Home Archivio articoli Febbraio 2010 Pitagora – il bronzista di Reggio

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Pitagora – il bronzista di Reggio PDF Stampa

 

Il simposio di Kratésippos (424 a.C.)

 

“Per i mortali nulla è più piacevole di un simposio, ma solo se è ben organizzato!”. Così dicevano gli antichi, e gli antichi, si sa, hanno spesso ragione. Memore di questa massima, il padrone di casa, l’allora celebre Kratésippos, aveva seguito alla lettera i consigli tramandati dalla tradizione reggina: 1) gli invitati dovevano essere scelti con cura, badando bene di interpellare persone tra loro concordi e con attitudine alla chiacchiera ed al canto; 2) la cena che precedeva il simposio doveva essere gustosa ma non troppo pesante; 3) la scelta di vini, pane, formaggi e stuzzichini doveva essere oculata e comprendente cibi di ottima qualità; 4) per divertire i simposiasti si potevano ingaggiare artisti specializzati, oppure invitarne uno, ma solo se facente parte della cerchia degli amici; 5) il piatto forte della serata poteva essere un personaggio celebre, che avrebbe intrattenuto gli altri convitati con racconti interessanti.

Kratésippos aveva cercato di soddisfare tutti i requisiti. Gli otto altri partecipanti al simposio erano tra loro amici e membri della medesima eteria pitagorica, senza liti o cause giudiziarie pendenti tra loro. Uno di essi era un virtuoso della cetra, grande conoscitore di poemi. Kratésippos era riuscito persino a coinvolgere lo scultore

Sóstratos, nipote del quasi leggendario e compianto bronzista Pythagóras tornato a Rhégion da poco tempo, dopo avere lavorato molti anni per gli Argivi. Sóstratos era conosciuto tra i Reggini per il suo carattere schivo, ed averlo ospite era un grande onore per Kratésippos.

Del resto, il simposio serviva a celebrare il riconoscimento dei meriti artistici del padrone di casa, che aveva appena ottenuto il privilegio di poter firmare i tetradrammi reggini battuti dalla locale zecca. Era la prima volta che accadeva a Rhégion e molti concittadini, nel tipico costume ellenico e reggino, guardavano con invidia l’uomo che aveva ricevuto un onore non tradizionale.

La cena fu un grande successo, anche se, conformemente alla norma, gli invitati non chiacchierarono molto durante le varie portate.

Sparecchiate le mense, gli schiavi predisposero per il successivo simposio, mentre i simposiasti, con odorose corone di fiori in testa, cominciarono a sorseggiare la prima coppa di vino dolce. Come al solito, l’arrivo del vino concorse a sciogliere le lingue ed i convitati iniziarono a rilassarsi. I primi argomenti, naturalmente, furono relativi agli affari in sospeso ed ai problemi di famiglia, ma quando un servo portò al citaredo Phythios il suo strumento musicale, tutti si misero comodi sui triclini e predisposero il proprio animo a gustare la magia della poesia e della musica.

Dopo l’esibizione tutti batterono le mani con convinzione, poi volsero gli sguardi prima su Kratésippos e poi su Sóstratos. Era una chiara esortazione al padrone di casa perché invitasse lo scultore a prendere la parola. Sóstratos all’inizio cominciò a schermirsi, poi, vista la cortese insistenza di tutti gli astanti, cominciò a parlare.

«Amici,» disse, tenendo tra le dita una coppa piena del dolce vino reggino, «cedo alla vostra cortese violenza, ma vorrei che guidaste voi il mio racconto. Di cosa volete che vi parli?»

«Penso di potere interpretare il pensiero di tutti,» dichiarò Kratésippos dopo una lieve esitazione, «se ti invitiamo, o nobile Sóstratos, a raccontarci, sia pure in modo troppo breve rispetto ai suoi meriti, la storia del tuo grande zio e della sua bottega artistica, di cui tu oggi degnamente tieni le redini e guidi verso un luminoso futuro.»

Sóstratos si guardò intorno titubante. «Se dessi retta all’illustre padrone di casa,» disse, «finirei per monopolizzare l’intera serata e non permetterei il dolce intrecciarsi delle chiacchiere amichevoli.»

Un coro si levò dai simposiasti, ribadendo la volontà di ascoltare la storia dell’illustre bronzista scomparso da pochi anni.

«Se così volete,» disse infine Sóstratos alzando le mani in segno di resa, «preparatevi ad ascoltare una storia ricca di avvenimenti, occorsi ad un uomo veramente straordinario.»

 

La giovinezza di Pythagóras (500-480 a.C.)

 

Come tutti sapete, amici reggini, mio zio nacque qui a Rhégion settantasei anni fa, nell’anno della sessantottesima olimpiade, nel mese attico di Elafebolione, quando sullo Stretto festeggiamo il nostro dio Apollo, il cui carro passa attraverso la porta astrale delle costellazioni del Toro e della Lepre riportando sulla terra la vita e la germinazione.

Erano anni duri per la nostra polis. Il governo dei Mille tiranni stava trascinando tutto il popolo verso la fame e la miseria. Le nostre cronache ci parlano di un gruppo di vecchi che si erano intestarditi di rimanere al timone della nave dello Stato fino alla morte, anche se, dal punto di vista della programmazione del futuro della città, ormai quello che avevano da dire lo avevano consumato tutto una quarantina di anni prima e non erano stati più capaci di aggiornarsi. In città, quindi, la situazione era molto tesa, con il giovane gruppo dei Pitagorici che scalpitava per poter prendere parte al governo e per tentare di trovare la soluzione dei problemi economici e militari che affliggevano lo Stato.

Uno dei capi di questo movimento era mio nonno Sóstratos, da cui ho ereditato il nome, che fu il padre di mia madre e di Pythagóras.

L’anno che nacque mio zio, il primogenito della sua famiglia, coincise con un periodo tristissimo per mio nonno, che fu costretto all’esilio a causa della sua militanza politica. I vecchi al governo, infatti, avevano deciso, contro tutte le ragioni, di provocare militarmente la nostra dirimpettaia Zankle, al fine di arrivare ad uno scontro militare, al quale, peraltro, non eravamo neanche preparati. Mio nonno, insieme al futuro tiranno Anaxílaos, aveva cercato di contrastare politicamente tali

decisioni suicide, ma ne erano nati dei tafferugli nell’agorá con un morto ed alcuni feriti. Il prezzo politico degli scontri fu pagato da Sóstratos e da alcuni altri membri influenti del partito pitagorico, che dovettero lasciare la casa e la Patria. I miei nonni, portandosi dietro il neonato Pythagóras ripararono alle Syrakousai, dove avevano alcuni parenti.

Intanto, qui a Rhégion la situazione andava sempre peggio, alpunto che, avendo posto sia i Reggini che gli Zanklei il blocco navale al porto avversario, la fame costrinse gli uomini alla guerra aperta. Aprirono le ostilità i Locresi, tradizionali nostri nemici, attaccando il confine al fiume Alex e costringendo i Mille tiranni, assolutamente impreparati militarmente, ad arruolare un discreto numero di mercenari peloponnesiaci, che furono pagati facendo ricorso, per la prima volta, alla coniazione di moneta, come tu, o valente Kratésippos, sai molto bene. Come che fu, riuscimmo a respingere i Locresi, ma la guerra prosciugò definitivamente le già precarie finanze reggine, impedendo per i successivi due anni l’acquisto di grano per le necessità della popolazione.

Dalle Syrakousai dove erano riparati, intanto, gli esuli continuavano a mandare messaggi in città, cercando di far capire ai vecchi e miopi tiranni che il pericolo non proveniva da Zankle ma dal nuovo tiranno di Gela, Hippokrátes, che aveva soppiantato il vecchio despota locale Kléandros nel medesimo anno dello scontro con i Locresi. Inutilmente il nonno aveva spiegato che, insistendo con la sterile ostilità verso Zankle, l’unico risultato sarebbe stato quello di spingere gli Zanklei nelle braccia del tiranno di Gela, che tentava di estendere la sua egemonia sull’intera Sikelía. Fu tutto vano.

Hippokrátes riuscì a farsi amici gli Zanklei, che temevano un nostro attacco, per poi imporre loro una guarnigione ed un tiranno, un certo Skythes, proveniente dall’Egeo.

In quegli anni, intanto, moriva il filosofo Pythagóras di Samos, in cui onore mio nonno aveva dato il nome al proprio figlio primogenito.

Dopo essere stati egemoni sull’intera Grande Ellade, punendo in modo esemplare la ribelle Sybaris, i Pitagorici cominciavano ad essere attaccati politicamente e militarmente un po’ dovunque.

 

Nell’anno della sessantanovesima olimpiade, quando il piccolo Pythagóras aveva quattro anni, gli imbecilli al governo furono finalmente attaccati dagli Zanklei, sostenuti finanziariamente e militarmente da Hippokrátes e da tutta la coalizione dorica siceliota.

Come andò a finire lo ricordiamo tutti con vergogna. Basta recarsi a Olympia per vedere ancora appese al tempio di Zeus le armi dei nostri caduti con le infamanti dediche degli Zanklei vittoriosi. Il disastro paventato si era compiuto. L’esercito zankleo e dorico era sbarcato al porticello di Stylís, costringendo le nostre schiere ad intercettarlo.

Inferiori per uomini e mezzi, i nostri opliti furono accerchiati su entrambe le ali dai nemici e inesorabilmente uccisi o presi prigionieri.

Dalla disfatta si salvarono soltanto quelli che erano guidati da Anaxílaos, che, posti al centro dello schieramento, erano riusciti ad arretrare ordinatamente fino ad una altura, resistendo a tutte le cariche dei nemici. Quel giorno di sconfitta l’intera Rhégion guardò ad Anaxílaos come ad un faro che indicava la rotta durante una notte tenebrosa.

Vigliacchi come sempre, i Mille tiranni comprarono una pace infamante, pagata con i beni ottenuti grazie alle proscrizioni dei più ricchi pitagorici, tra cui mio nonno. Una vergogna! Il popolo, però, sempre assimilabile ad un gregge di pecore, nonostante i lutti e la povertà crescente, esitava a ribellarsi, al punto che dovettero passare

altri due anni finché Anaxílaos non si decise all’azione e riuscì a fortificarsi nella nostra acropoli, abbattendo il regime oligarchico.

Il suo primo atto come monarca fu quello di richiamare i fuoriusciti e coinvolgere nel governo della città i Pitagorici, così mio nonno poté tornare in Patria, anche se non riuscì mai a riacquistare tutti i suoi beni mobili.

In quell’anno rientrò a Rhégion anche il grande scultore e bronzista Kléarchos, che, per dissidi personali con i vecchi tiranni corrotti ed imbelli, era andato a lavorare nel Pelopónnesos, raggiungendo risultati prestigiosissimi. Per sua fortuna egli era stato aiutato ed introdotto dal vecchio Eucheiros di Kórinthos, suo antico maestro, riuscendo ad inserirsi tra gli Spartani e ottenendo persino a lavorare nel santuario di Atena Chalkioikos, il principale tempio di Lakedaimon. Lì realizzò la statua di Zeus Hypatos, la prima scultura in bronzo di grandi dimensioni che la storia ricordi. Riguardo al suo maestro Eucheiros, c’è da dire che era talmente vecchio che l’intero ecumene era convinto che egli fosse a sua volta discepolo del mitico Daidalos, quello che aveva progettato il Labirinto cretese.

Rimanendo in tema, devo anche aggiungere che tanti hanno affermato che l’arte di mio zio Pythagóras gli era stata interamente trasmessa da Kléarchos, ma io non ci credo. Ho visto i lavori di Kléarchos e devo dire che egli era proprio un artigiano del suo tempo: non era capace di fondere le statue di grandi dimensioni, ma era

abilissimo a battere con il martello lastre di bronzo, che faceva adattare alle forme in legno che realizzava in precedenza e poi inchiodava una all’altra.

Per quanto attiene, invece, alla mia famiglia, mio zio mi raccontava che, anche se godeva dell’amicizia di Anaxílaos, Sóstratos, per la sua grande onestà, non accettava argento dal tiranno e non gli permetteva di aiutarlo in alcun modo. Per questo motivo la situazione familiare, dal punto di vista economico, si fece sempre più difficile, soprattutto quando morì mia nonna, mettendo alla luce mia madre.

Giunto che fu all’età di dieci anni, quindi, Pythagóras venne avviato alla bottega di Kléarchos, perché imparasse l’arte della fusione del bronzo e si guadagnasse il pane con il sudore della fronte.

Di questi anni mio zio parlava sempre con grande gioia e malinconia. Stette nella bottega di Kléarchos per ben dieci anni, imparando tutti i trucchi del mestiere e diventando intimo di tutti i praticanti della sua età. So bene, e lo sapete anche voi, che ancora oggi a Rhégion si narrano alcune delle loro bravate, soprattutto nel campo amoroso, cosa per la quale rischiarono più di una volta di essere uccisi da padri o mariti gelosi.

Dopo aver servito come efebo a diciotto anni, nel secondo anno della settantaduesima olimpiade, al giovane Pythagóras cominciò a stare stretta la collaborazione con l’anziano Kléarchos, perché, grazie alle sue amicizie, e anche a causa delle sue frequentazioni nelle taverne del porto reggino, era al corrente degli sviluppi dell’arte che stavano germinando alle Athénai. Lo stile tradizionale, che i giovani, per schernirlo, chiamavano “dedalico”, prevedeva figure rigide, sulla

maniera dei grandi monumenti egizi, ma questa staticità non piaceva alle avanguardie artistiche, che predicavano una più stretta imitazione della natura. La loro pretesa era quella di realizzare delle figure umane completamente rispondenti al vero, perfette nelle vene, nei capelli, persino nei peli della barba. Anche il movimento ed i muscoli dovevano essere copiati nel modo più realistico possibile.

Per Kléarchos e per tutti gli artisti reazionari queste erano eresie vere e proprie. Essi sostenevano, al contrario, che esistevano dei modelli tradizionali, che andavano semplicemente copiati e trasmessi alla generazione successiva. La Tradizione aveva tutto al proprio interno. Si doveva realizzare una scena di ratto? Un cavaliere a cavallo? Un guerriero? Un monarca? I prototipi erano già stati creati, e il bravo

bronzista doveva solo copiarli.

Il buon Pythagóras insisteva, chiedendo in cosa si distinguesse, allora, un Maestro da un semplice artigiano, e si vedeva rispondere che il vero Artista era bravo nella fusione del bronzo, conoscendo tutti i trucchi del mestiere. I suoi lavori erano perfettamente levigati e rispondenti ai canoni tradizionali. Le lastre che il Maestro realizzava non avevano imperfezioni o bolle d’aria, ed erano sottilissime, ma, nel

contempo, resistenti come quelle più spesse.

Mio zio non era per niente d’accordo con tali teorie, ma si accorse presto che discutere con Kléarchos era tempo sprecato e che il suo maestro non aveva più niente da insegnargli. Pythagóras, perciò, cominciò una stagione di sperimentazioni. Per studiare il corpo umano decise di accompagnarsi con i più valenti medici della polis, e si dice che arrivò anche a riesumare i corpi degli schiavi morti e sepolti in tutta fretta in fosse poco profonde.

Non so se questa diceria sia vera, e mio zio mi ha sempre giurato di non essersi contaminato le mani con atti empi, ma posso assicurarvi che era realmente versato nell’anatomia umana. Mi stupivano i suoi disegni preparatori, nei quali si poteva vedere come era in grado di riprodurre il movimento di ciascun muscolo in relazione al movimento che si doveva ricreare. Che sapienza! Conosceva a memoria la posizione di ciascuna vena e sapeva riprodurre con naturalezza l’ondeggiare al

vento delle ciocche dei capelli e persino della barba.

Furono due anni di esperimenti intensi e segretissimi. La gente vedeva il colore pallido del suo viso e le occhiaie che cerchiavano i suoi occhi, ma credeva che si trattasse dei segni delle sue lotte notturne con giovani ragazze e tenere spose. In verità si trattava delle veglie passate a disegnare cadaveri ed a studiare l’anatomia umana e degli animali più comuni. Si preparava, ma mordeva il freno, volendo cominciare a dare prova di se stesso. Kléarchos, dal canto suo, sfruttava le doti naturali del suo talentuoso allievo per il lavoro della bottega, ma non gli

permetteva di fare a modo suo, rimproverandolo per ogni iniziativa che prendeva autonomamente.

A volte, quando mi raccontava della sua giovinezza, mio zio mi diceva che la tensione fra maestro e allievo diveniva di giorno in giorno più evidente, ma che lui non riusciva a trovare la forza per lasciare Rhégion e andare dove avrebbe potuto realizzare in piena libertà la sua arte. Non lo faceva certo per Kléarchos, che ormai non sopportava più, ma per rimanere accanto al vecchio padre, che non aveva altri che lui e sua sorella, mia madre.

L’occasione venne, però, nell’impetuoso anno della settantatreesima olimpiade, quando i Persiani persero a Sálamis contro gli Ateniesi e gli altri Elleni, ed i Cartaginesi nostri alleati furono disfatti a Himéra da Gelon e Teron, tiranni alle Syrakousai e ad Akragas. Fu anche l’anno in cui Anaxílaos vinse ad Olympia la corsa con le bighe di mule e cambiò il peso e la figura delle monete reggine. Anche se la sconfitta cartaginese non ci coinvolse in prima persona, si trattò di un

tracollo per la nostra supremazia, ed Anaxílaos fu costretto a sposare una figlia del tiranno siracusano ed a porsi sotto la sua protezione.

Per quanto riguarda la nostra famiglia, invece, quell’anno fu funestato dalla morte di Sóstratos, che costrinse mio zio, impossibilitato a mantenere economicamente la famiglia, a combinare il matrimonio di sua sorella con quello che sarebbe divenuto mio padre.

Per poterle dare una dote, non avendo quasi niente da parte, decise di donarle la casa avita ed i pochi poderi che gli erano rimasti, e di mettersi in viaggio verso Olympia. Aveva, infatti, saputo che lì c’era sempre da lavorare per un bronzista, specialmente nell’anno olimpico, quando gli olimpionici pagavano bene per fare realizzare statue in bronzo, che perpetuassero nel tempo le loro vittorie.

Pythagóras partiva da Rhégion, povero e sconosciuto, e nessuno dei suoi concittadini aveva intuito quale genio artistico stava lasciando la polis, andando ad arricchire genti straniere. Solo una ragazzetta del popolo, che aveva per avventura lo stesso nome della moglie del grande filosofo samio omonimo di mio zio, si nascose sulla nave che partiva dal porto di Rhégion, per legare per sempre la sua vita a quella del suo amato. Non so quanti di voi abbiano conosciuto la bella Theanô,

ma sapete che la donna che si era disonorata per seguirlo gli rimase sempre accanto fino alla morte, avvenuta, forse non a caso, lo stesso giorno di quella del marito.

Giunto a bordo, mio zio tentò di fare desistere la sua amata dal seguirlo, ma la nave era già salpata e lei dichiarò che si sarebbe gettata a mare per ubbidirgli, se lui gliel’avesse chiesto, ma che certamente sarebbe morta, perché non sapeva nuotare. Mio zio, che mi raccontò, questo aneddoto, disse allora che abbracciò la sua compagna ed andò dal comandante della nave per pagare il prezzo della traversata anche per lei.