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Parte terza
Il ritorno a Rhégion (448-440 a.C.)
Pythagóras non aveva mai interrotto completamente i suoi collegamenti con Rhégion. Prova ne sia che, appena avevo compiuto quindici anni, aveva richiesto ai miei genitori di potermi avere come praticante. C’erano state alcune discussioni a casa mia, ma, di fronte alla mia decisione di entrare nella bottega dello zio, i miei cari padre e madre non avevano opposto un netto rifiuto ed io ero riuscito ad
imbarcarmi verso il mio futuro.
Accanto allo zio avevo vissuto le ultime tre olimpiadi durante le quali era ancora attiva la sua bottega nel Pelopónnesos. Intanto, qui in Italía le cose, dal punto di vista politico, stavano cambiando in modo radicale. Nel secondo anno dell’ottantesima olimpiade, come tutti sapete, i Pitagorici di Kroton erano stati arsi vivi mentre erano insieme in una casa. I sopravvissuti erano dovuti scappare all’estero e, da quella data, a Rhégion era attivo uno dei nuclei pitagorici più forti. Vi chiedo scusa per queste spiegazioni inutili: alcuni di voi sono tra i fondatori più
illustri di quella eteria. A questo punto, se fossi saggio, lascerei parlare te, o Aristídes, oppure te, Selinúntios, ma credo che forse vi interesserà ascoltare i fatti dalla prospettiva di Pythagóras.
Per celebrare il magistero di Pythagóras il filosofo, decideste di fare realizzare una statua del Samio in cattedra, con uno scettro nella mano sinistra. La vostra scelta era decisamente innovativa ed inconsueta. Fino ad allora, infatti, si riservava l’onore di essere raffigurati in trono solo agli dei dell’Ólympos. Fu proprio il filosofo Pythagóras il primo mortale ad essere glorificato come un dio, ed io sono onorato di essere seduto a mensa insieme a chi ebbe il coraggio di prendere una tale decisione.
Per realizzare un tipo statuario così innovativo, però, occorreva il più grande scultore e bronzista vivente. So che alcuni tra i membri dell’eteria proposero il nome dell’ateniese Myron, ma i sostenitori di mio zio ebbero facilmente la meglio: se si mettono a confronto soggetti simili, le realizzazioni di Pythagóras sono sempre più magnetiche e più piene di energia rispetto a quelle del suo rivale attico. Durante
l’ottantunesima olimpiade, perciò, tra la delegazione reggina ai giochi c’erano alcuni dell’eteria pitagorica incaricati di prendere contatto con mio zio per chiedergli di impiantare a Rhégion la sua bottega, e di accettare come prima commessa la realizzazione della statua del filosofo in cattedra. Conoscendo il volume di affari dello zio, la proposta sembrava a tutta prima senza speranza: nessuno avrebbe abbandonato una bottega così fiorente per rischiare il tutto per tutto in Italía.
Quando Pythagóras organizzò una riunione degli operai più anziani, però, io capii subito che il suo cuore aveva già preso la decisione di tornare in Patria. La discussione, infatti, non si svolse riguardo al “se” ma al “quando” ed al “come” partire. In verità, trovammo facilmente una soluzione adeguata al problema.
Prima di tornare a Rhégion mio zio voleva assolutamente terminare la quadriga del Cireneo, cosa che lasciava almeno dai sei agli otto mesi lunari di tempo. In secondo luogo, la bottega ad Olympia non sarebbe stata chiusa, ma ceduta ad un prezzo adeguato agli operai più anziani, che l’avrebbero utilizzata per mandare avanti un loro progetto autonomo. Infine, alcuni degli allievi e delle maestranze più giovani,
tutti provenienti dall’Italía, ci avrebbero seguito a Rhégion per essere operativi fin dal giorno del trasferimento.
Per quanto mi riguarda, invece, dopo la fusione dei principali pezzi della quadriga e delle sue statue collegate, era mio compito venire in avanscoperta qui a Rhégion e trovare un’acconcia sistemazione per la bottega. Tutto, ovviamente, venne eseguito
secondo i desideri del Maestro, così che già entro un anno eravamo già pronti a realizzare la statua del filosofo.
Quello che forse non sapete, è che mio zio aveva cominciato a lavorare ai bozzetti fin dall’abboccamento con i membri dell’eteria e mi confidò che era un suo sogno quello di realizzare la prima statua del filosofo samio, ben consapevole che tutti i pitagorici ne avrebbero tratto delle copie. Mi disse anche che era sua intenzione dedicare alla memoria di suo padre Sóstratos tale opera, come tributo per le tante
sofferenze che egli aveva accettato di patire in nome del suo credo pitagorico. La cosa più sorprendente, ai miei occhi, era che mio zio possedeva un ritratto fisionomico del suo omonimo filosofo, creato da lui stesso negli anni giovanili. Quando gli chiesi come avesse fatto a ricostruire la fisionomia del Samio, che era morto quando lui era ancora molto piccolo, mi rispose, visibilmente commosso, che si era giovato dell’aiuto di suo padre, negli anni in cui era ancora a bottega da
Kléarchos. Sapendo di fargli cosa gradita, infatti, aveva disegnato un volto del filosofo facendosi guidare dalla memoria paterna, che era stato amico e discepolo del grande maestro. Alla morte del padre, quando era stato costretto dalla miseria ad emigrare dalla Patria, una delle poche cose che si era portato appresso era stato quel ritratto del Samio, che aveva custodito gelosamente per tutti quegli anni,
traendone persino alcune copie di sicurezza.
Contrastando l’opinione di molti membri dell’eteria reggina, come ricorderete, lo zio pretese di seguire l’iconografia del filosofo che tanti anni prima il padre aveva voluto fargli disegnare, ponendo in testa a Pythagóras un turbante, che il Samio portava per ricordare i suoi anni di studio in Oriente. Parallelamente, si impose per rappresentare un ritratto fisionomico e non fisiognomico del filosofo, mostrandolo senza idealizzarne i tratti, con la barba ispida, i radi capelli, le lunghe rughe
che gli solcavano il volto e quel piccolo naso che gli caratterizzava la faccia. Era un’opera coraggiosa e innovativa, e so che molti a Rhégion non capirono quale balzo in avanti stesse facendo l’arte della bronzistica.
Anche in mezzo alla tempesta, con tante critiche che piovevano dai nemici politici e persino da autorevoli membri della stessa eteria pitagorica, lo zio non perdeva mai di vista la rotta che aveva deciso di intraprendere e non sbagliò neanche stavolta il porto di approdo. Dopo tante polemiche, create ad arte da avversari di partito e colleghi invidiosi, che si basavano, tra l’altro, solo sui disegni preparatori esposti
in bottega, quando l’opera venne inaugurata ci fu un coro unanime di consensi. Quei pochi che avevano avuto la fortuna di conoscere il Samio testimoniarono che la statua era straordinariamente somigliante al filosofo, al punto da ingenerare in loro un antico senso di deferenza e di rispetto.
Certo, alcuni non smisero di criticare la scelta di porre in testa alla statua il turbante, anche se i discepoli affermarono che il maestro preferiva mostrarsi ai suoi allievi sempre con quel copricapo. Mio zio, essendo allenato alle critiche come un atleta lo è riguardo alle fatiche, le considerava come una sorta di malanno connesso all’arte che aveva scelto di intraprendere. Per questo motivo non diede alcun peso alle
maldicenze e si dichiarò soddisfatto dell’opera.
I fatti gli diedero ragione immediatamente. Il giorno stesso dell’inaugurazione della statua, ricevette una commessa da parte del popolo dei Siracusani. Essi si erano convinti di dovere espiare non so quale colpa nei confronti dell’eroe Philoktétes, l’amico di Eracle che era stato morso da un serpente nel viaggio verso Ilion e, quindi, era stato abbandonato da Agamemnón e dai suoi stessi supposti amici perché la ferita si era infettata e produceva un odore ripugnante. Per questo
motivo i Siracusani avevano in animo di fare realizzare una statua dell’eroe per potere organizzare annuali sacrifici in suo onore.
Conoscendo la fama e l’abilità di Pythagóras, i Siracusani avevano deciso di affidare al Reggino la realizzazione di tale opera. Mio zio accettò con gioia l’offerta e preparò nel giro di pochi giorni i disegni preliminari, che riscossero l’immediato consenso dei committenti. L’intenzione dello zio era quella di raffigurare Philoktétes seduto
su alcune rocce, provando a renderlo l’incarnazione stessa della sofferenza fisica e del dolore provocato dalla malattia. Chiunque fosse stato ferito o malato avrebbe potuto riconoscersi nella maschera di dolore dell’eroe. Per conferire un maggior pathos alla statua, prese la decisione di mostrare il dolorante con la bocca aperta, nell’atto di emettere un muto lamento. Per la prima volta sarebbero stati visibili i
denti, realizzati a parte in argento, che si sarebbero intravisti all’interno della bocca.
Il risultato fu pari alle attese. Nella nostra bottega, prima della consegna dell’opera, ci fu una folla di curiosi che volevano ammirare il nuovo capolavoro del Reggino. Forse qualcuno di voi ricorderà ancora le esclamazioni di meraviglia che si sentivano. A volte erano talmente rumorose al punto da fare infuriare Pythagóras. Anche alle Syrakousai il risultato fu il medesimo, e la fama delle opere di Pythagóras in
occidente si diffuse per tutto il mondo greco fino alle colonie ioniche dell’Anatolía. Fu in quegli anni che, nel Pelopónnesos, cominciò a farsi conoscere un altro Pythagóras, originario dell’isola di Sámos come il filosofo, ma bronzista come mio zio. Sfruttando una leggera somiglianza dei tratti, che risultava accentuata maggiormente dal fatto che il concorrente samio aveva imitato la lunga ed incolta barba del Reggino, questi prese a spacciarsi per il Maestro di Rhégion, ottenendo
alcune commesse. Non era, invero, un cattivo bronzista, anche se lontano migliaia di stadi da mio zio. Pensate che tuttora ignoro se i Locresi lo abbiano fatto apposta, visto che non potevano vincere le resistenze del Reggino a lavorare per dei nemici della propria Patria, oppure siano caduti in buona fede nel tranello dell’omonimia. Fatto sta che essi commissionarono ad Olympia a questo Pythagóras samio la
statua del loro eroe locale Euthymos nelle vesti di vincitore nella gara del pugilato. Una volta caduti in trappola, furono costretti a fare fondere al medesimo impostore un’altra statua di Euthymos, da collocare ai Lokroi, stavolta raffigurato come eroe guerriero. Sono convinto che, tra i posteri, qualche malaccorto pretenderà di riunire in una sola figura i due bronzisti omonimi, magari inventandoci su una storia di esili e di fughe. Io, sinceramente, spero che questo non accada, e avverto i sapienti dei secoli a venire che mio zio ha sempre firmato come Pythagóras Rhegínos, mentre il suo omonimo scrive, correttamente, Pythagóras Sámios. E per quanto riguarda questa faccenda mi pare che si sia detto quello che necessitava e non aggiungerò altro.
Dopo la statua del filosofo e dell’eroe ferito, in un crescendo di entusiasmo, le varie póleis della Megále Hellás cominciarono a fare a gara per avere delle opere di grandi dimensioni firmate da mio zio. Furono questi gli anni più belli per lui. Aveva superato le cinquanta primavere e, anche se gli occhi non funzionavano più come quando era giovane, il talento e l’energia erano rimasti immutati. Perdonate la mia
superbia, ma ricorderete anche voi che, con l’andare del tempo e l’aumentare della fiducia, aveva preso l’abitudine di lasciare a me tutta la parte tecnica, badando maggiormente alla creazione ed allo studio. Pur essendo un artigiano, infatti, era un profondo conoscitore di Hómeros e dei suoi poemi, anche di quelli del Ciclo, oltre che di Stesíchoros e degli altri poeti, non ultimo il nostro conterraneo Íbykos.
Per la guerra troiana, poi, possedeva la prima versione corretta del poema, curata di proprio pugno dal primo che l’avesse studiata, il grande Theagénes di Rhégion. Per quanto riguarda gli Ateniesi sempre boriosi, invece, conosceva bene le opere di Aischylos, di cui ammirava la capacità di rimanere legato alla tradizione, ma gli preferiva Sophoklés per la capacità di guardare dentro l’animo dei personaggi delle
tragedie. Anche lui, mi diceva, intendeva mettere a nudo, nel bronzo, il carattere e la disposizione interiore degli eroi che realizzava. A volte, però, notava che gli Ateniesi, sempre convinti di essere al centro dell’ecumene, modificavano alcuni racconti mitici, cercando quasi di impossessarsene. Mi citava, a tal proposito, il caso della purificazione di Oréstes, il figlio di Agamemnón. Il dio Apollo lo aveva obbligato a vendicare l’omicidio del padre, perpetrato dalla madre Klytaiméstra
insieme dall’amante di lei Aigistos. Oréstes aveva ucciso la madre, rimanendo, però, preda delle Erinyes, che lo tormentavano. Bene: secondo la tradizione vecchia di secoli, il giovane eroe era stato purificato da Apollo e liberato dalla maledizione nel fiume Argeádes, uno dei Sette fiumi che si trovano al confine nord del territorio della nostra polis. Guardate un po’, invece: secondo Aischylos ci sarebbe stato persino un processo all’Areopagos delle Athénai, dove addirittura
sarebbe stato decisivo il voto di Atena. Mio zio era andato in bestia leggendo questi versi, e si era augurato che il popolo dei Reggini gli commissionasse un gruppo statuario di Oréstes purificato da Apollo, per trasmettere ai posteri il mito tradizionale.
Nel periodo reggino Pythagóras ricevette, insieme ad altre, due commesse che lo resero ancora più celebre, se possibile. Da parte dei Krotoniati ebbe il grande onore di poter realizzare il gruppo statuario del dio Apollo che uccide il serpente Pyton, divenendo così padrone del santuario dei Delphoi. Era un opera di dimensioni colossali, e fummo perciò costretti a trascorrere a Króton alcuni mesi per assemblare le varie parti che avevamo fuso qui a Rhégion. Il risultato fu all’altezza
delle aspettative: ancora oggi i visitatori si stupiscono nel vedere i capelli del dio, mossi apparentemente dal vento, e la mirabile torsione della statua, che sembra avvitarsi nell’aria, quasi ad imitare le spire del serpente che ha di fronte.
Ancora più lontano ci dovemmo recare per l’ultimo gruppo statuario che mio zio dovette realizzare qui in occidente. La situazione a Rhégion, negli anni che precedettero l’ottantatreesima olimpiade, era divenuta incandescente. Come tutti sapete, l’origine di questi mali è antica, e risale alla fine della dinastia degli Anassilaidi nel terzo anno della settantasettesima olimpiade, se la mia memoria non mi inganna. La nostra polis aveva avuto una grande fortuna nell’avere tre
governanti della statura di Anaxílaos, di suo figlio Leóphron e poi di Mikythos. Già i figli della seconda moglie di Anaxílaos, i nipoti di Hiáron delle Syrakousai per intenderci, erano di una ben diversa pasta. Ma anche loro, pur con la loro ignavia accompagnata ad una sconfinata superbia, non possono essere paragonati con i perfetti imbecilli che hanno cominciato a mangiarsi Rhégion e tutte le sue ricchezze quando riacquistammo la libertà. La cosiddetta democrazia, nella quale viviamo da allora, troppo di stampo ateniese, nel tipico modo provinciale della nostra pseudo classe dirigente, ha alimentato soltanto un becero clientelismo. Solo noi Pitagorici ci siamo opposti alla legge del governo degli ignoranti, purché con famiglie numerose alle spalle o nati in borghi molto coesi dal punto di vista sociale, come Pelarós o Taisía nella Piana. Noi Pitagorici, contro tutto e contro tutti, abbiamo cercato di mettere al centro della vita politica il merito e la progettualità. Tutti ci hanno dato addosso, in nome delle frittole, della spensieratezza e dell’anarchia che permette a tutti i furbastri di costruire nella terra pubblica e di angariare i propri vicini imponendo loro ogni sorta di abusi. Da quel momento abbiamo vissuto solo poche primavere felici, e solo quando, a prezzo di enormi sforzi, noi Pitagorici siamo riusciti ad avere la meglio politicamente contro il Partito Democratico, formato spesso da gente senza mestiere e senza voglia di lavorare, e contro il Partito dei Ricchi, che tiene insieme i più grandi delinquenti, ricettatori e arricchiti di fresco. Solo in quelle rare occasioni i ranghi dell’esercito, i tesorieri della città, gli amministratori e i tribunali sono stati governati mettendo al posto giusto i più meritevoli ed i più capaci. Nel tempo rimanente ci siamo dovuti battere, spesso sconfitti, per tentare di
mantenere le strade in ordine, e persino per tutelare gli interessi del nostro porto, la nostra vera ricchezza, che i politicanti di mestiere sono sempre stati pronti a svendere agli interessi di Terína, nella Piana lametina, o di Króton, quando non si sono messi d’accordo con i furbi governanti di oscuri borghi collinari indigeni, che i nostri antenati hanno sempre trattato come meritano, soggiogandoli con le nostre
lance.
Scusate lo sfogo, ma la situazione in quegli anni era a dir poco soffocante, e, per colpire l’eteria pitagorica, le minacce cominciarono a piovere sulla bottega di mio zio, colpevole solo di essere un grand’uomo. Per sfuggire alle continue contumelie ed ai piccoli dispetti tipici della piccineria reggina, Pythagóras accettò di realizzare per i Tarantini il gruppo statuario di Europe sul toro, sperando che i mesi di lontananza da Rhégion per il consueto assemblaggio delle varie parti, sarebbero bastati a calmare gli animi ed a riportare la quiete.
La trasferta a Taras, allora governata da membri dell’eteria pitagorica, si rivelò estremamente proficua. Mio zio donò al mondo un altro capolavoro, anche se la stanchezza ed il peso degli anni cominciavano a farsi sentire. Come che sia, riuscimmo nell’impresa e realizzammo una bellissima Europe, tanto affascinante da rapire qualunque sguardo, delicata e fragile su un toro possente, immagine della forza animale. Per completare l’opera, per la prima volta nella storia, Pythagóras fece in modo che il mantello dell’eroina avesse la forma di una vela: una meraviglia a vedersi, ma difficilissimo dal punto di vista tecnico.
Mentre stavamo per tornare a Rhégion fummo avvertiti che un gruppo di facinorosi aveva bruciato la nostra bottega, posta fuori dalle mura urbiche, ma non molto lontana dal quartiere delle Fornaci e vicina quanto basta al fiume Apsía, da dove prendevamo l’argilla e l’acqua necessaria ai vari procedimenti.
Theanô, per costume sempre paziente e molto serena, ebbe l’unico attacco d’ira e di pianto che mai ebbi l’occasione di vedere. Giurò che non avrebbe più messo piede a Rhégion, o, come disse, “in quella tana di serpi”. Pythagóras cercò di placarla, spiegandole che era riuscito a mettere da parte abbastanza argento per ricominciare
l’attività senza grandi problemi. Memore della vicenda occorsa a suo padre, mio nonno, che aveva perso tutto in seguito ad un rivolgimento politico, aveva fatto in modo da diversificare i suoi investimenti, in modo tale da essere tranquillo riguardo al suo futuro economico, prospero anche se non avesse più lavorato fino a tarda vecchiaia. Niente da fare. La moglie, per la prima volta nella loro vita comune, si
impose, e pretese che si tornasse nel Pelopónnesos, là dove erano stati felici da giovani, anche se gli dei, pur molto impetrati, non avevano concesso loro di avere figli.
L’ultima opera: i Fratricidi (440-435 a.C.)
Mentre eravamo a Taras in preda all’incertezza, anche se il governo pitagorico ci aveva assicurato il suo appoggio e ci aveva offerto di regalarci una nuova bottega con fornace, a patto che rimanessimo lì, il destino mosse ancora una volta le sue pedine per farci fare quello che aveva in serbo per noi. Sapendo della nostra presenza tra i Tarantini, il popolo di Argos aveva mandato dei delegati per invitarci a realizzare un gruppo statuario presso di loro. Si trattava di sciogliere un voto che gli Argivi avevano fatto per scongiurare una pestilenza. In quell’occasione gli indovini avevano spiegato l’originarsi del malanno con il risentimento di due eroi che non ricevevano il culto a loro dovuto. Fatte le opportune indagini sacre, si era venuti a sapere che si trattava dei due figli di Oidípous, Eteoklés e Polyneikes, che si erano uccisi reciprocamente in un duello narrato nel famoso racconto mitico dei Sette alle Thebai.
Anche se di argomento odioso, essendo di fatto un fratricidio, gli Argivi avevano deciso di dedicare agli eroi un gruppo statuario che li raffigurava nel momento supremo della loro vita. Pythagóras vide in questa chiamata un segno degli dei e accettò la commessa, anche se pretese per sé la massima libertà di espressione. Non avrebbe realizzato i due eroi moribondi o mentre si trafiggono reciprocamente,
come piaceva tanto ai Tirreni, ma avrebbe mostrato il momento prima del confronto fatale, con la madre Iokáste che, scoprendo i seni da cui entrambi avevano preso il medesimo latte, cercava di porsi in mezzo ai fratelli, mentre il padre Oidípous da un lato e la loro sorella Antigóne dall’altro tentavano di fare da pacieri.
Si trattava, dal punto di vista finanziario, di un’opera di grande costo, che avrebbe assorbito le disponibilità della polis per almeno cinque anni. Dopo una rapida consultazione, però, i delegati plenipotenziari decisero di assecondare il Maestro e tornarono di gran carriera ad Argos per predisporre la bottega, insieme a me e ad altre persone di fiducia dello zio. Lui, invece, sarebbe rimasto a Taras per il tempo di completare i disegni, cosa che, disse, sarebbe durata per tutto il periodo del “mare chiuso” invernale. Alla ripresa della navigazione, a primavera, ci avrebbe raggiunti ad Argos con la moglie, i servi ed il resto dei lavoranti.
Come lui volle, così facemmo, anche se capii subito che lo zio voleva tempo per compiere qualcosa che non aveva a che vedere con la preparazione dei disegni o il mare invernale agitato. La sua volontà era quella di tornare in incognito a Rhégion per dire addio alla sua Patria, da solo e con la libertà di piangere a piacimento. Theanô, che lo amava e rispettava il suo carattere forte e ispido, lo lasciò andare nel suo ultimo viaggio solitario, aspettando con calma il suo ritorno. Questo
viaggio è rimasto avvolto nel più fitto mistero, e mio zio si è sempre rifiutato di parlarmene, mentre quel poco che so viene dalla mia unica fonte: mia zia Theanô.
A primavera il Maestro si riunì con la sua bottega e, mirabile a dirsi, rimase molto contento della scelta del luogo e degli attrezzi scelti. Tra noi, ridendo, dicemmo che il “cerbero”, come lo chiamavamo, stava cominciando ad ammansirsi o che la vecchiaia cominciasse a renderlo docile.
Ma quale vecchiaia! Lo zio appariva pieno di energia, e lavorammo sodo per quattro intensissimi anni. Pur avendo progettato da ogni punto di vista tecnico e artistico l’intero gruppo, Pythagóras sembrava quasi intimorito delle statue dei due fratricidi e più di una volta lo sentii esclamare profeticamente “mio caro Eteoklés, non ti vedrò finito”. Sembrava quasi che avesse paura dei due eroi, così che cominciò a lavorare sulla statua di Oidípous, poi su quella di Antigóne e dopo ancora sulla Iokáste. Soprattutto la madre disperata è un capolavoro, direi anche dal punto di vista teatrale. Guardandola, si vede, per un verso, lo strazio della mamma che capisce che i suoi figli amatissimi stanno per morire, dall’altro il fermo convincimento a farli desistere dalla loro follia. Impressionante è anche la resa del seno cascante e di tutto il corpo da vecchia, reso con una maestria ineguagliabile ed ineguagliata fino ad oggi.
Quando cominciammo a lavorare sul Polyneikes mio zio cominciò a sentirsi sempre peggio. La salute, che lo aveva accompagnato per tutta la vita, cominciò a venir meno. Non che soffrisse di un morbo particolare, anzi lo stomaco ed i polmoni funzionavano egregiamente. Era, invece, come diceva lui stesso, una questione di energia. La sua forza vitale, come avviene nelle lampade quando l’olio per ardere sta
per finire, stava consumandosi. Ma, a differenza delle lampade, la cui luce diviene sempre più fioca fino a che si spegne del tutto, la fiamma dello zio ha brillato nel suo ultimo anno, se è possibile, ancora maggiormente che nel resto della sua esistenza.
Egli alternava fasi di concitazione e di febbrile lavoro a lunghi giorni catatonici, cui seguivano altre fiammate ed altre scintille, fino alla depressione successiva. Per lui era di vitale importanza chiudere questa commessa, e tante volte mi costrinse a giurare, di malavoglia, che avrei portato a termine il gruppo statuario, anche dopo la sua morte.
Mai come in quel caso tentò di mantenersi fedele alla tradizione letteraria. Ricordo distintamente che discutemmo intere serate attorno al focolare sulle due versioni che circolavano riguardo l’età dei figli di Oidípous: secondo Stesíchoros il figlio maggiore era Eteoklés, mentre per i tragediografi attici il primogenito era Polyneikes. La questione, per mio zio, non era di secondaria importanza, perché voleva che l’opera riuscisse a comunicare tutti i messaggi che le erano stati affidati. Aveva, perciò, deciso che i due contendenti fossero effigiati in una posa molto simile, per mostrare il loro essere fratelli; Polyneikes, in ossequio al nome che significa “dalle molte contese” ed al suo carattere, per come descritto dai poeti, avrebbe esibito la fredda determinazione che lo aveva spinto a muovere guerra contro la sua stessa Patria grazie ad un ghigno sarcastico, il primo che mai artista avesse osato raffigurare, mostrando dei denti d’argento nella bocca semichiusa. Eteoklés, invece, sarebbe stato consapevole del destino di morte che gravava su di lui e sul fratello, assumendo un atteggiamento compassato e riflessivo, che certo mal si adatta a chi sta per iniziare un duello all’ultimo sangue e che, perciò, avrebbe colpito chi avesse guardato le statue con un minimo di attenzione.
Letta in quest’ottica, la questione dell’età dei due fratelli era cruciale per due diversi motivi: in primo luogo Pythagóras voleva esibirsi, da virtuoso qual era, in due nudi maschili che mostrassero le differenze tra il corpo giovanile e quello dell’uomo maturo; secondariamente, poi, ma forse ancora più importante agli occhi del Maestro, voleva indicare l’oggetto del contendere della guerra, che consisteva nel governo delle città delle Thebai. Per rendere chiaro questo concetto, quindi, aveva deciso di far indossare ad Eteoklés la kynê, la cuffia che i re ed i generali portano al di sotto dell’elmo corinzio. Essendo la prima volta che si realizzava quell’abbinamento di elmo corinzio e cuffia, che noi Elleni chiamiamo korinthíe kynê, aveva deciso di mostrare, oltre il lungo paranuca ed i paraorecchi, tutti in
rame, anche la parte anteriore della cuffia, che si sarebbe solo intravista sotto il casco.
Rimaneva solo da decidere se la kynê sarebbe stata posizionata sul fratello giovane o su quello maturo. Egli, giustamente, argomentava che, nel quadro dell’accordo tra i figli dopo l’abdicazione di Oidípous, che prevedeva un governo ad anni alterni seguito da un anno di esilio volontario, sarebbe stato inverosimile che il primogenito non avesse preteso di regnare per primo. Essendo, perciò, Polyneikes il fratello
spodestato e costretto a riparare ad Argos, ne deduceva coerentemente che egli fosse il figlio minore. Alle mie proteste che i tragediografi attici affermavano, al contrario, che egli fosse quello maggiore, mi rispondeva che essi erano stati costretti a questa mistificazione per dare un’arma retorica e tentare di giustificare l’operato di Polyneikes: solo facendolo diventare il primogenito avrebbe potuto rivendicare il trono del padre. Ma, nella storia come ci è stata tramandata, l’importante non è la primogenitura ma l’accordo violato. I fratelli si erano accordati per un governo alterno, come è quello dei Dioscuri, e Polyneikes si era attenuto al patto giurato,
rimanendo un anno in esilio volontario, mentre Eteoklés aveva rotto l’accordo, disprezzando i sacri giuramenti. Avendo portato a termine i suoi studi al riguardo, Pythagóras decise pertanto di porre la kynê sulla testa del “maturo” Eteoklés, anche se non poté vedere l’opera compiuta.
Avvenne un fatto singolare, subito dopo la fine delle rifiniture alla statua di Polyneikes, che, per mio zio, fu il segnale della sua prossima dipartita. Dovete sapere, al riguardo, che l’elmo corinzio che il giovane eroe porta sul capo è fissato alla testa con tre diversi accorgimenti: sulle tempie sono stati realizzati degli incassi triangolari che si adattano alla forma dell’elmo nel punto di congiunzione tra le paragnatidi ed il paranuca; all’altezza della nuca è stata creato un largo piano di
appoggio, che permette alla base dell’elmo di poggiare con sicurezza; alla sommità del capo Pythagóras ha voluto che fosse fissato un robusto perno, che permettesse al casco di non ondeggiare in caso di vento. Orbene, nonostante la statua fosse al chiuso, la mattina successiva alla fine dei lavori che la riguardavano trovammo il perno spezzato e l’elmo rotolato a terra.
Pythagóras non si perse d’animo: subito ordinò di segare il pezzo rimanente del perno rotto all’altezza della calotta cranica e fece preparare un secondo perno, più lungo e robusto, da inserire accanto al primo, dopo aver aperto un buco sufficiente a farlo passare. Ammirati per la sua calma olimpica, noialtri eseguimmo celermente i lavori ed alla fine della giornata la statua era di nuovo integra, splendida con lo
scudo oplitico con l’emblema della protome di leone e la lunga lancia a due punte, tenuta dall’eroe con sole tre dita, per non farla toccare a terra.
Mentre ci congratulavamo tra noi, ci accorgemmo che nessuno aveva visto lo zio da qualche tempo. Subito andammo a cercarlo e lo trovammo a letto estremamente debilitato, con accanto Theanô nelle medesime condizioni. Mi fece cenno di avvicinarmi perché mi doveva parlare. Quando mi chinai su di lui, ascoltai le sue ultime parole: “Caro nipote, abbiamo sbagliato con la testa: la scelta del perno non mi soddisfa. Bisogna che ad Eteoklés tu deformi il cranio per fare calzare perfettamente l’elmo. Facendo così, però, bada bene ad inserire sulla testa un piccolo rettangolo in rame, all’altezza dei buchi per gli occhi dell’elmo corinzio, perché ogni cosa sembri vera.”
Questa fu l’ultima frase che gli sentii proferire, perché il grande Pythagóras morì nella notte seguente. Per parte mia, portai a termine la commessa, fondendo quell’Eteoklés che io ritengo completamente opera di mio zio.
Per finire il racconto, vi devo dire che rimasi un’altra decina di anni ad Argos, anche quando iniziò la terribile guerra tra Ateniesi e Spartani, dato che gli Argivi, benché favorevoli alle Athenai si mantennero neutrali. Nel primo anno dell’ottantaseiesima olimpiade avevo deciso di riaprire qui la bottega che fu creata da Pythagóras,
affrontando l’invidia e la meschinità di una parte dei Reggini, ma ne fui impedito dalla spedizione ateniese a Rhégion. Solo adesso, con la “pace di Gela” che Hermokràtes siracusano ha fatto accettare anche a noi Reggini, sono finalmente tornato casa. Conoscendo l’animo gretto di alcuni concittadini, spero proprio di non dovermene pentire …
Nota dell’autore
Il grande bronzista Pitagora di Reggio è ancora un fantasma evanescente. Pur essendo stato probabilmente il più grande artista dello “Stile Severo”, gli studiosi non sono riusciti ad attribuirgli nessuna opera e la sua vita fluttua da un capo all’altro del V sec. a.C. senza alcuna logica apparente.
Si è arrivati, per colpa di storici dell’arte più simili a filologi (sempre pronti ad emendare i testi traditi piuttosto che a comprenderli) che ad archeologi, a confondere due figure di scultori tenute ben distinte dalla tradizione letteraria, unificando il Pitagora di Reggio con un Pitagora di Samo, diverso, a sua volta, dal filosofo omonimo. Per giustificare un’ipotesi così surreale, gli studiosi non hanno esitato ad inventare di sana pianta un passato da esule per il bronzista reggino!
Forte di questi precedenti romanzeschi, devo confessarvi di sentirmi autorizzato a compiere un’operazione a mio parere più “scientifica”, rielaborando la vita di Pitagora, ma, come in uno slalom, tenendo conto di tutti i paletti rappresentati dalle fonti storiche ed archeologiche conosciute. Il mio obiettivo dichiarato è quello di rendere Pitagora una figura concreta, figlio del suo tempo, con una successione di opere congruente e logica (vorrei chiedere, per esempio, a tanti storici dell’arte come possano ritenere, visti i tempi tecnici di realizzazione, che un bronzista potesse eseguire più di una grande statua l’anno!).
Un’ultima avvertenza: contrariamente a quanto si pensa anche in Accademia, le fonti parlano con chiarezza di alcuni tipi statuari creati da Pitagora che sono rimasti come ineludibile punto di riferimento per gli scultori successivi. È il caso del Leontisco pancraziaste, della quadriga di Cratistene, del Perseo in volo, dell’Europa sul toro, dell’Apollo che uccide il Pitone, del Filottete sofferente, dei Fratricidi figli di Edipo. Per illustrare il racconto ho cercato di rintracciare, ove possibile, le tracce che le opere di Pitagora hanno lasciato nell’arte classica ed ellenistica.
Al riguardo, tranne che per i Bronzi di Riace, che io ritengo opera originale di Pitagora, il resto delle immagini scelte serve solo ad evocare l’aspetto delle opere del grande bronzista reggino.
Spero, infine, caro lettore, che questo sforzo, nato dall’amore e dal rispetto verso la figura di artista che più ha cambiato da storia dell’arte, possa servire a fare uscire Pitagora dal limbo sofistico e pseudo-filologico in cui è stato finora relegato e ad incoraggiare studi scientifici che lo riguardino.
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