Home Archivio articoli Febbraio 2010 DA CITTA’ DI ‘NDRANGHETA A CITTA’ TURISTICA

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PREMESSA

 

Plutarco, che ebbe modo di servire Apollo da sacerdote e di conoscerne i segreti, ci racconta che a Delfi nella Focide, ai piedi del monte Parnaso e a poco più di 10 chilometri dal golfo di Corinto, nel tempio dedicato ad Apollo, la sua sacerdotessa Pizia era solita ascoltare attentamente chi le si rivolgeva per ricevere consiglio prima di un viaggio o di un’impresa. Essa si recava poi nei sotterranei e inalava un misterioso soffio di gas profumato proveniente da una fessura del terreno. Ne usciva in trance per emettere l’oracolo: oscuri vaticini e sibillini responsi che, spesso composti da oscure parole o ininterpretabili frasi, mai comunque leggibili in maniera chiara e univoca, potevano adattarsi alle più diverse situazioni. Era la parola del Dio, che amava così esprimersi.

Secondo Dioniso d’Alicarnasso anche Artemida, duce dei Calcidesi emigrati da Euripo per una carestia (a questi, secondo Eraclide Pontico, si erano uniti quei Messeni del Peloponneso esuli a Macisto per aver deflorato le vergini spartane mandate dai Lacedemoni a Limne per le cerimonie sacre), prima di partire si recò a Delfi per riceverne l’oracolo: la Pizia gli ordinò di fermarsi e di non navigare più oltre appena avesse visto una femmina unita con un maschio.

Messosi in viaggio, comprese d’essersi compiuta la volontà dell’oracolo quando su di una riva scorse una vite avvinghiata a un caprifico (per Eraclide non era un fico selvatico bensì un leccio, la quercia sempreverde della macchia mediterranea): vi fondò la città di Reggio nell’estate del 730 a.C.

Questo il mito. Storicamente i fatti sono sovrapponibili: è la loro giustificazione che muta.

Dai calcidesi che avevano fondato nel 734 a.C. Zancle, l’odierna Messina, venne riferito ai compatrioti rimasti nella povera città-stato di Kalkis nell’isola Eubea che sull’opposta sponda dello Stretto, a sud della loro polis, alla foce di un fiume vi era un approdo naturale, protetto da un promontorio, dal ricco e pianeggiante retroterra. Era l’odierno capo Calamizzi, che per fenomeni bradisismici cedette nel 1562 perdendo la sua funzione protettiva, alla foce del torrente Calopinace, l’antico fiume Apsia. La spedizione, composta oltre che dai calcidesi (comandati da Artemide) anche da un gruppo di messeni esuli politici (sottoposti ad Alcidàmida), venne condotta al sito da un gruppo di abitanti di Zancle (guidati dall’ecista Antimnesto).

Dopo di Rhegion vennero fondate altre colonie della Magna Graecia: Sibari nel 720, Crotone nel 710, Locri nel 680, Catania, Leontini. Oltre Zancle, le polis fondate prima di Rhegion furono solo Pitecùsa (Ischia) nel 765, Cuma e Naxos.

Una lunghissima storia, di cui in questa sede ne è sintetizzato solo l’incipit, che attraverso distruzioni e ricostruzioni, abbandoni e riconquiste, sempre in quello stesso sito unanimemente indicato e descritto dagli storici antichi, sito da cui ancor oggi riaffiorano antiche vestigia, porta alla Reggio moderna e ai reggini contemporanei.

 

Dice Italo Calvino nel 1975 in “Gli dei della città”: “Una città può passare attraverso catastrofi e medioevi, vedere stirpi diverse succedersi nelle sue case, veder cambiare le case pietra su pietra, ma deve, al momento giusto, sotto forme diverse, ritrovare i suoi dei”. Reggio è passata attraverso tante catastrofi, ultime quelle del 1783 e del 1908, ha vissuto tanti periodi bui di povertà e abbrutimento, ultimo quello a cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta del Novecento, razze e religioni le più diverse hanno albergato nelle sue case, ha cambiato volto materico tante volte, ma è rimasta sempre lì, in fondo allo Stivale, pazientemente aspettando il momento giusto per “ritrovare i suoi dei”.

Questa necessità di riappropriarsi del proprio passato sarebbe però paralizzante se non si facesse propria l’esortazione che Rimbaud pone in “Una stagione all’inferno”: “Bisogna essere assolutamente moderni”, ovvero contemporanei. Ed è in quest’ottica dell’oggi – non andando a spulciare antichi testi e libri più o meno moderni, i cui contenuti diamo per riportati, bensì usando come strumento ricordi di vita ed esperienze personali – che, in questo lungo dialogo con Giuseppe Scopelliti, sindaco di Reggio, partiremo per andare a disvelare un’idea di città che possa “ritrovare i suoi dei”.

Enzo Vitale

 

 

 

 

DA CITTÁ DI ‘NDRANGHETA A CITTÁ TURISTICA

 

VITALE - Israel Rosenfield, in “Une anatomie de la conscience”, Flammarion 1997, così scrive: “L’uomo riscrive la storia e riconsidera i giudizi sulla base della sua esperienza, ristrutturando i pensieri che ha potuto nutrire a proposito di persone o fatti appartenenti al passato”. Possiamo aggiungere che la personalità di ognuno si evolve e in questo suo dinamismo modifica l’aspetto e il significato dei ricordi ovvero la percezione del passato. In altri termini, adottando una frase di François-René de Chateaubriand, “Cercando di riaprire oggi con la memoria l’orizzonte che si è chiuso, non trovo più lo stesso ma ne trovo altri”.

Sulla base di queste affermazioni, che ci conducono a un concetto di memoria duttile e plasmabile, e tenendo presente che, pur richiamando il passato, è dell’oggi che si vuol parlare guardando al passato solo con l’occhio del presente, analizzeremo l’evoluzione di Reggio Calabria verso una città turistica con un percorso costruito attraverso il suo vissuto, più che di uomo politico e amministratore, di reggino e calabrese. Inoltre, data la sua giovane età, non potremo partire che dalle conseguenze che la città subì per i Moti del Settanta.

Adotteremo, quindi, un concetto strumentale di memoria: dei fatti visti e vissuti, di quelli che hanno formato la sua personalità, e la cui percezione viene adattata alla migliore costruzione del presente; memoria pragmaticamente utilizzata per costruire un’idea di città che, coerente con le proprie idee e senso di identità, è portata avanti con decisione e fermezza perché condivisa dall’assoluta maggioranza della cittadinanza.

Partiremo dagli anni Settanta, quindi, sebbene sia da evidenziare che nella Reggio Bella e Gentile degli anni Cinquanta, che lei non può conoscere se non nel ricordo che altri di quel tempo hanno tramandato, sono riscontrabili alcuni tratti identificativi di un percorso cittadino che, dopo la dolorosa cesura dei Fatti, ha portato Reggio alla sua Primavera. Infatti, anche se allora non si poteva ancora parlare di città turistica, le potenzialità date da una vita invernale segnata dalle stagioni liriche e dalle prime cinematografiche, le prospettive che si aprivano per una vita estiva caratterizzata dalle serate trascorse all’elegante giardino del Lido Comunale che chiudevano giornate di mare vissuto in stile familiare, gli orizzonti forniti da un ambiente urbano tranquillo e contrassegnato da una dignitosa eleganza, erano tali da far facilmente prevedere un’evoluzione positiva di una città il cui respiro già allora non era affatto provinciale.

 

SCOPELLITI - Nella storia delle città non si perde mai nulla: oggi non staremmo a parlare di mare e di lidi e di teatri e di cultura se nel secondo dopoguerra non ci fosse stata la Reggio Bella e Gentile; non staremmo a parlare di Città Metropolitana se tra le due guerre non ci fosse stata l’esperienza del Ventennio e della Grande Reggio; e così via, andando a ritroso nel tempo, non saremmo ciò che oggi siamo se nel nostro genoma non avessimo il retaggio della Rhegion della Magna Graecia e della Rhegium “socia navalis” di Roma, così ricordata lo scorso anno dal sindaco Alemanno in occasione del gemellaggio culturale Roma-Reggio celebrato in Campidoglio. Forse non parleremmo neppure di Area e di Metropoli dello Stretto se non avessimo salda coscienza della comune e coeva origine di Reggio e Messina, della storia che le unisce, della particolarissima koiné frutto degli antichi miti di fondazione. Tutto ciò che un tempo siamo stati ce lo ritroviamo oggi: si tratta di adattare al presente, tramite l’esperienza dell’oggi, la percezione del passato e di strumentalizzare questo per creare un futuro migliore.

 

VITALE - Futuro di cui siamo pienamente responsabili. Dice Karl Popper: “L’ottimismo è un dovere. Il futuro è decisamente aperto. Esso dipende da noi; da tutti noi. Dipende da quello che noi facciamo e faremo; oggi, domani e dopodomani. E quel che noi facciamo e faremo dipende a sua volta dai nostri pensieri; e dai nostri desideri, dalle nostre paure. Dipende da come vediamo il mondo; e da come valutiamo le possibilità largamente disponibili del futuro. Quando dico che “l’ottimismo è un dovere” non dico solo che il futuro è aperto ma che noi tutti lo configuriamo attraverso quello che facciamo: noi tutti siamo corresponsabili di quello che sarà”

 

SCOPELLITI - Parole che suonano di augurio e sprone per continuare a perseguire ottimisticamente un’idea di città costruita sui nostri pensieri e desideri e , perché no?, anche sulle nostre paure. Il nostro futuro ce lo dobbiamo costruire con i nostri pensieri e i nostri desideri, quindi liberamente, cogliendo tutte le possibilità che esso ci offre. Libertà di decidere e di agire: essere liberi nel definire il proprio futuro significa essere pienamente responsabili di esso. La qual cosa non ci spaventa ma ci anima e ci riempie di ottimismo che, come dice Popper, “è un nostro dovere”.

 

VITALE - Ed è per questa libertà di cui lei parla che Reggio è insorta nel 1970 contro la partitocrazia e il potere centrale. In questo senso i Moti di Reggio sono stati anticipatori della Storia. Basta un po’ di immaginazione per identificare nella spontaneità non ideologizzata della Rivolta i germi di un modo nuovo di concepire un’insurrezione: quello che, meno di venti anni dopo, avrebbero portato alla chiusura del “secolo breve”di Eric J. Hobsbawm e alla caduta del Muro di Berlino che materializzava le integraliste opposizioni ideologiche.

Nel 1970 gli analisti politici nazionali e stranieri, con l’unica eccezione di Alfonso Madeo ed Egidio Sterpa del Corriere delle Sera e di Francesco Fornari de La Stampa, ancora immersi nell’analisi dei Moti del Quartiere Latino di Parigi del maggio 1968 e di quelli di Praga dell’agosto 1968, non seppero cogliere la novità di ciò che stata accadendo in fondo allo Stivale. Il rifiuto dell’asfissiante e omologante cappa del decisionismo verticistico fu etichettata dalla cultura di sinistra, allora egemone, come lotta per un “pennacchio spagnolesco”: mentre in realtà fu una spontanea anticipazione, forse inconsapevolmente “romantica”, di quei movimenti localistici e di rivalutazione delle singole identità territoriali che, in opposizione al trend globalizzante e “illuminato”, oggi fanno parte a pieno titolo del dinamismo sociale postmoderno.

 

SCOPELLITI - Per quanto riguarda ciò che successe dopo, l’involuzione cittadina fu in parte dovuta all’amarissima considerazione di non essere stata capita nelle sue istanze e di essersi trovata in stato d’occupazione da parte di un governo nazionale per nulla attento alla sue necessità. Fu così che il “sistema città” agli inizi degli anni Ottanta venne condizionato decisamente dal periodo immediatamente successivo ai Moti del 1970. Infatti, se da una parte si realizzò una sorta di reazione di irrigidimento da parte dello Stato ovvero da parte di quelle Istituzioni che guardavano a questa città con grande diffidenza, dall’altra il cittadino si chiuse in se stesso ed è come se non avesse più riconosciuto come legittima la presenza dello Stato nel proprio territorio.

 

VITALE - Gli anni Settanta furono caratterizzati in tutto il Meridione da questo antistatalismo strisciante. Ricordiamoci le parole di Leonardo Sciascia e della sua polemica con Italo Calvino. Nonostante il particolarissimo rapporto che legava i due grandi, fatto di comuni frequentazioni culturali e di singolari sintonie ideologiche, questo si incrinò durante gli “anni di piombo”: mentre Calvino amava dire che “lo Stato siamo noi”, Sciascia non riusciva a identificare se stesso con lo Stato, sebbene precisasse “con questo Stato” sottolinendo col tono della voce “questo”. Sciascia, pur illuminato da una lucidissima razionalità, non fu mai libero dall’ancestrale sospettosità del meridionale storicamente preso in giro dal potere.

È come si il reggino avesse solo assimilato un po’ troppo la lezione di Sciascia.

 

SCOPELLITI - Nei primi anni Novanta è stato riproposto da Einaudi “Governo e governati in Italia”, scritto nel 1882 dal napoletano Pasquale Turiello. Positivista e conservatore di destra, quindi inviso sia agli idealisti che ai marxisti, questa figura di pensatore ebbe un rapido e iniquo declino, nonostante che nelle sue opere, soprattutto in quella citata, vi fossero espressi alcuni concetti (come quello della “scioltezza eccessiva degli individui” che così “pregiano più le virtù solitarie che le civili”) che quasi riassumono la reazione reggina alla lacerazione identitaria del Settanta.

 

VITALE - Questi concetti, ripresi negli anni successivi e riproposti schematicamente, hanno avuto notevole fortuna: vent’anni dopo il lavoro di Turiello, nella sua famosa ricerca sul suicidio, Durkeim avrebbe parlato di “anomia”; sessant’anni dopo Banfield, nel suo studio su una collettività lucana, avrebbe parlato di “familismo amorale”. Nella società meridionale degli anni Ottanta sono ancora presenti questi “peccati originali” del Sud ed è a questi cha va imputata la relazione tra ‘ndrangheta e vissuto cittadino reggino degli anni Settanta e Ottanta.

 

SCOPELLITI - Comunque sia, pur non volendo assolvere Reggio e i reggini, in risposta al pugno duro del potere romano su Reggio si osservò come una sorta di esasperazione, a livello di comunità cittadina, del “familismo amorale”: tutto ciò che è fuori dalle mura domestiche, nel nostro caso cittadine, non ci appartiene. Da questa contrapposizione nasce la fase in cui l’economia cittadina, dovendo comunque trovare uno sbocco, si concentra in un’esasperazione selvaggia della tendenza a cementificare, caratteristica del boom economico italiano degli anni immediatamente precedenti. Il cemento diventa la prima forza e risorsa in termini di prospettive, proliferano le imprese e, visti i pochi investimenti da parte del potere centrale nella nostra città, è la mafia che dando lavoro si sostituisce allo Stato.

 

VITALE - D’altronde non ci si deve dimenticare che non sono lontani gli anni in cui nella vicina Sicilia il potere mafioso era strutturale e contiguo a quello dello Stato. Cito un esempio storico. Quando morì Calogero Vizzini, sovrano della mafia insulare, l’allora Procuratore Generale dello Stato presso la Corte di Cassazione, Guido Lo Schiavo, scrisse: “Si è detto che la mafia disprezza polizia e magistratura: è un’inesattezza. La mafia ha sempre rispettato la magistratura, la giustizia, e si è inchinata alle sue sentenze e non ha ostacolato l’opera del giudice (...) Si sono avute di recente, in Sicilia, prove di un affiancamento della mafia alle forze dell’ordine”. In un momento successivo, lo stesso Lo Schiavo così si esprime: “Oggi si fa il nome di un autorevole successore alla carica tenuta da don Calogero Vizzini in seno alla consorteria occulta. Possa la sua opera essere indirizzata sulla via del rispetto delle leggi dello stato e del miglioramento sociale della collettività”.

 

SCOPELLITI - Sono parole che fanno paura, ma che delineano la situazione nei primi anni Cinquanta. Poi però c’è la data spartiacque del 10 agosto 1958: Luciano Liggio ammazza il suo boss Michele Navarra e nei fatti decreta la morte della vecchia mafia che si trasforma nel nuovo gangsterismo. Prima di allora per mafioso si intendeva l’uomo n’tisu, che aveva sotto il proprio dominio un’area territoriale ben definita entro la quale sovrintendeva ai rapporti socio-economici in nome di una legge non scritta ma ampiamente condivisa dai concittadini. Il mafioso era una persona riverita e rispettata perché in possesso dei requisiti più apprezzati dalla comunità: questa, rifiutato lo Stato centrale, si era data un suo “ordinamento giuridico” alternativo. A questa mafia evidentemente si riferiva Guido Lo Schiavo. Il nuovo mafioso/gangster degli anni Settanta, invece, è temuto e obbedito per la sua forza e ferocia ed è inviso sia all’ordinamento statale che alla cultura locale.

 

VITALE - Negli anni Settanta e Ottanta, a Reggio, si delinea un potere alternativo a quello dello Stato che, pur lontano da quello descritto quasi con piaggeria dal Lo Schiavo, pur assumendo a volte le vesti di uno sfrenato e feroce gangsterismo, in un certo qual modo, ovvero nel gestire direttamente o comunque controllare gran parte delle attività economiche, svolge quasi una funzione di ammortizzatore sociale in una società povera, dal tessuto industriale praticamente assente e dall’unica attività produttiva rappresentata dall’edilizia.

 

SCOPELLITI - Da tutto questo nasce la degenerazione del sistema: gli anni Ottanta si caratterizzano così per i morti ammazzati, per le guerre di ‘ndrangheta, per i grandi scontri tra le cosche e, purtroppo, soprattutto per l’idea popolare di riconoscersi comunque e quasi obbligatoriamente nei poteri criminali. La cifra identificativa di quel periodo diventa la quasi connivenza di tanti, l’adesione degli adolescenti a un mondo che sembra affascinarli, la subcultura della mafiosità che sotto certi aspetti è dominante in città per i giovani, che non vedono nella cultura tradizionale una risposta alle loro istanze. E, come sempre accade quando si lascia un vuoto, questo viene occupato: quando con c’è la capacità da parte dello Stato di incidere e di guidare il processo evolutivo, altri se ne impossessano.

 

VITALE - Il dramma di quegli anni è stata la sostanziale assenza dello Stato. La verità è stata afferrata dal prefetto Mori, che venne destituito, e dal generale Dalla Chiesa, che venne ucciso: nel Sud non si sapeva più, e in parte nemmeno oggi lo si sa, dove finisce lo stato di diritto e dove comincia l’onorata società; in alcuni casi, nonostante che la vecchia mafia non esiste più, la nuova in stile gangster è riuscita a risultare perfino più equa e gratificante e attendibile del potere costituito.

 

SCOPELLITI - Pur non potendosi assolutamente parlare per la Reggio degli anni Ottanta di una mafia vecchio stile, quella cui lo Stato è sembrato a volte demandare sostanzialmente il controllo del territorio e l’amministrazione della giustizia, è indubbio che questo controllo lo avevano le ‘ndrine e che l’amministrazione delle giustizia, nel senso della soluzione dei problemi relazionali o di interesse, in assenza di un sistema giudiziario funzionante, fosse nei fatti a loro in parte demandata. Fu questo enorme potere, economico e territoriale, che ne determinò il successo anche come modello di vita.

 

VITALE - É ipotizzabile che proprio da quelle attività criminali sia nata quell’accumulazione economica primaria che, riciclata in aziende “pulite”, abbia inquinato il mercato facendo poi nascere una nuova classe imprenditoriale non propriamente limpida.

 

SCOPELLITI – Comunque, la situazione si è cominciata a modificare solo quando la presenza dello Stato ha cominciato a essere immediatamente percepibile, e non solo come controllo del territorio, da parte della comunità. Ovvero quando non è stato più vantaggioso, nel dover scegliere tra onestà e disonestà, scegliere la disonestà.

 

VITALE - Lo Stato riapparve sull’orizzonte cittadino con il Decreto Reggio

 

SCOPELLITI – Si apre la stagione della rinascita, dell’avvicinamento delle istituzioni alla città. Il primo segnale è rappresentato dal Decreto Reggio del 1989 che, con seicento miliardi delle vecchie lire, rappresenta una sorta di risarcimento dello Stato nei confronti della città. Si deve dire che ciò avvenne grazie all’impegno della classe dirigente dell’epoca, quella democristiana e repubblicana e socialista, e ai sindaci del tempo come Battaglia e Reale. Certamente non è da ringraziare una certa classe imprenditoriale reggina che pensava “ora sono arrivati i soldi” per progettare solo i propri business e affari.

 

VITALE - Prima di Reale vi fu il commissariamento e un Commissario che non possiamo ricordare né con gratitudine né con affetto.

 

SCOPELLITI – Il Commissario fu solo un ottimo ragioniere ed ebbe tutti i difetti dei Commissari, che uccidono l’anima di una città: perché non hanno una filosofia che non sia quella dei conti, di far quadrare il bilancio. Il resto non gli interessa, anche perché non fa parte dei loro compiti. Ciccio Franco una volta disse in aula consiliare che “il peggiore dei sindaci è comunque migliore del più bravo dei commissari”. È un’indiscutibile verità.

 

VITALE – Poi venne Reale, con una sua idea di città dalla definita identità e anima.

 

SCOPELLITI – La stagione di Reale, che indubbiamente volle dare un’identità a una città che aveva perso l’anima, fu indubbiamente positiva ma l’attività della sua Giunta fu minacciata dalle subite influenze trasversali e dalle lotte interne alla vecchia Democrazia Cristiana, fu imbrigliata attraverso gli accordi della vecchia legge elettorale che consentiva di fare cadere un sindaco e di nominarne un altro, fu compromessa dalle ricadute di Tangentopoli e da una situazione molto ingarbugliata all’interno della classe dirigente. Non fu, tutto sommato, una stagione di grande slancio: fu così che nacque l’ipotesi di rafforzare la maggioranza con un accordo tra la DC e il Movimento Sociale Italiano.

Ricordo che ero a Roma: scesi a Reggio e, insieme all’on. Aloi, quella notte decidemmo di non aderire all’idea di coinvolgere il partito in questo nuovo percorso di governo cittadino. Decidemmo in questo senso dopo esserci consultati con i vertici del partito, che mi sconsigliarono di fare questa scelta perché comunque faceva parte di un vecchio modo di far politica nel quale non si intravedeva nulla di innovativo e moderno.

 

VITALE – 1993, un anno importante per la vita politica reggina

 

SCOPELLITI – La Democrazia Cristiana, raccolto il no del MSI, si rivolse al PDS, che per aderire pose la condizione che uno dei loro diventasse sindaco. Nacque così, il 23 novembre del 1993, la stagione di Italo Falcomatà.

 

VITALE – Stagione che cominciò in maniera alquanto travagliata.

 

SCOPELLITI - Fu un anno convulso e tormentato. Ricordo quando, tra le mille difficoltà che vi erano per attivare una Giunta che potesse lavorare fattivamente, per dare un segnale di buon governo visto che i tempi erano molto ristretti, si pensò di fare una Giunta trasversale composta solo da giovani. Pino Falduto con Nino Mallamaci e altri giovani consiglieri decisero di puntare su questa ipotesi e mi indicarono come possibile Sindaco. Ricordo che la prima cosa che feci fu di chiamare a casa il sindaco Falcomatà per consigliarmi: “Professore, la sto chiamando perché si sta ipotizzando un innovativo percorso di Giunta trasversale che comprenda tutti i partiti, nessuno escluso, una Giunta fatta solo da giovani che abbia me come sindaco”. Falcomatà mi rispose: “Non credo che sia la soluzione ottimale: eviterei questa scelta perché non porta da nessuna parte. Non vi consiglio di portare avanti questa iniziativa.”

 

VITALE – Il fatto che un giovane consigliere di Destra si sia rivolto per avere consigli a un esponente della sinistra è paradigmatico del clima cittadino di quegli anni: ci si era accorti che l’unico modo per uscire dalle soffocanti nebbie del passato era quello di cercare un percorso politico condiviso che, in un’ottica di maggiore interesse della comunità, andasse oltre le divisioni ideologiche o di bottega.

 

SCOPELLITI – La strada da percorrere non era affatto agevole: bisognava attivare tutte le procedure del Decreto Reggio e c’erano mille difficoltà. Quel periodo fu una stagione storica per la città che negli anni Ottanta era caduta in un nero baratro da cui stentava a venir fuori: dopo i morti ammazzati e la guerra di mafia, comparve infatti Tangentopoli e il conseguente azzeramento della classe politica. Falcomatà rappresentò un baluardo, una stagione nuova.

 

VITALE – Un riconoscimento molto significativo, posto che proviene dal maggiore esponente dell’opposto schieramento politico.

 

SCOPELLITI - Devo dire che nell’operato e nelle idee di Falcomatà vi sono molte cose in cui ci si può riconoscere e in cui io mi sono riconosciuto. Parliamo dell’onestà della persona, dell’amore verso la città, della capacità di essere aperto al dialogo e contemporaneamente di decidere liberamente e autonomamente. Sono queste qualità che hanno creato le condizioni in virtù delle quali la classe dirigente e la cittadinanza tutta si strinse attorno al sindaco, a un sindaco che rappresentò una sfida. Falcomatà, pur trovandosi spesso in quegli anni con una classe dirigente inadeguata, progettò un’idea di città che sotto molti aspetti è sovrapponibile a quella che ho e di cui stiamo parlando. Le linee di indirizzo e guida sono sostanzialmente le stesse: sul turismo, sugli eventi estivi, sulla capacità della città di divenire interessante e attraente. Ho letto la relativa documentazione più volte in pubblico per dimostrare all’attuale sinistra che le mie scelte, da loro osteggiate, sono sostanzialmente le stesse cui si riferiva Falcomatà nel 1997 e nel 2001.

 

VITALE – In effetti nel 1995, prima che lei diventasse Presidente del Consiglio Regionale, non era ancora affatto chiara quale dovesse essere la vocazione della Città, a quale idea di città si dovesse fare riferimento per progettare e attualizzare i programmi: città studi, commerciale, turistica, portuale, del terziario, industriale, agricola.

 

SCOPELLITI - Reggio era ancora in una sorta di limbo e noi giovani guardavamo al futuro e volevamo vedere Reggio proiettata in uno scenario definito che desse certezze. In questo senso la stagione di Falcomatà, la Primavera Reggina, pur di transizione, è stata fondamentale per ricostruire sulle macerie morali delle passate stagioni, per far riappropriare il cittadino del senso di appartenenza a una comunità: più che una stagione della costruzione delle opere è stata quella della ricostruzione delle anime, dei sentimenti, dell’appartenenza, della vicinanza al territorio.

 

VITALE – C’è stata e c’è, quindi, una sorta di sostanziale continuità tra l’amministrazione Falcomatà e la sua. Possiamo dire che la sua eredità, non raccolta dalla sua parte politica, è stata fatta propria dall’opposto schieramento?

 

SCOPELLITI – Le opere pubbliche che abbiamo realizzato fanno pendant con l’anima che abbiamo dato alla città: Falcomatà ha fatto un grandissimo lavoro su questo versante e mi permetto di dire con molta modestia che noi siamo stati la piena continuazione di questa esperienza. La storia è chiara a tal proposito. C’è stato un sindaco vincente e bravo, apprezzato e amato, che scompare in maniera drammatica: la sua classe dirigente, la sua parte politica, è incapace di comunicare alla città, di guidare la cittadinanza, non riesce a prendere le redini, non ce la fa a subentrare alla guida di un abbozzato processo evolutivo. Non vi era nessun motivo per cui io diventassi il sindaco di questa città, sarebbe stato naturale che lo avesse fatto qualcuno che era stato con lui: se la città ha fatto una scelta diversa significa che nello schieramento di sinistra non è stata intravista nessuna persona in grado di raccogliere l’eredità di Falcomatà.

 

VITALE – Tra le tante possibilità, raccogliendo l’eredità di Falcomatà, la strada da portare avanti per dare un’anima e un futuro a Reggio è stata quella di puntare su un’idea di città turistica con tutto ciò che questa idea porta, come infrastrutture e trasporti cittadini, recettività e ospitalità alberghiera, grandi eventi ecc. Anche se quella turistica, per la posizione e la dislocazione territoriale, sembra una vocazione naturale per la città, è stata comunque una scelta coraggiosa che ha comportato e comporta investimenti non solo materiali ma anche immateriali, come quelli in immagine.

 

SCOPELLITI – Sull’immagine si è dovuto lavorare molto e molto ci sarà da fare. Si è cominciato a costruirla giorno dopo giorno. Durante il mio primo mandato, agli inizi, quando ero a Roma gli amici parlamentari che incontravo mi dicevano: “Ah, il sindaco di Reggio Calabria, che impegno, che responsabilità, ci vuole coraggio, poverino: però sei giovane, speriamo che tu ce la faccia a vincere questa battaglia”; oppure “così giovane vai ad assumere questa responsabilità, io non l’avrei fatto”. Per qualche anno è stata la stagione dell’incoraggiamento e, non nascondiamocelo, del compatimento. Oggi la situazione è completamente diversa: a Roma incontri parlamentari, incontri ministri, e sono i primi che ti abbracciano, ti osannano, ti fanno i complimenti; incontri gente per strada, i calabresi romani, e tutti riconoscono quanto fatto per questa città anche in termini di visibilità e immagine.

 

VITALE - Siamo d’accordo, la città non va solo amministrata nel quotidiano, sebbene sia fondamentale che cose come nettezza urbana e altro funzionino a dovere, ma va disegnata nella sua immagine: spesso finiamo con l’essere ciò che appariamo o vogliamo apparire, diveniamo ciò che vogliamo che gli altri vedano in noi. Se la differenza tra l’essere e l’apparire diviene un confine labile e confuso, l’immagine che la città dà di sé finisce con identificarsi con la sua essenza e anima. Ma vi è stato un periodo, all’inizio del suo primo mandato, in cui la politica di sviluppo cittadino non erano ancora ben definita o, meglio, non ben intellegibile.

 

SCOPELLITI - La politica buona, quella vera, non è identificabile tout court con la buona amministrazione: la vera e buona politica si fa quando si ha la capacità delle scelte. La città era abituata anche a vedere il sindaco per strada, che passeggiava, che si accorgeva delle mattonelle mal messe del marciapiedi e provvedeva prontamente, che risolveva il problema spicciolo del passante. La nostra cultura meridionale è fatta anche di questo tipo di rapporti. Il primo anno da sindaco, invece, io mi sono chiuso a Palazzo san Giorgio e la città non l’ha molto apprezzato. Ma dovevo studiare, progettare, immaginare percorsi. Questa mancanza di contatto e rapporto col territorio l’ho pagata, anche perché c’è stata una carenza di comunicazione, una sorta di chiusura da parte del sindaco. Poi la gente ha capito, quando non ha ascoltato parole fumose bensì visto i fatti.

 

VITALE - Fatti che non hanno solo riguardato l’impianto materico della città, l’urbs, ma anche la cittadinanza, la civitas. Non si cambia una città solo costruendo opere pubbliche o facendo funzionare meglio i servizi se non si incide positivamente anche sul fronte della qualità della vita personale e relazionale dei suoi abitanti.

 

SCOPELLITI - Siamo partiti dall’idea dell’impegno verso la famiglia, guardando all’individuo dentro la famiglia come a una persona. Abbiamo quindi cominciato a creare percorsi agevolativi per la famiglia, a dare spazio al tema della garanzia per il nucleo familiare, ad assegnare le abitazioni, a non innalzare i tributi per non gravare sulla famiglia. Poi abbiamo focalizzato la nostra attenzione sui giovani con l’obiettivo di creare occupazione, col “carpe diem” abbiamo dato stimolo all’imprenditoria giovanile, abbiamo varato iniziative rivolte a chi volesse formarsi e specializzarsi con percorsi post laurea. Infine, last but not least, siamo approdati al mondo della terza età e della disabilità. Il concetto di fondo che mi ha accompagnato in questo percorso è che se dentro una comunità come la nostra non si riesce a colmare o ridurre l’eccessiva a distanza che c’è tra coloro che stanno bene e coloro che stanno male, non si riesce a essere vincenti: una comunità non può andare lontano se al suo interno ha due velocità.

 

VITALE – Sindaco, prima ammette di essersi consigliato con Falcomatà, poi dice di aver raccolto quella sua eredità che altri magari più legittimati non hanno saputo cogliere, ora fa discorsi di sinistra sull’inaccettabilità di una società a due velocità e al cui interno esistano troppe diseguaglianze: non è che è stato fulminato sulla via di Damasco da una visione poco liberista della politica?

 

SCOPELLITI – Non si tratta di visioni di destra o di sinistra: è che si devono comunque portare avanti idee e progetti che si ritengono giusti e che siano funzionali al maggior interesse della comunità. A mio avviso non esistono, in politica locale e nella pubblica amministrazione, idee di destra e di sinistra ma solo buone o cattive idee.

È in questa ottica che abbiamo spinto parecchio a favore dei “giovani della terza età”, di coloro che posti fuori dal tessuto produttivo hanno ancora discrete potenzialità. Si sono creati così grandi momenti di aggregazione. Il ministro Sirchia nel 2005 aveva proposto, per fronteggiare la calura estiva, di ospitare gli anziani nei supermercati e nei centri commerciali. Ai primi di luglio di quell’anno io penso: “noi abbiamo il Cedir, la sala Versace, perché non creiamo un cineforum e cominciamo a mandare ogni giorno tre/quattro film?” Con l’assessore Minasi organizziamo in un mese tutto quanto e ad agosto partiamo: dopo solo tre giorni di gran successo ci comunicano che c’è una delegazione di anziani che ci vuol parlare: “Vi ringraziamo, l’idea è eccezionale, è un luogo fresco, ma noi vogliamo anche ballare, vogliamo stare anche in movimento”. Ci siamo messi in azione e, dopo 4 mesi di attività, gli anziani iscritti ai servizi sono passati, con grande soddisfazione ed entusiasmo, da 350 a 700. Tutte persone sottratte il più delle volte all’isolamento delle loro abitazioni. Abbiamo creato un fermento positivo dentro la comunità per cui gli anziani hanno vissuto una dimensione nuova, che si è ulteriormente arricchita con l’organizzazione dei viaggi a Malta, a Barcellona, a Madrid, in giro per l’Europa. Sono diventati anziani attivi e dinamici che, organizzatisi in movimento associativo passato da 700 a 1500 iscritti, sono ora coscienti dei loro diritti e sanno come rivendicarli.

 

VITALE – Questa attività, che non si è solo focalizzata sull’idea di città turistica e sulla creazione delle infrastrutture materiali e immateriali a suo supporto, spiega come al suo secondo mandato abbia raggiunto quasi il 75% dei consensi scalando la classifica nazionale del sindaco più amato. Supporto alle famiglie in difficoltà, stimolo all’occupazione e all’imprenditoria giovanile, tutela del gentil sesso, attenzione per gli anziani: tutte attività che hanno reso tantissimo elettoralmente.

 

SCOPELLITI - Per i giovani, inoltre, abbiamo organizzato i concerti. Da ragazzo, non ho mai vissuto un concerto se non andando allo stadio e pagando l’ingresso. Noi li abbiamo resi gratuiti, come momento di grande aggregazione. Mi è stato rimproverato di aver sperperato risorse mentre abbiamo solo messo insieme tanta gente a cantare e gioire. L’idea di stare insieme in allegria è vincente perché ci siamo resi conto di una cosa importante: in tutti i concerti di questi anni non abbiamo avuto nessun problema di ordine pubblico. Abbiamo messo insieme centomila persone con Gianna Nannini, ottantamila con Biagio Antonacci, che mi ha telefonato il giorno dopo entusiasta, senza un incidente o un problema, né una rissa o una lite. In tal senso, a mio avviso, i soldi spesi sono stati un ottimo investimento non solo sociale ma anche pedagogico. Abbiamo imparato a stare più vicini e a fare comunque squadra: la comunità cresce anche così. Abbiamo affossato lo stereotipo che vede il giovane rissoso partecipare ai concerti per cercare l’occasione per azzuffarsi.

 

VITALE – L’idea dello stare insieme in città, senza doversi spostare in provincia o nell’hinterland per trovare occasioni collettive di incontro, di cui peraltro la ringraziano vivamente tutte le famiglie reggine i cui figli non si spostano più la notte in macchina fuori città, è alla base della programmazione dei lidi sul Lungomare. Le è stato tuttavia rimproverato di aver impoverito la Provincia.

 

SCOPELLITI - Quanto inevitabilmente sottratto verrà restituito con abbondanti interessi. Nella fase di costruzione di un percorso si deve necessariamente partire da un punto, che nel nostro caso non poteva che essere il centro cittadino. Una volta a regime, quando la domanda turistica e di servizi aumenterà, le nuove strutture ricettive, insieme ai villaggi turistici e ai campi da golf e a quant’altro sarà possibile fare, non foss’altro che per problemi di spazio, verranno costruiti in Provincia.

 

VITALE – La programmazione di cui si diceva, di fatto ha spostato il baricentro cittadino verso il mare e, cosa certamente favorita dal prerequisito fondamentale del nuovo assetto del Lungomare nato nella Primavera di Falcomatà, ha fatto riacquisire ai reggini quel rapporto con la marina che era andato smarrito nel tempo, tanto che Reggio veniva fino a pochi anni fa denominata come città sul mare ma non di mare.

 

SCOPELLITI - Questa idea del trascorrere il tempo dell’estate in città, riappropriandosi del rapporto con il mare, si è sviluppata contestualmente con la creazione dei lidi sì che il nostro Lungomare, da semplice luogo di passeggio serale, è diventato un punto coagulativo della vita notturna cittadina: la città si è così spostata verso il mare, ha recuperato funzionalità e l’antico rapporto con la marina, certamente grazie anche alle FFSS che, su stimolo di Falcomatà, hanno permesso la sublimazione del “più bel chilometro d’Italia”. La scomparsa della cortina ferroviaria ha consentito, oltre ai citati lidi, il nascere di molte attività, che saranno ulteriormente incrementate quando affideremo a privati la gestione del lido comunale: siamo solo agli inizi di una trasformazione epocale di tutto il nostro Water Front.