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Aprile 2010
PITAGORA, IL BRONZISTA DI REGGIO PDF Stampa

Parte terza

Il ritorno a Rhégion (448-440 a.C.)

 

Pythagóras non aveva mai interrotto completamente i suoi collegamenti con Rhégion. Prova ne sia che, appena avevo compiuto quindici anni, aveva richiesto ai miei genitori di potermi avere come praticante. C’erano state alcune discussioni a casa mia, ma, di fronte alla mia decisione di entrare nella bottega dello zio, i miei cari padre e madre non avevano opposto un netto rifiuto ed io ero riuscito ad

imbarcarmi verso il mio futuro.

Accanto allo zio avevo vissuto le ultime tre olimpiadi durante le quali era ancora attiva la sua bottega nel Pelopónnesos. Intanto, qui in Italía le cose, dal punto di vista politico, stavano cambiando in modo radicale. Nel secondo anno dell’ottantesima olimpiade, come tutti sapete, i Pitagorici di Kroton erano stati arsi vivi mentre erano insieme in una casa. I sopravvissuti erano dovuti scappare all’estero e, da quella data, a Rhégion era attivo uno dei nuclei pitagorici più forti. Vi chiedo scusa per queste spiegazioni inutili: alcuni di voi sono tra i fondatori più

illustri di quella eteria. A questo punto, se fossi saggio, lascerei parlare te, o Aristídes, oppure te, Selinúntios, ma credo che forse vi interesserà ascoltare i fatti dalla prospettiva di Pythagóras.

Per celebrare il magistero di Pythagóras il filosofo, decideste di fare realizzare una statua del Samio in cattedra, con uno scettro nella mano sinistra. La vostra scelta era decisamente innovativa ed inconsueta. Fino ad allora, infatti, si riservava l’onore di essere raffigurati in trono solo agli dei dell’Ólympos. Fu proprio il filosofo Pythagóras il primo mortale ad essere glorificato come un dio, ed io sono onorato di essere seduto a mensa insieme a chi ebbe il coraggio di prendere una tale decisione.

Per realizzare un tipo statuario così innovativo, però, occorreva il più grande scultore e bronzista vivente. So che alcuni tra i membri dell’eteria proposero il nome dell’ateniese Myron, ma i sostenitori di mio zio ebbero facilmente la meglio: se si mettono a confronto soggetti simili, le realizzazioni di Pythagóras sono sempre più magnetiche e più piene di energia rispetto a quelle del suo rivale attico. Durante

l’ottantunesima olimpiade, perciò, tra la delegazione reggina ai giochi c’erano alcuni dell’eteria pitagorica incaricati di prendere contatto con mio zio per chiedergli di impiantare a Rhégion la sua bottega, e di accettare come prima commessa la realizzazione della statua del filosofo in cattedra. Conoscendo il volume di affari dello zio, la proposta sembrava a tutta prima senza speranza: nessuno avrebbe abbandonato una bottega così fiorente per rischiare il tutto per tutto in Italía.

Quando Pythagóras organizzò una riunione degli operai più anziani, però, io capii subito che il suo cuore aveva già preso la decisione di tornare in Patria. La discussione, infatti, non si svolse riguardo al “se” ma al “quando” ed al “come” partire. In verità, trovammo facilmente una soluzione adeguata al problema.

Prima di tornare a Rhégion mio zio voleva assolutamente terminare la quadriga del Cireneo, cosa che lasciava almeno dai sei agli otto mesi lunari di tempo. In secondo luogo, la bottega ad Olympia non sarebbe stata chiusa, ma ceduta ad un prezzo adeguato agli operai più anziani, che l’avrebbero utilizzata per mandare avanti un loro progetto autonomo. Infine, alcuni degli allievi e delle maestranze più giovani,

tutti provenienti dall’Italía, ci avrebbero seguito a Rhégion per essere operativi fin dal giorno del trasferimento.

Per quanto mi riguarda, invece, dopo la fusione dei principali pezzi della quadriga e delle sue statue collegate, era mio compito venire in avanscoperta qui a Rhégion e trovare un’acconcia sistemazione per la bottega. Tutto, ovviamente, venne eseguito

secondo i desideri del Maestro, così che già entro un anno eravamo già pronti a realizzare la statua del filosofo.

Quello che forse non sapete, è che mio zio aveva cominciato a lavorare ai bozzetti fin dall’abboccamento con i membri dell’eteria e mi confidò che era un suo sogno quello di realizzare la prima statua del filosofo samio, ben consapevole che tutti i pitagorici ne avrebbero tratto delle copie. Mi disse anche che era sua intenzione dedicare alla memoria di suo padre Sóstratos tale opera, come tributo per le tante

sofferenze che egli aveva accettato di patire in nome del suo credo pitagorico. La cosa più sorprendente, ai miei occhi, era che mio zio possedeva un ritratto fisionomico del suo omonimo filosofo, creato da lui stesso negli anni giovanili. Quando gli chiesi come avesse fatto a ricostruire la fisionomia del Samio, che era morto quando lui era ancora molto piccolo, mi rispose, visibilmente commosso, che si era giovato dell’aiuto di suo padre, negli anni in cui era ancora a bottega da

Kléarchos. Sapendo di fargli cosa gradita, infatti, aveva disegnato un volto del filosofo facendosi guidare dalla memoria paterna, che era stato amico e discepolo del grande maestro. Alla morte del padre, quando era stato costretto dalla miseria ad emigrare dalla Patria, una delle poche cose che si era portato appresso era stato quel ritratto del Samio, che aveva custodito gelosamente per tutti quegli anni,

traendone persino alcune copie di sicurezza.

Contrastando l’opinione di molti membri dell’eteria reggina, come ricorderete, lo zio pretese di seguire l’iconografia del filosofo che tanti anni prima il padre aveva voluto fargli disegnare, ponendo in testa a Pythagóras un turbante, che il Samio portava per ricordare i suoi anni di studio in Oriente. Parallelamente, si impose per rappresentare un ritratto fisionomico e non fisiognomico del filosofo, mostrandolo senza idealizzarne i tratti, con la barba ispida, i radi capelli, le lunghe rughe

che gli solcavano il volto e quel piccolo naso che gli caratterizzava la faccia. Era un’opera coraggiosa e innovativa, e so che molti a Rhégion non capirono quale balzo in avanti stesse facendo l’arte della bronzistica.

Anche in mezzo alla tempesta, con tante critiche che piovevano dai nemici politici e persino da autorevoli membri della stessa eteria pitagorica, lo zio non perdeva mai di vista la rotta che aveva deciso di intraprendere e non sbagliò neanche stavolta il porto di approdo. Dopo tante polemiche, create ad arte da avversari di partito e colleghi invidiosi, che si basavano, tra l’altro, solo sui disegni preparatori esposti

in bottega, quando l’opera venne inaugurata ci fu un coro unanime di consensi. Quei pochi che avevano avuto la fortuna di conoscere il Samio testimoniarono che la statua era straordinariamente somigliante al filosofo, al punto da ingenerare in loro un antico senso di deferenza e di rispetto.

Certo, alcuni non smisero di criticare la scelta di porre in testa alla statua il turbante, anche se i discepoli affermarono che il maestro preferiva mostrarsi ai suoi allievi sempre con quel copricapo. Mio zio, essendo allenato alle critiche come un atleta lo è riguardo alle fatiche, le considerava come una sorta di malanno connesso all’arte che aveva scelto di intraprendere. Per questo motivo non diede alcun peso alle

maldicenze e si dichiarò soddisfatto dell’opera.

I fatti gli diedero ragione immediatamente. Il giorno stesso dell’inaugurazione della statua, ricevette una commessa da parte del popolo dei Siracusani. Essi si erano convinti di dovere espiare non so quale colpa nei confronti dell’eroe Philoktétes, l’amico di Eracle che era stato morso da un serpente nel viaggio verso Ilion e, quindi, era stato abbandonato da Agamemnón e dai suoi stessi supposti amici perché la ferita si era infettata e produceva un odore ripugnante. Per questo

motivo i Siracusani avevano in animo di fare realizzare una statua dell’eroe per potere organizzare annuali sacrifici in suo onore.

Conoscendo la fama e l’abilità di Pythagóras, i Siracusani avevano deciso di affidare al Reggino la realizzazione di tale opera. Mio zio accettò con gioia l’offerta e preparò nel giro di pochi giorni i disegni preliminari, che riscossero l’immediato consenso dei committenti. L’intenzione dello zio era quella di raffigurare Philoktétes seduto

su alcune rocce, provando a renderlo l’incarnazione stessa della sofferenza fisica e del dolore provocato dalla malattia. Chiunque fosse stato ferito o malato avrebbe potuto riconoscersi nella maschera di dolore dell’eroe. Per conferire un maggior pathos alla statua, prese la decisione di mostrare il dolorante con la bocca aperta, nell’atto di emettere un muto lamento. Per la prima volta sarebbero stati visibili i

denti, realizzati a parte in argento, che si sarebbero intravisti all’interno della bocca.

Il risultato fu pari alle attese. Nella nostra bottega, prima della consegna dell’opera, ci fu una folla di curiosi che volevano ammirare il nuovo capolavoro del Reggino. Forse qualcuno di voi ricorderà ancora le esclamazioni di meraviglia che si sentivano. A volte erano talmente rumorose al punto da fare infuriare Pythagóras. Anche alle Syrakousai il risultato fu il medesimo, e la fama delle opere di Pythagóras in

occidente si diffuse per tutto il mondo greco fino alle colonie ioniche dell’Anatolía. Fu in quegli anni che, nel Pelopónnesos, cominciò a farsi conoscere un altro Pythagóras, originario dell’isola di Sámos come il filosofo, ma bronzista come mio zio. Sfruttando una leggera somiglianza dei tratti, che risultava accentuata maggiormente dal fatto che il concorrente samio aveva imitato la lunga ed incolta barba del Reggino, questi prese a spacciarsi per il Maestro di Rhégion, ottenendo

alcune commesse. Non era, invero, un cattivo bronzista, anche se lontano migliaia di stadi da mio zio. Pensate che tuttora ignoro se i Locresi lo abbiano fatto apposta, visto che non potevano vincere le resistenze del Reggino a lavorare per dei nemici della propria Patria, oppure siano caduti in buona fede nel tranello dell’omonimia. Fatto sta che essi commissionarono ad Olympia a questo Pythagóras samio la

statua del loro eroe locale Euthymos nelle vesti di vincitore nella gara del pugilato. Una volta caduti in trappola, furono costretti a fare fondere al medesimo impostore un’altra statua di Euthymos, da collocare ai Lokroi, stavolta raffigurato come eroe guerriero. Sono convinto che, tra i posteri, qualche malaccorto pretenderà di riunire in una sola figura i due bronzisti omonimi, magari inventandoci su una storia di esili e di fughe. Io, sinceramente, spero che questo non accada, e avverto i sapienti dei secoli a venire che mio zio ha sempre firmato come Pythagóras Rhegínos, mentre il suo omonimo scrive, correttamente, Pythagóras Sámios. E per quanto riguarda questa faccenda mi pare che si sia detto quello che necessitava e non aggiungerò altro.

Dopo la statua del filosofo e dell’eroe ferito, in un crescendo di entusiasmo, le varie póleis della Megále Hellás cominciarono a fare a gara per avere delle opere di grandi dimensioni firmate da mio zio. Furono questi gli anni più belli per lui. Aveva superato le cinquanta primavere e, anche se gli occhi non funzionavano più come quando era giovane, il talento e l’energia erano rimasti immutati. Perdonate la mia

superbia, ma ricorderete anche voi che, con l’andare del tempo e l’aumentare della fiducia, aveva preso l’abitudine di lasciare a me tutta la parte tecnica, badando maggiormente alla creazione ed allo studio. Pur essendo un artigiano, infatti, era un profondo conoscitore di Hómeros e dei suoi poemi, anche di quelli del Ciclo, oltre che di Stesíchoros e degli altri poeti, non ultimo il nostro conterraneo Íbykos.

Per la guerra troiana, poi, possedeva la prima versione corretta del poema, curata di proprio pugno dal primo che l’avesse studiata, il grande Theagénes di Rhégion. Per quanto riguarda gli Ateniesi sempre boriosi, invece, conosceva bene le opere di Aischylos, di cui ammirava la capacità di rimanere legato alla tradizione, ma gli preferiva Sophoklés per la capacità di guardare dentro l’animo dei personaggi delle

tragedie. Anche lui, mi diceva, intendeva mettere a nudo, nel bronzo, il carattere e la disposizione interiore degli eroi che realizzava. A volte, però, notava che gli Ateniesi, sempre convinti di essere al centro dell’ecumene, modificavano alcuni racconti mitici, cercando quasi di impossessarsene. Mi citava, a tal proposito, il caso della purificazione di Oréstes, il figlio di Agamemnón. Il dio Apollo lo aveva obbligato a vendicare l’omicidio del padre, perpetrato dalla madre Klytaiméstra

insieme dall’amante di lei Aigistos. Oréstes aveva ucciso la madre, rimanendo, però, preda delle Erinyes, che lo tormentavano. Bene: secondo la tradizione vecchia di secoli, il giovane eroe era stato purificato da Apollo e liberato dalla maledizione nel fiume Argeádes, uno dei Sette fiumi che si trovano al confine nord del territorio della nostra polis. Guardate un po’, invece: secondo Aischylos ci sarebbe stato persino un processo all’Areopagos delle Athénai, dove addirittura

sarebbe stato decisivo il voto di Atena. Mio zio era andato in bestia leggendo questi versi, e si era augurato che il popolo dei Reggini gli commissionasse un gruppo statuario di Oréstes purificato da Apollo, per trasmettere ai posteri il mito tradizionale.

Nel periodo reggino Pythagóras ricevette, insieme ad altre, due commesse che lo resero ancora più celebre, se possibile. Da parte dei Krotoniati ebbe il grande onore di poter realizzare il gruppo statuario del dio Apollo che uccide il serpente Pyton, divenendo così padrone del santuario dei Delphoi. Era un opera di dimensioni colossali, e fummo perciò costretti a trascorrere a Króton alcuni mesi per assemblare le varie parti che avevamo fuso qui a Rhégion. Il risultato fu all’altezza

delle aspettative: ancora oggi i visitatori si stupiscono nel vedere i capelli del dio, mossi apparentemente dal vento, e la mirabile torsione della statua, che sembra avvitarsi nell’aria, quasi ad imitare le spire del serpente che ha di fronte.

Ancora più lontano ci dovemmo recare per l’ultimo gruppo statuario che mio zio dovette realizzare qui in occidente. La situazione a Rhégion, negli anni che precedettero l’ottantatreesima olimpiade, era divenuta incandescente. Come tutti sapete, l’origine di questi mali è antica, e risale alla fine della dinastia degli Anassilaidi nel terzo anno della settantasettesima olimpiade, se la mia memoria non mi inganna. La nostra polis aveva avuto una grande fortuna nell’avere tre

governanti della statura di Anaxílaos, di suo figlio Leóphron e poi di Mikythos. Già i figli della seconda moglie di Anaxílaos, i nipoti di Hiáron delle Syrakousai per intenderci, erano di una ben diversa pasta. Ma anche loro, pur con la loro ignavia accompagnata ad una sconfinata superbia, non possono essere paragonati con i perfetti imbecilli che hanno cominciato a mangiarsi Rhégion e tutte le sue ricchezze quando riacquistammo la libertà. La cosiddetta democrazia, nella quale viviamo da allora, troppo di stampo ateniese, nel tipico modo provinciale della nostra pseudo classe dirigente, ha alimentato soltanto un becero clientelismo. Solo noi Pitagorici ci siamo opposti alla legge del governo degli ignoranti, purché con famiglie numerose alle spalle o nati in borghi molto coesi dal punto di vista sociale, come Pelarós o Taisía nella Piana. Noi Pitagorici, contro tutto e contro tutti, abbiamo cercato di mettere al centro della vita politica il merito e la progettualità. Tutti ci hanno dato addosso, in nome delle frittole, della spensieratezza e dell’anarchia che permette a tutti i furbastri di costruire nella terra pubblica e di angariare i propri vicini imponendo loro ogni sorta di abusi. Da quel momento abbiamo vissuto solo poche primavere felici, e solo quando, a prezzo di enormi sforzi, noi Pitagorici siamo riusciti ad avere la meglio politicamente contro il Partito Democratico, formato spesso da gente senza mestiere e senza voglia di lavorare, e contro il Partito dei Ricchi, che tiene insieme i più grandi delinquenti, ricettatori e arricchiti di fresco. Solo in quelle rare occasioni i ranghi dell’esercito, i tesorieri della città, gli amministratori e i tribunali sono stati governati mettendo al posto giusto i più meritevoli ed i più capaci. Nel tempo rimanente ci siamo dovuti battere, spesso sconfitti, per tentare di

mantenere le strade in ordine, e persino per tutelare gli interessi del nostro porto, la nostra vera ricchezza, che i politicanti di mestiere sono sempre stati pronti a svendere agli interessi di Terína, nella Piana lametina, o di Króton, quando non si sono messi d’accordo con i furbi governanti di oscuri borghi collinari indigeni, che i nostri antenati hanno sempre trattato come meritano, soggiogandoli con le nostre

lance.

Scusate lo sfogo, ma la situazione in quegli anni era a dir poco soffocante, e, per colpire l’eteria pitagorica, le minacce cominciarono a piovere sulla bottega di mio zio, colpevole solo di essere un grand’uomo. Per sfuggire alle continue contumelie ed ai piccoli dispetti tipici della piccineria reggina, Pythagóras accettò di realizzare per i Tarantini il gruppo statuario di Europe sul toro, sperando che i mesi di lontananza da Rhégion per il consueto assemblaggio delle varie parti, sarebbero bastati a calmare gli animi ed a riportare la quiete.

La trasferta a Taras, allora governata da membri dell’eteria pitagorica, si rivelò estremamente proficua. Mio zio donò al mondo un altro capolavoro, anche se la stanchezza ed il peso degli anni cominciavano a farsi sentire. Come che sia, riuscimmo nell’impresa e realizzammo una bellissima Europe, tanto affascinante da rapire qualunque sguardo, delicata e fragile su un toro possente, immagine della forza animale. Per completare l’opera, per la prima volta nella storia, Pythagóras fece in modo che il mantello dell’eroina avesse la forma di una vela: una meraviglia a vedersi, ma difficilissimo dal punto di vista tecnico.

Mentre stavamo per tornare a Rhégion fummo avvertiti che un gruppo di facinorosi aveva bruciato la nostra bottega, posta fuori dalle mura urbiche, ma non molto lontana dal quartiere delle Fornaci e vicina quanto basta al fiume Apsía, da dove prendevamo l’argilla e l’acqua necessaria ai vari procedimenti.

Theanô, per costume sempre paziente e molto serena, ebbe l’unico attacco d’ira e di pianto che mai ebbi l’occasione di vedere. Giurò che non avrebbe più messo piede a Rhégion, o, come disse, “in quella tana di serpi”. Pythagóras cercò di placarla, spiegandole che era riuscito a mettere da parte abbastanza argento per ricominciare

l’attività senza grandi problemi. Memore della vicenda occorsa a suo padre, mio nonno, che aveva perso tutto in seguito ad un rivolgimento politico, aveva fatto in modo da diversificare i suoi investimenti, in modo tale da essere tranquillo riguardo al suo futuro economico, prospero anche se non avesse più lavorato fino a tarda vecchiaia. Niente da fare. La moglie, per la prima volta nella loro vita comune, si

impose, e pretese che si tornasse nel Pelopónnesos, là dove erano stati felici da giovani, anche se gli dei, pur molto impetrati, non avevano concesso loro di avere figli.

 

 

L’ultima opera: i Fratricidi (440-435 a.C.)

 

Mentre eravamo a Taras in preda all’incertezza, anche se il governo pitagorico ci aveva assicurato il suo appoggio e ci aveva offerto di regalarci una nuova bottega con fornace, a patto che rimanessimo lì, il destino mosse ancora una volta le sue pedine per farci fare quello che aveva in serbo per noi. Sapendo della nostra presenza tra i Tarantini, il popolo di Argos aveva mandato dei delegati per invitarci a realizzare un gruppo statuario presso di loro. Si trattava di sciogliere un voto che gli Argivi avevano fatto per scongiurare una pestilenza. In quell’occasione gli indovini avevano spiegato l’originarsi del malanno con il risentimento di due eroi che non ricevevano il culto a loro dovuto. Fatte le opportune indagini sacre, si era venuti a sapere che si trattava dei due figli di Oidípous, Eteoklés e Polyneikes, che si erano uccisi reciprocamente in un duello narrato nel famoso racconto mitico dei Sette alle Thebai.

Anche se di argomento odioso, essendo di fatto un fratricidio, gli Argivi avevano deciso di dedicare agli eroi un gruppo statuario che li raffigurava nel momento supremo della loro vita. Pythagóras vide in questa chiamata un segno degli dei e accettò la commessa, anche se pretese per sé la massima libertà di espressione. Non avrebbe realizzato i due eroi moribondi o mentre si trafiggono reciprocamente,

come piaceva tanto ai Tirreni, ma avrebbe mostrato il momento prima del confronto fatale, con la madre Iokáste che, scoprendo i seni da cui entrambi avevano preso il medesimo latte, cercava di porsi in mezzo ai fratelli, mentre il padre Oidípous da un lato e la loro sorella Antigóne dall’altro tentavano di fare da pacieri.

Si trattava, dal punto di vista finanziario, di un’opera di grande costo, che avrebbe assorbito le disponibilità della polis per almeno cinque anni. Dopo una rapida consultazione, però, i delegati plenipotenziari decisero di assecondare il Maestro e tornarono di gran carriera ad Argos per predisporre la bottega, insieme a me e ad altre persone di fiducia dello zio. Lui, invece, sarebbe rimasto a Taras per il tempo di completare i disegni, cosa che, disse, sarebbe durata per tutto il periodo del “mare chiuso” invernale. Alla ripresa della navigazione, a primavera, ci avrebbe raggiunti ad Argos con la moglie, i servi ed il resto dei lavoranti.

Come lui volle, così facemmo, anche se capii subito che lo zio voleva tempo per compiere qualcosa che non aveva a che vedere con la preparazione dei disegni o il mare invernale agitato. La sua volontà era quella di tornare in incognito a Rhégion per dire addio alla sua Patria, da solo e con la libertà di piangere a piacimento. Theanô, che lo amava e rispettava il suo carattere forte e ispido, lo lasciò andare nel suo ultimo viaggio solitario, aspettando con calma il suo ritorno. Questo

viaggio è rimasto avvolto nel più fitto mistero, e mio zio si è sempre rifiutato di parlarmene, mentre quel poco che so viene dalla mia unica fonte: mia zia Theanô.

A primavera il Maestro si riunì con la sua bottega e, mirabile a dirsi, rimase molto contento della scelta del luogo e degli attrezzi scelti. Tra noi, ridendo, dicemmo che il “cerbero”, come lo chiamavamo, stava cominciando ad ammansirsi o che la vecchiaia cominciasse a renderlo docile.

Ma quale vecchiaia! Lo zio appariva pieno di energia, e lavorammo sodo per quattro intensissimi anni. Pur avendo progettato da ogni punto di vista tecnico e artistico l’intero gruppo, Pythagóras sembrava quasi intimorito delle statue dei due fratricidi e più di una volta lo sentii esclamare profeticamente “mio caro Eteoklés, non ti vedrò finito”. Sembrava quasi che avesse paura dei due eroi, così che cominciò a lavorare sulla statua di Oidípous, poi su quella di Antigóne e dopo ancora sulla Iokáste. Soprattutto la madre disperata è un capolavoro, direi anche dal punto di vista teatrale. Guardandola, si vede, per un verso, lo strazio della mamma che capisce che i suoi figli amatissimi stanno per morire, dall’altro il fermo convincimento a farli desistere dalla loro follia. Impressionante è anche la resa del seno cascante e di tutto il corpo da vecchia, reso con una maestria ineguagliabile ed ineguagliata fino ad oggi.

Quando cominciammo a lavorare sul Polyneikes mio zio cominciò a sentirsi sempre peggio. La salute, che lo aveva accompagnato per tutta la vita, cominciò a venir meno. Non che soffrisse di un morbo particolare, anzi lo stomaco ed i polmoni funzionavano egregiamente. Era, invece, come diceva lui stesso, una questione di energia. La sua forza vitale, come avviene nelle lampade quando l’olio per ardere sta

per finire, stava consumandosi. Ma, a differenza delle lampade, la cui luce diviene sempre più fioca fino a che si spegne del tutto, la fiamma dello zio ha brillato nel suo ultimo anno, se è possibile, ancora maggiormente che nel resto della sua esistenza.

Egli alternava fasi di concitazione e di febbrile lavoro a lunghi giorni catatonici, cui seguivano altre fiammate ed altre scintille, fino alla depressione successiva. Per lui era di vitale importanza chiudere questa commessa, e tante volte mi costrinse a giurare, di malavoglia, che avrei portato a termine il gruppo statuario, anche dopo la sua morte.

Mai come in quel caso tentò di mantenersi fedele alla tradizione letteraria. Ricordo distintamente che discutemmo intere serate attorno al focolare sulle due versioni che circolavano riguardo l’età dei figli di Oidípous: secondo Stesíchoros il figlio maggiore era Eteoklés, mentre per i tragediografi attici il primogenito era Polyneikes. La questione, per mio zio, non era di secondaria importanza, perché voleva che l’opera riuscisse a comunicare tutti i messaggi che le erano stati affidati. Aveva, perciò, deciso che i due contendenti fossero effigiati in una posa molto simile, per mostrare il loro essere fratelli; Polyneikes, in ossequio al nome che significa “dalle molte contese” ed al suo carattere, per come descritto dai poeti, avrebbe esibito la fredda determinazione che lo aveva spinto a muovere guerra contro la sua stessa Patria grazie ad un ghigno sarcastico, il primo che mai artista avesse osato raffigurare, mostrando dei denti d’argento nella bocca semichiusa. Eteoklés, invece, sarebbe stato consapevole del destino di morte che gravava su di lui e sul fratello, assumendo un atteggiamento compassato e riflessivo, che certo mal si adatta a chi sta per iniziare un duello all’ultimo sangue e che, perciò, avrebbe colpito chi avesse guardato le statue con un minimo di attenzione.

Letta in quest’ottica, la questione dell’età dei due fratelli era cruciale per due diversi motivi: in primo luogo Pythagóras voleva esibirsi, da virtuoso qual era, in due nudi maschili che mostrassero le differenze tra il corpo giovanile e quello dell’uomo maturo; secondariamente, poi, ma forse ancora più importante agli occhi del Maestro, voleva indicare l’oggetto del contendere della guerra, che consisteva nel governo delle città delle Thebai. Per rendere chiaro questo concetto, quindi, aveva deciso di far indossare ad Eteoklés la kynê, la cuffia che i re ed i generali portano al di sotto dell’elmo corinzio. Essendo la prima volta che si realizzava quell’abbinamento di elmo corinzio e cuffia, che noi Elleni chiamiamo korinthíe kynê, aveva deciso di mostrare, oltre il lungo paranuca ed i paraorecchi, tutti in

rame, anche la parte anteriore della cuffia, che si sarebbe solo intravista sotto il casco.

Rimaneva solo da decidere se la kynê sarebbe stata posizionata sul fratello giovane o su quello maturo. Egli, giustamente, argomentava che, nel quadro dell’accordo tra i figli dopo l’abdicazione di Oidípous, che prevedeva un governo ad anni alterni seguito da un anno di esilio volontario, sarebbe stato inverosimile che il primogenito non avesse preteso di regnare per primo. Essendo, perciò, Polyneikes il fratello

spodestato e costretto a riparare ad Argos, ne deduceva coerentemente che egli fosse il figlio minore. Alle mie proteste che i tragediografi attici affermavano, al contrario, che egli fosse quello maggiore, mi rispondeva che essi erano stati costretti a questa mistificazione per dare un’arma retorica e tentare di giustificare l’operato di Polyneikes: solo facendolo diventare il primogenito avrebbe potuto rivendicare il trono del padre. Ma, nella storia come ci è stata tramandata, l’importante non è la primogenitura ma l’accordo violato. I fratelli si erano accordati per un governo alterno, come è quello dei Dioscuri, e Polyneikes si era attenuto al patto giurato,

rimanendo un anno in esilio volontario, mentre Eteoklés aveva rotto l’accordo, disprezzando i sacri giuramenti. Avendo portato a termine i suoi studi al riguardo, Pythagóras decise pertanto di porre la kynê sulla testa del “maturo” Eteoklés, anche se non poté vedere l’opera compiuta.

Avvenne un fatto singolare, subito dopo la fine delle rifiniture alla statua di Polyneikes, che, per mio zio, fu il segnale della sua prossima dipartita. Dovete sapere, al riguardo, che l’elmo corinzio che il giovane eroe porta sul capo è fissato alla testa con tre diversi accorgimenti: sulle tempie sono stati realizzati degli incassi triangolari che si adattano alla forma dell’elmo nel punto di congiunzione tra le paragnatidi ed il paranuca; all’altezza della nuca è stata creato un largo piano di

appoggio, che permette alla base dell’elmo di poggiare con sicurezza; alla sommità del capo Pythagóras ha voluto che fosse fissato un robusto perno, che permettesse al casco di non ondeggiare in caso di vento. Orbene, nonostante la statua fosse al chiuso, la mattina successiva alla fine dei lavori che la riguardavano trovammo il perno spezzato e l’elmo rotolato a terra.

Pythagóras non si perse d’animo: subito ordinò di segare il pezzo rimanente del perno rotto all’altezza della calotta cranica e fece preparare un secondo perno, più lungo e robusto, da inserire accanto al primo, dopo aver aperto un buco sufficiente a farlo passare. Ammirati per la sua calma olimpica, noialtri eseguimmo celermente i lavori ed alla fine della giornata la statua era di nuovo integra, splendida con lo

scudo oplitico con l’emblema della protome di leone e la lunga lancia a due punte, tenuta dall’eroe con sole tre dita, per non farla toccare a terra.

Mentre ci congratulavamo tra noi, ci accorgemmo che nessuno aveva visto lo zio da qualche tempo. Subito andammo a cercarlo e lo trovammo a letto estremamente debilitato, con accanto Theanô nelle medesime condizioni. Mi fece cenno di avvicinarmi perché mi doveva parlare. Quando mi chinai su di lui, ascoltai le sue ultime parole: “Caro nipote, abbiamo sbagliato con la testa: la scelta del perno non mi soddisfa. Bisogna che ad Eteoklés tu deformi il cranio per fare calzare perfettamente l’elmo. Facendo così, però, bada bene ad inserire sulla testa un piccolo rettangolo in rame, all’altezza dei buchi per gli occhi dell’elmo corinzio, perché ogni cosa sembri vera.”

Questa fu l’ultima frase che gli sentii proferire, perché il grande Pythagóras morì nella notte seguente. Per parte mia, portai a termine la commessa, fondendo quell’Eteoklés che io ritengo completamente opera di mio zio.

Per finire il racconto, vi devo dire che rimasi un’altra decina di anni ad Argos, anche quando iniziò la terribile guerra tra Ateniesi e Spartani, dato che gli Argivi, benché favorevoli alle Athenai si mantennero neutrali. Nel primo anno dell’ottantaseiesima olimpiade avevo deciso di riaprire qui la bottega che fu creata da Pythagóras,

affrontando l’invidia e la meschinità di una parte dei Reggini, ma ne fui impedito dalla spedizione ateniese a Rhégion. Solo adesso, con la “pace di Gela” che Hermokràtes siracusano ha fatto accettare anche a noi Reggini, sono finalmente tornato casa. Conoscendo l’animo gretto di alcuni concittadini, spero proprio di non dovermene pentire …

 

Nota dell’autore

Il grande bronzista Pitagora di Reggio è ancora un fantasma evanescente. Pur essendo stato probabilmente il più grande artista dello “Stile Severo”, gli studiosi non sono riusciti ad attribuirgli nessuna opera e la sua vita fluttua da un capo all’altro del V sec. a.C. senza alcuna logica apparente.

Si è arrivati, per colpa di storici dell’arte più simili a filologi (sempre pronti ad emendare i testi traditi piuttosto che a comprenderli) che ad archeologi, a confondere due figure di scultori tenute ben distinte dalla tradizione letteraria, unificando il Pitagora di Reggio con un Pitagora di Samo, diverso, a sua volta, dal filosofo omonimo. Per giustificare un’ipotesi così surreale, gli studiosi non hanno esitato ad inventare di sana pianta un passato da esule per il bronzista reggino!

Forte di questi precedenti romanzeschi, devo confessarvi di sentirmi autorizzato a compiere un’operazione a mio parere più “scientifica”, rielaborando la vita di Pitagora, ma, come in uno slalom, tenendo conto di tutti i paletti rappresentati dalle fonti storiche ed archeologiche conosciute. Il mio obiettivo dichiarato è quello di rendere Pitagora una figura concreta, figlio del suo tempo, con una successione di opere congruente e logica (vorrei chiedere, per esempio, a tanti storici dell’arte come possano ritenere, visti i tempi tecnici di realizzazione, che un bronzista potesse eseguire più di una grande statua l’anno!).

Un’ultima avvertenza: contrariamente a quanto si pensa anche in Accademia, le fonti parlano con chiarezza di alcuni tipi statuari creati da Pitagora che sono rimasti come ineludibile punto di riferimento per gli scultori successivi. È il caso del Leontisco pancraziaste, della quadriga di Cratistene, del Perseo in volo, dell’Europa sul toro, dell’Apollo che uccide il Pitone, del Filottete sofferente, dei Fratricidi figli di Edipo. Per illustrare il racconto ho cercato di rintracciare, ove possibile, le tracce che le opere di Pitagora hanno lasciato nell’arte classica ed ellenistica.

Al riguardo, tranne che per i Bronzi di Riace, che io ritengo opera originale di Pitagora, il resto delle immagini scelte serve solo ad evocare l’aspetto delle opere del grande bronzista reggino.

Spero, infine, caro lettore, che questo sforzo, nato dall’amore e dal rispetto verso la figura di artista che più ha cambiato da storia dell’arte, possa servire a fare uscire Pitagora dal limbo sofistico e pseudo-filologico in cui è stato finora relegato e ad incoraggiare studi scientifici che lo riguardino.

 

 
LA CITTA’ METROPOLITANA PDF Stampa

VITALE – Da questo punto di vista, considerare il comprensorio reggino parte di un’area metropolitana allargata all’estremità della Sicilia Orientale, è stata sempre un’idea guida di politici e amministratori illuminati. Il primo concreto progetto in tal senso è il Documento Programmatico 1970-1975 del Ministero del Bilancio (all. IV pag. 51 e segg., 1970), compreso nel cosiddetto “Progetto 80”, in cui si evidenzia l’importanza per il Sistema Italia di un efficace collegamento isola/continente che non sia puramente strumentale-tecnico ma passi anche attraverso una solida e strutturata integrazione socio-economico dei territori. Nel “Progetto 80” vengono indicati tre livelli di integrazione: 1) interregionale – comprendente Calabria, Sicilia e, marginalmente, Campania e Basilicata; 2) interprovinciale – embrione di un vero e proprio sistema metropolitano dello Stretto, composto dai territori provinciali di Messina e Reggio; 3) urbano – ipotesi di conurbazione tra Messina, Villa e Reggio. Questa ipotesi di sviluppo dell’Area dello Stretto viene presentata in Parlamento con un ordine del giorno, accettato dal Governo, il 23 marzo del 1982 a firma di Calarco, Vincelli, Santalco, Genovese e Fimognari; ottiene il placet del CER (Centro Europeo Ricerche) nel novembre 1982 in una riunione presieduta dal ministro ai Lavori Pubblici on. Franco Nicolazzi; viene ripresa e approfondita, con il rilevante contributo del sen. Libertini, nel convegno organizzato dalla CGIL a Messina il 15 luglio dello stesso anno “Proposte per il collegamento Sicilia-Calabria, per il riequilibrio Nord-Sud in Europa e nel Mediterraneo”. Poi più nulla fino ai nostri giorni.

 

SCOPELLITI – Come abbiamo in precedenza evidenziato, gli anni Ottanta non erano proprio quelli giusti per concedere a Reggio Calabria la fiducia necessaria per inserirla in grandi e lungimiranti progetti di sviluppo territoriale: abbiamo dovuto attendere il 2009 e la decisione di dare il via definitivo al Progetto Ponte sullo Stretto per ottenere dal Parlamento lo status di Città Metropolitana, ineludibile premessa alla realizzazione dell’Area Metropolitana dello Stretto.

 

VITALE – Lo ricordo come se fosse ieri. Era il 12 marzo di pomeriggio e, insieme a un gruppo di amici della Fondazione Mediterranea, mi trovavo nel Salone dei Lampadari di Palazzo San Giorgio per partecipare a una riunione di studio appunto sul tema della Città Metropolitana. Lei si affaccia dalla grande porta a vetri del salone e ci comunica che le Commissioni Bilancio e Finanza della Camera dei Deputati hanno approvato l’emendamento dell’on. Italo Bocchino del PdL, che aveva assorbito quello presentato dall’on. Laganà del PD, riguardante l’inserimento di Reggio tra le città metropolitane. La qual cosa lasciava prevedere una strada tutta in discesa nella discussione e voto alla Camera e poi al Senato. Come infatti è stato. Si resta tutti un po’ straniti: dopo anni di discussioni, convegni, dibattiti, riesumazione delle vecchie carte del “Progetto 80”, di sogni sulla grande Utopia della Città Metropolitana dello Stretto; ecco che in poche settimane tutto sembra realizzarsi per un insieme di fatti e circostante favorevoli. Giuseppe Strangio, portavoce del Presidente del Consiglio Regionale on. Giuseppe Bova, stila un emendamento che fa firmare all’on. Laganà; subito dopo compare sulla scena la questione del prestito dei Bronzi di Riace al G8 della Maddalena; poi ancora è la Grande Icona della Modernità, il Ponte sullo Stretto deliberato al Cipe, che irrompe sulla scena con la sua imbarazzante imponenza; sullo sfondo la presenza nel territorio del più grande porto del Mediterraneo. Tutto in poche settimane: anni di lavori sotto traccia, di tentativi di contemperare in fatti politici bipartisan le logiche degli opposti schieramenti, di sana lobby localistica; tutto spazzato via e messo da parte da una grande vittoria che ci proietta nel futuro.

 

SCOPELLITI – Una grande vittoria non solo per Reggio ma per tutta la Calabria. Vittoria che è stato possibile ottenere solo perché la nomea di Reggio che oggi circola è di una piccola ma bella e dinamica città dalle enormi potenzialità, suscettibili di piena attualizzazione solo in un ambito territoriale modernamente integrato come area metropolitana. Vittoria che sarà completa e definitiva quando si riuscirà a esportare questo modello di sviluppo in Calabria e quando, con un altro emendamento alla legge sulle autonomie locali che avrà come primo firmatario ancora l’on. Bocchino, si otterrà la possibilità di un consorzio di due aree metropolitane di cui una si trovi in una regione a statuto speciale come la Sicilia. Da questo consorzio dovrebbe prendere vita il progetto di ingegneria amministrativa più innovativo e carico di aspettative di tutta la storia repubblicana italiana: progetto che verrebbe sublimato con l’avvio definitivo della costruzione del collegamento stabile tra le due sponde dello Stretto.

 

VITALE – Col ponte o senza ponte, la vera integrazione tra le città che si affacciano sullo Stretto avverrà solo quando i collegamenti via mare saranno efficienti e sicuri: cosa che inseguiamo da più di un secolo. È alla fine del XIX secolo, quando l’attraversamento dello Stretto di Messina è ancora affidato a navi a vela, l’ingegnere navale Antonino Carabetta completa lo studio progettuale di mezzi capaci di trasportare anche carri ferroviari. Se ne discute in Parlamento e l’ammiraglio Bettolo, sostenitore dei progetti di Carabetta, viene zittito dall’allora Ministro ai Lavori Pubblici che definisce ridicolo impegnare ingenti risorse “per quattro ceste di frutta che passano da Messina a Reggio”. Nonostante questa presa di posizione, il tandem Carabetta-Bettolo vince e, il 1° novembre del 1899, viene inaugurato ufficialmente il servizio di trasporto sullo Stretto con una coppia di navi traghetto a pale della lunghezza di 50 metri, “Scilla” e “Cariddi”, in grado di trasportare sei carri ferroviari ciascuna. A queste si aggiunsero nel 1905 la “Calabria”, radiata nel 1927, e la “Sicilia”, radiata nel 1933, più moderne ma con la stessa impostazione a pale e con la stessa capienza. È con l’era dei “ferry boats”, alias “ferribotto”, che nasce la nuova realtà geo-economica dell’Area dello Stretto.

 

SCOPELLITI – Quella moderna, evoluzione dell’integrazione realizzata nel Seicento sotto il dominio spagnolo. Ho letto che i superstiti registri parrocchiali della Chiesa della Candelora a Reggio, infatti, ci dicono che nella prima metà del 1600 quasi una famiglia su cinque di quelle ivi residenti era messinese; lo stesso fenomeno era specularmene presente a Messina nei registri della Chiesa di Santa Maria dell’Arco. In quel periodo, sotto la dominazione spagnola, furono proprio le interazioni commerciali con l’altra sponda (esportazione della seta grezza, la cui produzione era l’attività trainante del reggino, attraverso il porto franco di Messina) che protessero Reggio da una crisi economica tanto accentuata da mandare in crisi demografica la restante Calabria.

 

VITALE - L’immane tragedia del sisma del 28 dicembre 1908, e gli eventi legati alla guerra del 1915-18 (nel 1917 affondò la “Scilla” per un contatto con una mina: nel dopoguerra venne sostituita con la “Scilla II”, cui seguirà la “Messina”) e alla seconda guerra mondiale (sopravvisse al conflitto solo la “Messina”; le nuove “Reggio”, in servizio dal 1910, “Aspromonte”, in servizio dal 1922, e “Scilla” vennero affondate; “Cariddi” e “Villa”, in servizio dal 1910, ricevettero l’ordine di autoaffondamento), interrompono la strutturazione dell’Area, che riprende progressivamente a integrarsi nel secondo dopoguerra con la ricostruzione della flotta e con l’affacciarsi sullo Stretto degli armatori privati.

 

SCOPELLITI – In effetti si può parlare di Area dello Stretto dal punto di vista di una concreta integrazione solo a partire dalle idee, di cui abbiamo parlato prima, delineate nel Progetto 80, indubbio frutto dell’influsso degli armatori privati. Privati che, insieme al pubblico, gestiranno la cosiddetta metropolitana del mare.

 

VITALE – Termine usato con un’eccessiva leggerezza dai media. Per poter parlare di servizio di trasporto metropolitano, si devono avere le seguenti caratteristiche: servizio frequente, costante, temporalmente esteso almeno a 18 ore, di facile accesso e di basso costo. A me sembra che nessuna, proprio nessuna, di queste caratteristiche sia presente nell’attuale progetto, che è solo un passo avanti ma che non risolve per nulla i problemi sul tappeto. L’ideale sarebbe partire da un biglietto unico, emesso a prezzo politico, da poter utilizzare sulle reti urbane terrestri di Messina e Reggio e valido anche per il traghettamento. Verrebbe riconosciuto, tramite un’integrazione tariffaria finanziata dalla due Regioni come avviene per le autolinee, da tutti i vettori sia pubblici che privati.

 

SCOPELLITI – Condivido il progetto, che mi propongo di portare avanti per quel che riguarda la competenze dell’amministrazione cittadina: ricordo che è stato presentato, unitamente a un volumetto illustrativo, a Palazzo San Giorgio dalla Fondazione Mediterranea nel 2006.

 

VITALE – Nel Novembre 2006, per la precisione. E prima di allora il 10 giugno a Palazzo Zanca in Messina. Il volumetto dal titolo “La Metropolitana del Mare”, per la cronaca è stata la prima volta che è stata usata queste definizione, è stato scritto a quattro mani da Giuseppe Vermiglio, ordinario di Diritto della navigazione all’Università di Messina, e da Giuseppe Gattuso, ordinario di Trasporti alla nostra Mediterranea.

 

SCOPELLITI – Sulla necessità di accelerare l’integrazione sullo Stretto non penso vi possano essere dubbi. Sarebbe opportuno, però, pensare anche a qualcosa di più vasto e organico ossia a un’integrazione tra la parte meridionale Calabrese e la Sicilia Orientale o, estensivamente, tra la Calabria e la Sicilia, cosa che potrebbe avvenire con più facilità in presenza di un attraversamento stabile. Si sfrutterebbe meglio la posizione baricentrica nel Mediterraneo del sistema calabro-siciliano.

 

VITALE - La Calabria, almeno quella meridionale, ha sempre guardato con attenzione alla Sicilia. Un anonimo poeta dell’Antologia Palatina così recita in alcuni versi scritti per commemorare il poeta Ibico: “Io canto Reggio, estrema città dell’Italia marina / Che si abbevera sempre all’onda di Trinacria”. L’identità reggina, d’altronde, è stata sempre un po’ “insulare”: non è senza significato, infatti, che in alcune cronache bizantine anche l’estremo lembo dello Stivale venisse chiamato Sicilia. Inoltre, ci fu un periodo in cui, dopo la caduta in mano araba di Siracusa avvenuta nell’878, il titolo di Metropolita della Sicilia fu assegnato all’Arcivescovo di Reggio. Nel codice Vat. Gr. 1650 datato 1037, al f. 185 in una postilla scritta dal chierico siciliano Teodoro in servizio all’Arcivescovo di Reggio, si legge che ancora allora questi era il Metropolita della Calabria e della Sicilia. D’altronde lo Spanò-Bolani, parlando di quel periodo, così dice: “Donde seguì che quest’ultimo lembo d’Italia fosse chiamato alcune volte Sicilia, e così incontra presso i cronisti bizantini esser detto Vescovo di Sicilia il Vescovo di Reggio”. Come vede, possiamo dire che i calabresi, o almeno quelli meridionali, sono anche un po’ siciliani, almeno culturalmente e storicamente.

 

SCOPELLITI - Pur non estremizzando i concetti, come mi sembra che per motivi affettivi lei stia facendo, è un dato inoppugnabile che, se si vuol parlare di flussi di traffico marittimo intra ed extra mediterranei, non si può parlare solo di Reggio e della Calabria ma anche della Sicilia, i cui porti sono destinati a fare sistema con quelli calabresi e soprattutto con quello di Gioia Tauro, collegato tramite un’unica autorità portuale con quello di Corigliano, sulla costa ionica calabrese.

 

VITALE – Un sistema portuale dello Stretto o siculo-calabrese per sfruttare al massimo le potenzialità del porto transhipment di Gioia, inaspettato regalo del fallimentare Pacchetto Colombo, affinché non faccia solo quello e diventi un vero volano economico, è quanto di meglio si possa sperare.

 

SCOPELLITI - Il grande vantaggio di Gioia Tauro è stato di non essere una cittadina portuale e di avere ampi spazi liberi a ridosso del mare. La seconda metà del Novecento, infatti, dal punto di vista della portualità commerciale, è stata connotata dall’abbandono del tradizionale sistema di intreccio porto-città e dal tramonto della vecchia immagine di città portuale, fatta della coesistenza di grandi moli con un indistinto conglomerato di vicoli e darsene e baracche e capannoni. Si è andati, in altri termini, verso una riconfigurazione degli assetti portuali esistenti, soprattutto di quelli inglobati in grandi aree metropolitane, aprendo varchi perimetrali verso spazi retroportuali liberi e riqualificabili con infrastrutture di supporto alla catena della distribuzione integrata. Tutte cose che Gioia ha.

Ora, posto che l’Europa ci sta dando una mano con l’estendere l’asse ferroviario del Brennero ad alta velocità (il Berlino-Verona ovvero il primo tra i progetti prioritari di interesse comunitario) fino alla tratta Napoli-Reggio-Catania, il futuro di Gioia Tauro, che naturalmente non potrà essere fatto di solo transhipment, è legato a tre fattori: 1) la sistemazione del suo retroporto (interporto, zona franca, ecc.); 2) il suo collegamento con l’Europa; 3) la possibilità che Gioia faccia sistema con gli altri porti dell’Area dello Stretto (Milazzo, Messina, Villa, Reggio) per aumentare il suo “peso”.

 

VITALE - Torna sempre e comunque il tema dell’integrazione come moltiplicatore di opportunità.

 

SCOPELLITI - Non è un problema solo nostro: è Il tallone d’Achille di tutta la portualità italiana. In un quadro generale che ha visto la movimentazione complessiva di merci containerizzate nel Mediterraneo tra il 1990 e il 2000 passare da 6,7 a 17 milioni di teus, con un tasso di crescita medio annuale del 13% dei suoi otto maggiori porti (Algesiras, Barcellona, Valencia, Marsiglia, Genova, La Spezia, Gioia Tauro, Il Pireo) rispetto al 10% dei principali scali marittimi del Nord Europa (Le Havre, Anversa, Rotterdam, Amburgo, Londra-Felixstowe), il sistema portuale italiano risulta ancora caratterizzato da una forte frammentazione e sottoutilizzazione. Si pensi solo che l’insieme dei porti italiani ha una movimentazione di circa 6 m.teus all’anno, inferiore a quella del solo porto di Rotterdam, che nel 2002 ha movimentato 6,2 m.teus.

 

VITALE – Comunque non bisogna sprecare la grande opportunità che la Storia ha offerto alle nostre terre. Nel 1492 l’impresa di Cristoforo Colombo condanna il Mediterraneo alla marginalità: bastano pochi decenni per spostare l’interesse geopolitico delle grandi potenze dell’epoca e con esso il baricentro economico-commerciale dal Mare Nostrum all’oceano Atlantico e alle rotte che collegano l’Europa al Nuovo Mondo. A distanza di cinquecento anni, nei primi anni Novanta del secolo scorso, un combinato di mutamenti geoeconomici e innovazioni tecnologiche rimescola le carte, sì che i porti del Mediterraneo riacquistano una nuova centralità nei grandi flussi di merci su scala intercontinentale.

 

SCOPELLITI - Certo. Posto che l’economia mondiale oggi poggia su tre pilastri (Estremo Oriente, Europa e Nord America) e che la stragrande maggioranza del traffico commerciale tra questi poli avviene via mare tramite il trasporto containerizzato, l’affermarsi dell’intermodalità e delle tecniche “hub and spoke” rende economicamente più vantaggiosa la rotta che, lungo l’asse Asia-America, passa per il canale di Suez. La qual cosa, per le grandi navi portacontainer, comporta l’attraversamento del Mediterraneo e il transhipment nei porti hub dell’Europa meridionale. È necessario, fondamentale, che Gioia Tauro concorra ad armi pari con gli altri porti: l’assenza di buoni collegamenti con il Nord, ma anche con in sud ovvero con la Sicilia, le sarebbero esiziali.

 

 

VITALE – In prospettiva, quando si attualizzeranno i disposti emanati da Jacques Barrot – oggi Vicepresidente della Commissione europea per la Giustizia e la Sirurezza – quando era Commissario ai Trasporti, sulle linee ferroviarie dedicate al solo trasporto merci (dry channel ferroviario) percorrenti i corridoi strategici di attraversamento dell’UE, le velocità commerciali dei treni/blocco potranno elevarsi a 100 km/h. L’attivazione di uno shuttle ferroviario Gioia-Rotterdam potrebbe aprire inedite prospettive. Le merci provenienti a Gioia dal Far East, dai porti cinesi di Shangai e Hong Kong con le grandi navi porta container di più recente e futura generazione (8.000 - 10.000 - 12.000 TEUs), infatti, potrebbero essere destinate, oltre che al bacino del Mediterraneo e all’Europa, anche al Nord America tramite il porto di Rotterdam, già collegato con New York da un regolare shuttle marittimo. Questa tratta (Shangai-Gioia Tauro- Rotterdam-New York) ridurrebbe i transit time sia rispetto alle rotte all water Shangai – Rotterdam - New York e Shangai – Algeciras - New York sia rispetto al tragitto misto Shangai – Genova - Rotterdam lungo il Corridoio 24. Ma non è tutto. Questa tratta per Gioia sarebbe competitiva anche con la rotta transpacifica “Singapore - Los Angeles – New York ” via landbridge ferroviario trans americano.

 

SCOPELLITI - Il futuro di Gioia sembra essere sempre più legato ai suoi collegamenti ferroviari, ma anche alle sue relazioni marittime. Le autostrade del mare, o strade mediterranee, sono un servizio di trasporto marittimo alternativo alla viabilità ordinaria su strada delle merci, che prevede linee di cabotaggio di più imprese per svolgere collegamenti tra Nord e Sud Italia e negli Stati europei che si affacciano sul mar Mediterraneo. Questo sistema, che si basa su moderne flotte di navi Ro-Ro con maggiore velocità di navigazione e sul concetto di intermodalità, con cui le merci si possano velocemente spostare e trasbordare tra vari mezzi di trasporto, non dialoga con il sistema di trasporto transhipment. Nel Mezzogiorno d’Italia, quindi anche nel sistema Calabria-Sicilia e nell’Area dello Stretto, queste due reti marittime si sovrappongono ma non si integrano nonostante la loro massiccia e contigua presenza. Il 50% della capacità di trasbordo del Mediterraneo si concentra in tre porti tutti localizzati nel Mezzogiorno (Gioia Tauro, Taranto e Cagliari) con scarse ricadute economiche ed occupazionali sul territorio, mancando totalmente in questo la capacità di assorbire/generare traffico e le strutture per manipolare e ridistribuire il carico interno al contenitore stesso. Tra Sicilia, Campania e Puglia è concentrato oltre il 75% delle linee marittime delle Autostrade del Mare, e la Sardegna è il punto di riferimento nel Mediterraneo per il cabotaggio obbligato. Queste due reti, nate con finalità diverse, che utilizzano tipologie di navi e di porti e di unità di carico sostanzialmente distinte, non dimostrano tendenze spontanee all’integrazione. Si perdono quindi grandi occasioni di sinergie, pur rappresentando ognuna delle due reti punte di eccellenza a livello internazionale. Il futuro di Gioia, oltre che nei collegamenti via terra, si giocherà anche sul piano della nostra capacità di far interagire queste due reti marittime.

VITALE - E dobbiamo fare veramente in fretta perché la Storia, una volta offerte le opportunità, non aspetta. I giochi a nostro favore, infatti, potrebbero anche cambiare. L’aumento medio della temperatura terrestre, per via dell’effetto serra e più genericamente della polluzione ambientale, ha comportato una progressiva riduzione dell’estensione dei ghiacci polari con la conseguenza, nell’emisfero nord del pianeta, di rendere agibili ampi tratti del mar glaciale artico non solo alle navi rompighiaccio. È così che questa estate il Passaggio a Nord-Est attraverso lo Stretto di Bering, tra la Siberia russa e l’Alaska statunitense, nella rotta che dal Far East asiatico porta al Nord Ovest dell’Europa, è stato violato da due navi mercantili che dalla Corea del Sud sono arrivate in Olanda. Il risparmio è stato di 4000 miglia nautiche, equivalenti a 7200 chilometri (rispetto al tragitto che, passando per il Canale di Suez, è lungo 11000 miglia, ovvero 19800 chilometri) e, in carburante, di circa 500.000 euro per nave. La centralità mediterranea nei traffici marittimi, riacciuffata con il taglio dell’istmo di Suez nella seconda metà del XIX sec. e con la comparsa dei container e dell’intermodalità tra gli anni ’50 e ’90 del XX sec., dopo l’apertura al traffico commerciale dello Stretto di Bering, ipotesi non fantascientifica visto l’attuale trend di surriscaldamento terrestre, nel XXI sec. si potrebbe nuovamente perdere.

 

SCOPELLITI – Anche per questi motivi, che non dipendono dalla nostra volontà, pur non trascurando di approfittare dei grandi trend planetari, ci si deve concentrare a produrre uno sviluppo locoregionale solido che, basato su ricchezze e capacità interne, sia capace di attrarre capitali e investimenti.

 

VITALE – Tutto quanto fin ora detto si innesta nell’idea di partenariato sviluppato tra le due sponde del Mediterraneo e lanciato durante la Conferenza di Barcellona del novembre del 1995: si dovrebbe concretizzare entro il 2010 in una zona di libero scambio euromediterranea, nonostante che i calendari di smantellamento dei diritti doganali e di apertura commerciale siano diversi in funzione dei paesi e dei settori economici interessati.

 

SCOPELLITI – Un appuntamento importantissimo. Una spiegazione pratica su ciò che in futuro potrebbe accadere con l’integrazione economica e commerciale della regione mediterranea. Il “Protocollo PanEuroMed sul cumulo d’origine”, che riguarda i 40 membri del sistema PanEuroMed, autorizza gli imprenditori a cumulare le trasformazioni dei loro prodotti in vari paesi della regione per avere un trattamento doganale preferenziale. Quindi, ad esempio, una volta creato un modello in Italia da una casa di moda francese, la fibra tessile potrà essere tessuta in Tunisia per poi essere rifinita in Marocco e tinta in Egitto: a seguire potrebbe entrare nel mercato europeo senza pagamento di diritti doganali. Ma la cosa importante del Protocollo di Barcellona

Sta nel fatto che comporta non solo l’agevolazione degli scambi tra i partner e l’abbassamento delle tariffe doganali ma anche la creazione di infrastrutture trasversali di trasporti, ferroviari e stradali ed aerei, la convergenza verso un quadro normativo comune e, soprattutto, una particolare incentivazione nel settore dell’educazione con riconoscimento di diplomi e scambi universitari.

 

VITALE - Va da sé che una città come Reggio insieme all’Area dello Stretto, per la posizione geografica ma anche per la naturale vocazione turistica e il patrimonio culturale in istituti formativi, potrebbe avvantaggiarsi moltissimo in un contesto in cui il sistema Sicilia-Calabria apparirebbe non più il sud dell’Europa ma il nord del Mediterraneo.

 

SCOPELLITI – Il destino naturale della nostra città, dell’Area dello Stretto e del sistema Sicilia-Calabria, nella citata ottica popperiana del doveroso ottimismo, è di divenire, anzi di ridivenire, un punto di riferimento stabile e certo per tutto il bacino mediterraneo come lo furono le polis della Magna Graecia. Per costruire questo nostro futuro dovremo accogliere l’illuministico incitamento di Immanuel Kant a “non aver paura di usare la nostra intelligenza”. Le genti del Meridione, della diaspora meridionale, hanno saputo in altri lidi costruire l’eccellenza, nella cultura e nell’arte, nella ricerca e nelle scienze, nell’economia e nel commercio: non dobbiamo avere timore di usare questa nostra intelligenza per costruire un futuro migliore per questa nostra terra, in questa nostra terra, affinché i suoi figli non siano costretti a cercare sbocco altrove per attualizzare le loro potenzialità.

Con tale augurio la ringrazio per il contributo che con questo suo lavoro certamente darà alla realizzazione della nostra idea di città.

 

VITALE – Sono io a ringraziarla per la sua disponibilità