Palizzi, e dei tanti d'allora dei stranieri più conosciuti che vennero in Italia. Fu amicissimo dei celebri fratelli Robert, di Leopoldo soprattutto (Morelli, il di lei illustre padre, venne dopo). Mio padre scrisse la sua vita fin dall'inizio della sua carriera. Io posseggo i suoi manoscritti, interessantissimi perchè citano fatti dell'epoca Napoleonica, Waterloo ecc. e dei suoi viaggi in Oriente".
François Vervloet giunse in Italia nel 1822, con una borsa di studio di due anni dell'ammontare di cinquecento fiorini conferitagli dalla Société pour l'encouragement des Beaux-Arts di Bruxelles, che scartò De Caisne per premiare un giovane pittore d'églises et d'intérieurs de villes. Il quadro che gli consentì di vincere questa borsa rappresentava l'Interno della Cattedrale di Saint-Rombaut a Malines, per il quale ottenne anche incarichi didattici all'Accademia di Malines.
A Roma si recò a far visita al pittore d'Anversa Verstappen, grande paesaggista. Incontrò Vincenzo Camuccini, che apprezzò le doti del giovane artista nel realizzare un Interno di San Pietro, acquistato dal Re d'Olanda e poi dal Rijksmuseum di Amsterdam. Incontrò François Granet ed entrò in contatto con i paesaggisti francesi del primo Ottocento.
Nel 1825 si stabilì a Napoli, dove nacquero i suoi figli, ed ebbe contatti con i pittori dell'Accademia, dai quali fu nominato Professore Onorario, per la precisione calligrafica dei suoi interni architettonici. Tra i suoi committenti si annovera Ferdinando II.
Il pittore trascorse lungo tempo viaggiando per l'Italia e annotando su ogni tipo di supporto (dal ritaglio più piccolo a strisce di carta da pacco) vedute di città e di architetture, generalmente eseguite a matita, con un tratto molto ben definito e la precisione calligrafica che caratterizza la pittura fiamminga. L'artista disegnava tutto ciò che suscitava il suo interesse: un particolare architettonico, una processione, le acconciature delle donne o i loro gioielli, dipinti ad acquerello su minuscoli frammenti.
Questa suo interesse per una conoscenza capillare dei luoghi probabilmente lo portò a partecipare alla compilazione di un'opera che fu pubblicata tra il 1829 e il 1835 con il titolo di Viaggi pittorici nel Regno delle Due Sicilie.
Per mezzo di queste raccolte di disegni, spesso accompagnate da descrizioni lettararie, l'Italia Meridonale, con il suo patrimonio umano e culturale, venne conosciuta in Europa.
Un certo interesse per la conoscenza del Mezzogiorno d'Italia si era già diffuso a partire dal 1703, anno in cui fu stampata a Napoli da Domenico Antonio Parrino un'opera in tre volumi curata da Luigi Muzio dal titolo Il Regno di Napoli in Prospettiva, di cui risulta autore Giovan Battista Pacichelli, con le illustrazioni di Francesco Cassiano de Silva, che nel 1700 aveva firmato le incisioni di una guida di Napoli e dintorni per lo stesso editore.
Dalla seconda metà del '700 il viaggio in Sicilia venne affrontato anche via terra, attraversando la Puglia e le Calabrie. Ma la maggior parte degli stranieri arrivava fino a Napoli. Chi si spingeva in Sicilia, attraversava la Calabria in treno o raggiungeva la meta via mare, da Napoli o da Taranto.
Nel 1781 ebbe inizio l'impresa più significativa dell'editoria settecentesca: la pubblicazione in quattro volumi (l'ultimo dei quali venne pubblicato a Parigi nel 1786) del Voyage pittoresque des royaumes de Naples et de la Sicile, con cui l'Italia meridionale è posta al centro dell'interesse di artisti e intellettuali europei.
Nonostante i disagi e i pericoli, il numero dei viaggiatori stranieri in Calabria aumentò considerevolmente a partire dai primi dell'Ottocento. Incomincia a cambiare il modo di viaggiare, non si seguono più itinerari prestabiliti, ma ci si addentra nel territorio per conoscerne anche le aree più ignote e inaccessibili. "Il viaggio ottocentesco è qualcosa d'altro, i suoi costumi e le sue modalità rassomigliano più ai viaggi del nostro tempo che a quelli operanti a fine Settecento. Il grande trauma delle guerre napoleoniche segna la fine del Grand Tour come istituzione d'origine aristocratica: non solo si trasforma il genere letterario del diario di viaggio, ma si assiste a una mutazione genetica della cultura materiale e dei mezzi economici che lo connotano.
Col variare delle mentalità, cambiò l'organizzazione del viaggio: nel Settecento si raccomandava al viaggiatore di mantenere loggettività nelle descrizioni, nellOttocento erano gradite le visioni soggettive. Placanica fa notare che spesso queste possono fornire ulteriori livelli di lettura per la conoscenza dei luoghi nellItalia Meridionale, giungendo a tessere lelogio della tendenziosità. Il Mezzogiorno non ha conosciuto una significativa fioritura di testimonianze documentarie di carattere narrativo, in cui una società fortemente identificata guardasse a se stessa e al proprio passato, quindi lanalisi critica della letteratura di viaggio può fornire un utile ausilio alla ricerca storica. Il metodo suggerito da Placanica può portare a risultati concreti: approfondire, rendere sistematica, storicizzare - anche con una poderosa mole di confronti e di letture trasversali e tematiche - tutta lindagine sui viaggi, portando a compimento quel lavorio di recupero, ma anche di amorosa demitizzazione, che gli studiosi hanno criticamente avviato e portato avanti.
Il ritrovamento di un gruppo di disegni di centri calabresi può aiutarci a conoscere l'evoluzione del territorio regionale.
In un album, conservato presso il Museo Nazionale di San Martino a Napoli, sono custoditi i disegni raffiguranti:
50 - Rocca Imperiale, ottobre 1829;
70 - Roccella, novembre 1829;
71 - Cosenza, 23 novembre 1829;
72 - Caraffa, 1829;
76 - Resti del Tempio di Capo Colonna, Crotone, ottobre 1829;
86 - Calabre (in realtà si tratta delle Tavole Palatine a Metaponto), 1829;
89 - Pizzo, 13 novembre 1829;
91 - Cassano Calabro;
93 - Catanzaro.
Sono solo alcune delle località visitate durante l'autunno del 1829 durante un viaggio in Puglia e Calabria, le cui tappe sono elencate nel Diario dell'artista-viaggiatore, compilato a posteriori in modo molto sintetico: si tratta di impressioni, che ci consentono, tuttavia, di cogliere alcuni aspetti della sua formazione culturale.
Il pittore partì da Avellino, visitò il Santuario di Montevergine, passò ad Ariano ("59 miglia da Napoli"), attraversò "colline aride" e giunse a Bovino, "nota per i suoi boschi". A Foggia notò l'architettura "del genere fiorentino" e la "promenade publique". Si fermò a dormire a Cerignola in un albergo, per poi giungere a Barletta, dove notò un "barocco moresco". Passò a Bari e a Monopoli ("a 30 miglia da Bari"), poi a Brindisi e a Lecce, che definì "città triste". Passò per Torre a Mare, Metaponto e Policoro, Rocca Imperiale e Cassano, per arrivare a Crotone, dove visitò il Santuario di Capo Colonna, dove resta "una colonna greca del Tempio di Giunone". Di lì raggiunse Belcastro, che era sede vescovile. Passò per Roccella e di sera arrivò a Gerace, dove visitò "la cattedrale fatta con le colonne del Tempio di Proserpina da Locri antica". Poi fu a Bagnara, dove vide i briganti. A Reggio alloggiò all'Hotel Britannique alla Marina, "che è una strada larga con fontane". Andò a Messina e poi a Bagnara. A Mileto, "miserable pays", dove segnalò la presenza di "une seule urne antique". A Monteleone non trovò "rien d'interessante". A Pizzo visitò il castello dove "Murat fu fusillé". A Caraffa, "petit village", ammirò i "costumi greci albanesi, che conservano da più di 400 anni, da quando vi si sono rifugiati". Visitò Catanzaro, Tiriolo, Soveria, giunse a Cosenza, dove notò un "tres joli theatre". A mezzogiorno arrivò a Spezzano, dove mangiò in una taverna. L'ultima tappa del viaggio fu Policastro.
Prima di individuare le motivazione della scelta del percorso, è necessario affrontare un discorso sulla cronologia del viaggio. Nel Diario, scritto a distanza di anni, l'artista annota le seguenti date: il 28 parte da Avellino (quitte Avellino); il 29 lascia Ariano (quitte Ariano); il 30 è a Cerignola; il 25 sera è a Gerace; il 29 a Bagnara; il 13 novembre a Mileto. Le indicazioni cronologiche apposte sui disegni sono le seguenti: Rocca Imperiale, ottobre; Crotone, ottobre; Roccella, novembre; Pizzo, 13 novembre; Cosenza, 23 novembre.
Stando a queste date, il viaggio di Vervloet si sarebbe svolto dal 28 settembre al 23 novembre 1829, lungo l'arco di due mesi.
Per capire le scelte delle tappe del viaggio di Vervloet, che ricalca le località sede di stazioni di posta (come indicato nella Carta Generale del Regno delle Due Sicilie del 1828) si può procedere ad un'analisi comparata con alcuni viaggiatori che il pittore avrebbe potuto conoscere, come Richard Keppel Craven, che partì da Napoli il 24 aprile 1818 diretto ad Arienzo, prima tappa del mio viaggio verso Benevento, dove pensavo di pernottare. Questa strada non è affatto la più corta o la più comoda per raggiungere la Puglia; ma il desiderio di conoscere una regione che non avevo mai avuto modo di visitare, sebbene fosse una delle mete della maggior parte delle escursioni che i viaggiatori effettuano dalla capitale del Regno delle Due Sicilie, mi indusse a preferirla a quella che conduce a Nola, Avellino e Ariano.
In realtà, Craven era interessato a conoscere i luoghi intorno ad Arienzo, già visitati da Swimburne tra il 1777 e il 1780, noti col nome di Forche Caudine, in cui si svolse lo scontro tra Romani e Sanniti, narrato da Tito Livio.
Craven scelse l'itinerario Arienzo, Benevento, Troia, Lucera, Foggia, mentre Vervloet preferì la strada più corta e comoda, lungo la quale si trovavano le stazioni di posta: da Napoli ad Avellino, Ariano, Bovino, Foggia.
Craven soggiornò a Cerignola, dove segnala la presenza di una locanda pulita (cosa non facile nellItalia Meridionale), forse la stessa in cui si fermò Vervolet nellottobre 1829.
Dopo Cerignola, come Craven, anche Vervloet si diresse verso Barletta, Bari e Monopoli. Quindi Craven andò a Lecce e di ritorno a Brindisi, mentre Vervloet visitò prima Brindisi e poi Lecce, che definì città triste. Ma anche Craven era stato colpito dallaspetto deserto delle sue strade.
Le tappe successive del viaggio di Craven e di Vervloet proseguono parallele: Torre di mare, Metaponto, Policoro, Rocca Imperiale, Cassano.
Craven ci informa che Torremare è una fortificazione quadrata fatta erigere dai re angioini. Probabilmente quando venne edificata era lambita dal mare, ma il terriccio portato dai mutevoli corsi del Bradano e del Basiento, tra i quali è situata, vi ha interposto uno spazio di circa un miglio. Poi aggiunge: Mi illusi di scoprire qualche vestigia dello splendore di Metaponto, ma rimasi deluso. Il mio accompagnatore mi fece rendere conto che i continui mutamenti del corso del fiume avevano cancellato ogni traccia del passato: infatti mi fece vedere il letto dove il fiume scorreva fino a cinque anni addietro, distante da quello attuale quasi mezzo miglio. Swinburne, e dopo di lui lautore del Voyage pittoresque, ci ha fornito una descrizione particolareggiata delle rovine di un tempio dorico, consistenti in quindici colonne scanalate di marmo. Linglese lo localizza su una sponda del Basiento, vicino alla sua foce. Il Saint-Non le indica invece a due miglia dal mare e aggiunge che sono visibili a grande distanza. Ma dopo una lunga e inutile ricerca, conclusi che quelle rovine siano state distrutte dalle inondazioni del fiume e infine sepolte dalle stratificazioni di sabbia e argilla formatesi nel tempo. Feci ritorno al casino stanco e deluso. Partii lindomani, con umori diversi da quelli che mi avevano animato allarrivo. Ma al suo ritorno a Napoli, seppe che le rovine del tempio presso Metaponto esistevano ed erano state visitate di recente. Allincredibile ignoranza dei contadini del luogo - e mi dispiace dirlo, a uninesattezza dello Swinburne: chiamare Basiento il Bradano - devo aggiungere la mia negligenza.
François Vervloet raffigurò le cosiddette Tavole Palatine o Scuola di Pitagora presso Metaponto in un disegno del 1829, in calce al quale annotò Calabre. Questo disegno dimostra le notevoli capacità grafiche dellartista belga, specializzatosi allAccademia di Malines in Disegno di interni architettonici. Le 15 colonne scanalate sono disposte nello spazio e rese con una varietà chiaroscurale tale da conferire lidea della profondità spaziale. Come accade in altri disegni, il tratto della matita si fa più leggero man mano che ci si allontana dal piano di superficie verso il fondo. I tocchi di biacca accentuati sulla colonna in primo piano, che presenta evidenti tracce di degrado#, conferiscono al disegno un valore di consistenza cromatica. Lunico elemento paesaggistico è costituito da un albero, che potrebbe essere stato inserito come elemento di scala.
Rocca Imperiale appare arroccata sulla sommità del colle, a dominio del territorio circostante: il paese è tratteggiato con la precisione calligrafica consueta dellartista belga, ma anche in questo caso lambientazione paesaggistica è ridotta allessenziale. Il castrum di Rocca Imperiale è il primo castello della Calabria sul versante jonico. Per la sua posizione strategica, dominante il Golfo di Taranto, rivestì un ruolo importante in età sveva, fu rinforzato in età aragonese, assalito dai Turchi nel 1644. In un'incisione del Voyage su disegno di Despréz è rappresentata la porta d'ingresso al castello, costituita da un arco a tutto sesto sormontato da un arco a chiglia rovescitata delimitato da un cordolo agettante.
Cassano fu rappresentata sia da Craven che da Vervloet, ma mentre il primo colloca il paese nel più vasto contesto territoriale, il secondo ne fornice unimmagine dallinterno in un disegno dalle dimensioni esigue. L'artista fermò sul foglio una scena di vita quotidiana: la donna che spazza sull'uscio di casa, la forte pendenza della strada principale, che conduce, in fondo al paese, alla chiesa, di cui si vede la torre campanaria. Il tratto, come nel disegno raffigurante Catanzaro, Caraffa e Cosenza, appare condizionato dal vedutismo d'impronta romantica, lontano dalla minuziosa descrizione in punta di matita delle rappresentazioni di Rocca Imperiale, Roccella, Capo Colonna e Pizzo.
I "resti del Tempio di Giunone a Capo Colonna", come si legge in basso a destra, potrebbero costituire il disegno preparatorio di un dipinto: sul margine destro, lungo il pendio, il pittore annota "terre aride", forse con l'intenzione di memorizzare il tono cromatico da conferire al paesaggio nella versione pittorica. Sul fondo è delineato il Santuario della Madonna di Capo Colonna, caratterizzato dalle cupolette emisferiche di matrice bizantina. Come in molti luoghi della Calabria, al culto della Dea pagana si è sostituito quello della Vergine.
Il promontorio Lacinio è sempre stato un punto di riferimento di primaria importanza per la navigazione nel Golfo di Taranto. Le numerose leggende sulle origini del Santuario extraurbano di Hera Lacinia sono ricordate dagli autori classici.
Il promontorio era raggiungibile via mare e fu la meta preferita dai viaggiatori stranieri.
Nel 1649 il Nola Molisi scrisse che con il materiele depredato dal tempio il vescovo Antonio Lucifero nei primi anni del '500 fece costruire il palazzo episcopale. In seguito a restauri effettuati sul Duomo di Crotone, l'arch. Pietro Paolo Farinelli di Napoli constatò la falsità di quest'affermazione. Circa lo stato di conservazione del monumento, è interessante la lettura della relazione pubblicata da Adolfo Avena nel 1902.
Diversi motivi indussero Vervloet a visitare Tiriolo: era sede di stazione di posta e punto di snodo della strada nazionale, che da un lato conduceva a Cosenza e dall'altro a Catanzaro; era l'unico punto della regione da cui si possono vedere contemporaneamente lo Jonio e il Tirreno; era lunico sito archeologico della Calabria interna conosciuto tra Sette e Ottocento. Nel suo territorio nel 1640 fu rinvenuta la tavola bronzea riproducente il testo del Senatusconsultum de Bacchanalibus: Circa un secolo fa, a Tiriolo fu rinvenuta una curiosa tavola in bronzo che riporta un decreto emanato per reprimere gli eccessi a cui ci si abbandonava durnte la celebrazione dei Baccanali e da far rispettare in Agro Teurano. Inoltre, sono state trovate numerose vestigia e un considerevole numero di monete di tutte le città della Magna Grecia. Inoltre, Tiriolo era nota per la bellezza delle donne e dei loro costumi, cosa che non poteva non attrarre l'artista, che dimostra nei suoi disegni un particolare interesse per la rappresentazione dei costumi, delle acconciature e dei gioielli, disegnati e colorati ad acquerello quasi come miniature.
Vervloet disegnò Roccella "pris de Gerace", come si legge in basso a destra. La città è vista dal mare, infatti sulla sinistra del disegno si trovano delle barche a remi. Sembra cosa strana che dal punto di vista prescelto l'artista potesse ritrarre il paese dal mare.
Evidentemente, si riferisce alla strada che da Gerace conduceva a Roccella, seguendo il corso del fiume Novito fino al mare.
Questo disegno costituisce un prezioso documento, anche per la conoscenza della vegetazione, oggi scomparsa sotto colate di cemento. Si noti la presenza di una palma sulle pendici della collina, cosa che notò anche Lear nel 1847: "La città e la roccia sono un piccolo mondo di scenico splendore. Per di più, alle sorridenti bellezze del complesso vanno aggiunti i suoi particolri squisiti (inclusi gli alberi di palme e ogni varietà di vegetazione)".
Come nel disegno piu recente di Lear (1847), la Chiesa Matrice, adiacente al Castello Carafa, presenta ancora il suo campanile.
Il disegno raffigurante Pizzo è piuttosto uno schizzo, buttato giù in fretta con l'intenzione di segnalare la presenza del castello dove Murat fu fucilato, come l'artista annota nel margine destro della pagina, composta dall'unione di due fogli. Le barche ormeggiate nel porticciolo sembrano interessare particolarmente l'artista, mentre la rocca è delineata con tratto rapido e sottile.
Il disegno raffigurante Cosenza non ci consente di acquisire dati relativi alla situazione urbana, essendo uno schizzo rapido, in cui la città appare avvolta dalla vegetazione agli occhi dell'artista proveniente dalla valle del Crati, il quale annotava sul suo diario: "cette ville est pittoresquement situé". Sul lato destro si scorge il borgo oltre il Busento con il Convento dei Frati Minimi, sulla sinistra il Castello domina l'abitato, che si adagia lungo le pendici del colle Pancrazio.
Dopo aver visitato Cosenza, il 23 ottobre del 1829, Vervloet giunse a Spezzano, dove arrivò a midi a la taverne pour j manger. Si tratta di Spezzano Albanese, località situata nei pressi di Tarsia (che era sede di stazione di posta) ed evidentemente era nota ai viaggiatori stranieri, dato che anche Craven vi soggiornò. Vervloet concluse il suo viaggio in Calabria con la visita di Policastro, meta che non poté raggiungere l'inglese "in parte per la difficoltà di non avere una guida pratica e in parte per limpossibilità di portarmi dietro una scorta, precauzione assolutamente necessaria. E' probabile che Vervloet godesse di particolare protezione, a causa delle sue conoscenze altolocate nell'ambiente napoletano. Non si dimentichi che Re Ferdinando era tra i suoi committenti.
NOTA SUI DIARI DI FRANCOIS VERVLOET
Questo lavoro fa parte di una ricerca più vasta sull'attività grafica di François Vervloet e sull'analisi dei suoi diari, elaborata come Tesi di Specializzazione in Archeologia e Storia dell'Arte (Università degli Studi di Siena, Relatore Prof. Amerigo Restucci, controrelatore Prof. Enrico Crispolti).
La più antica notizia dell'esistenza dei Diari (quattro quaderni rilegati, scritti in francese) è fornita dal figlio dell'artista in una lettera inviata il 9 luglio 1913 al Direttore del Museo di San Martino a Napoli, Mario Morelli, figlio del celebre pittore: "Mio padre scrisse la sua vita fin dall'inizio della sua carriera. Io posseggo i suoi manoscritti, interessantissimi perchè citano fatti dell'epoca Napoleonica, Waterloo ecc. e dei suoi viaggi in Oriente".
Sergio Ortolani nel 1940, in una voce dedicata al pittore nel Thieme-Becker, li segnala di proprietà della famiglia, e in una nota biografica del 1970 riferisce: "Il figlio Giuseppe si dice possegga un manoscritto di ricordi autobiografici del padre".
Nel 1947 Giulio Lorenzetti riferisce le vicende successive dei Diari#: furono depositati a garanzia di un prestito presso una Banca inglese in Via dei Tornabuoni a Firenze, probabilmente dal figlio del pittore, ivi residente in via Foscolo, 48, e non ritirati. Ne venne in possesso un pittore di ceramiche a Faenza, che lo vendette al Sig. Eugenio Ragazzi, antiquario di Ferrara. Quest'ultimo, "recentemente" (scrive il Lorenzetti), lo vendette al Museo Correr.
In una lettera consultata da chi scrive nell'archivio del Museo Correr, inviata dal direttore delle Belle Arti del Comune di Venezia all'Ing. De Filippi, Assessore ai Lavori Pubblici dello stesso Comune, in data 16 gennaio 1948, si legge: "Da notizia ricavata in un Diario manoscritto del pittore olandese Francesco Vervloet, recentemente acquistato dalle raccolte del Civico Museo Correr, insieme a una cospicua serie di disegni (...)", il che conferma la data dell'acquisto.
Una parziale analisi del Diario è stata affrontata da Mary Pittaluga, "Note su Francis Vervloet e la sua Vie", in Antichità Viva, 1970, n. 1, pp. 26/39.
Approfonditi sono gli studi di Denis Coekelberghs, che li segnala in un articolo del 1967: "Martin Verstappen, paysagiste flamand à Rome au XIXe siècle", in Bulletin de l'Institut Historique Belge de Rome, XXXVIII, 1967, p. 743, nota 4, in cui sottolinea che "une étude critique de ce précieux manuscrit est en cours". Il Coekelberghs ritorna ad affrontare un'analisi del manoscritto nel saggio dal titolo "A propos de L'installation de l'archeveque F.-A. de Méan à Malines en 1817, tableau inédit de François Vervloet", in Revue des Archéologues et Historiens d'Art de Louvain, V, 1972, pp. 132/147, in cui ringrazia l'Istituto Storico Belga di Roma per avergli procurato una copia microfilmata del Diario. Continua il suo studio in un volume dal titolo Les peintres belges à Rome de 1700 à 1830, Bruxelles 1976, pp. 328/349, e in Tableaux de Maitres anciens du XVIe au XIXe siècle, Galerie d'Arenberg, Bruxelles 1993, pp. 56/58.
Ma il Diario, nella sua interezza, è tuttora inedito.
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