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Il lavoro femminile nelle industrie e nell’artigianato
La Calabria ha da sempre segnato il passo nel settore economico, senza mai avere una continuità di sviluppo ed una omogeneità di produzione, per diversi fattori: carenza di viabilità, data anche l’impervia struttura morfologica, scarse risorse di materie prime, una certa acquiescenza all’isolamento, quando per un buon decollo economico occorre impiego di maestranze qualificate, dinamicità di mercato e saggia amministrazione dei profitti. Certo è venuta a mancare anche l’azione dello Stato che s’è rivelata deficitaria e distratta. Fin dall’Ottocento, sull’onda dei successi delle altre regioni italiane che s’avviavano all’industrializzazione, la Calabria, oltre alla commercializzazione dei prodotti tipici della sua terra - agrumi, olio, vino -, tentò diverse strade di decollo industriale. Nell’Ottocento le manifatture già esistenti, che ristagnavano ebbero una discreta ripresa e le relazioni delle cosiddette Società Economiche attestano un miglioramento in alcune località calabresi, al punto - vi si dice - da non poter far paragone rispetto al passato. Si lavoravano tessuti di lana, di cotone, di seta, ma v’erano pure le ferriere (Fuscaldo, Mongiana e Ferdinandea), qualche fonderia di rame azionata da macchine idrauliche (Dipignano e Sant’Eufemia), qualche fabbrica di cera (Paola), di lavorazione del cuoio a Tropea, una miniera di salgemma a Lungro, miniere di lignite nel territorio di Condidoni nella Calabria Ulteriore Seconda, miniere di piombo e di argento a Longobucco, concerie di pelli a Rossano ed a Mammola, un saponificio a Cinquefrondi, una fabbrica di vasi a Reggio Calabria. Non erano certo attività omogenee, di lunga prospettiva di durata, capaci d’incidere in modo significativo in campo economico, non perché non mancasse la voglia d’industrializzazione e l’impegno, ma perché venivano meno, dopo breve tempo, le risorse primarie, i mezzi finanziari e l’esperienza. Qualche studioso dell’argomento ha detto che quello dopo l’unità d’Italia, sarebbe stato il momento giusto per lo stato d’intervenire per risollevare, con i suoi contributi, così come fece per le regioni del nord, la povera ed asfittica economia del sud “con la sua eredità negativa, la frammentarietà delle iniziative, l’isolamento dei centri di produzione, la povertà naturale e dell’organizzazione produttiva”. Sorse, allora, come si sa, la “questione meridionale”. La sericoltura fu quella che ebbe più lunga durata e si rivelò molto preoccupante. Da molto tempo prima, (forse dal tempo in cui c’erano gli ebrei) erano state praticate la gelsicoltura e la bachicoltura, durante i secc. XV e XVI da statuti municipali e privilegi. Quest’attività era di competenza delle donne e di solito si svolgeva nell’ambito familiare. In un articolo della nobildonna Clelia Pellicano, che è una delle collaboratrici del giornale unico del 1906, si legge tutta una tradizione locale in merito alla pratica della bachicoltura: “L’allevatrice, durante le quattro fasi grecamente dette ziija, arteri, trito, casarro, (le quattro ‘spoglie’ il cui intervallo è segnato dal letargo), cioè dal momento in cui il seme ha sentito i primi tepori del fuoco (quando non è una vampata che lo brucia addirittura!), fino a che i bozzoli d’oro non vengono distaccati dal bosco, durante quei quaranta giorni ogni casetta colonica è tramutata in una bacheria. Ma non è facile penetrarvi! La massaia mette ogni astuzia nel sottrarre la “nutricata” agli sguardi indiscreti, perché ogni occhio invidioso le è fatale… Se si riesce a penetrare nella casetta, ch’è il più delle volte un tugurio, si è subito colpiti dal particolare odore del ‘flugello’ e dal rumore come di minutissima pioggia ch’esso fa brucando la foglia del gelso. Graticci ovunque: sulla finestra, sulla tavola, sulle sedie, finanzo il letto ha un baldacchino di cannizze, dove sopra uno strato verde formicolano i vermi bruni, giallognoli, dorati, secondo le età.”
Una vera e propria smania di coltivazione aveva allora dominato i produttori. Ed i guadagni? Pochi ed ottenuti con grande spreco di tempo e di fatica. “Non si riusciva ad aggregare il pulviscolo delle iniziative domestiche in un’unità efficiente e in un contesto produttivo, la fabbrica vera e propria, per produrre manufatti di ottima qualità ed a prezzi competitivi”, dice Brasacchio. Si constatò che la produzione non era competitiva rispetto a quella del Piemonte e della Lombardia specie per via del sistema antiquato di lavorazione e furono adottate, in alcune aree, macchine più nuove per migliorare la qualità ed abbassare il costo della produzione.
Risultati felici di attività imprenditoriali allora assursero a vere e proprie industrie.
A Cosenza un filatoio di seta organzina con macchine a vapore, una filanda a vapore a Villa S. Giovanni, in provincia di Reggio, a Catanzaro, rispettivamente a Folino ed a Primicerio, due fabbriche di seta organzina e poi tante altre in località minori con un impiego di numerosi operai e operaie. In una filanda la presenza femminile era del 93-95%. Agli uomini erano affidati compiti di manutenzione dei macchinari e di contabilità, alle donne invece la spelaiatura, la cernita, il trasporto delle ceste di bozzoli dalla bozzoliera alla filanda, la filatura e la finitura delle matasse. Un’altra pagina dell’elegante scrittura di Clelia Pellicano ci soccorre circa lo sconvolgimento di quell’ormai antico lavoro e si riferisce all’attività che svolgevano le donne a Villa S. Giovanni: “Dall’impercettibile seme, al bozzolo ambrato e lanuginoso, dal bozzolo alla stoffa più fine, tutto passa attraverso un esercito di macchine che si completano l’un l’altra. La serichiera, la stufa, il cocconiere, la filatura, l’incannatorio, l’ovale, la cardatura, la tintoria. Centotrentadue donne (oltre quelle adibite al trasporto del legname ed alla pulizia dei forni) trovani in quelle filande lavoro e mercede. Nel camerone attiguo alla serichiera (una serichiera enorme, capace di contenere in due piani centocinquanta enormi graticci) sessanta operaie sono intente alla selezione del bozzolo; e chine sulle grandi tavole che ciascuna ha davanti a sé, con due canestre ai lati, tuffano rapidamente le mani nella soffice messe bionda; gettano in una cesta lo scarto, nell’altra il bozzolo scelto, che viene poi distribuito alle maestre della filatura. Due sono i metodi adatti per la filatura, quella alla Piemontese, e l’altra detta alla S. Giovanni. Nulla di più simpatico del colpo d’occhio che offre al visitatore la filatura alla Piemontese: un corridoio lungo più di 500 palmi dove, a destra e a sinistra, s’allineano 60 mangani, guarnito ciascuno di due naspi, sì che quando l’uno di essi è pieno, si sospende alla tettoia per dar tempo alla seta d’asciugarsi, e si rimpiazza con l’altro. Ciò sotto la sorveglianza di fanciulle quasi tutte giovanissime e graziose, mentre la maestra, seduta innanzi al fornello, è intenta al lavoro… Allorché i mangani sono tutti in attività si hanno circa 70 libbre di seta al giorno; ogni maestra, tirando dai naspi due fili di seta in una volta, riesce a farne per una libbra e più… Nulla manca: dai telai per le stoffe a quelli per le calze; dai grandi serbatoi che somministrano l’acqua, alle caldaie dove la seta vien messa a mollo affinché perda la gomma; dalla stufa alla tedesca, alla tintoria: tintoria alla cui direzione occorrerebbe un chimico valente perché quest’arte non continui ad essere, com’è stata finora, monopolio di pochi artisti, e quasi un segreto di cui essi sono gelosi custodi. Se il governo se ne interessasse un poco?”
Ma già dal 1855 la sericoltura cominciò ad accusare la crisi, dovuta soprattutto alle malattie che attaccarono i gelsi e ne decretarono la senescenza, tanto che alla fine si arrivò ad importare la materia prima e poi a constatare l’impossibilità di continuare, data la levitazione dei prezzi rispetto alla concorrenza.
Clelia Pellicano, nello stesso articolo attesta che un’altra industria in provincia di Reggio Calabria era in auge prima d’entrare in crisi, quella della carta: “Se la provincia di Reggio è fra le ultime per il consumo della carta da scrivere, può dirsi la prima pel consumo della carta per uso commerciale. Prima del sessanta vi prosperavano due importanti cartiere, una a Gallico, l’altra a Straorino (piccolo villaggio sull’altura nel Comune di Reggio) le quali non producevano che carta straccia atta ad involgere aranci e limoni; ma insieme con le seghe idrauliche impiantate poco lontano per la confezione delle cassette, agevolavano di molto il commercio degli agrumi, fornendogli sul posto il materiale necessario all’esportazione. Le vicende militari, con cui s’è chiuso il secolo scorso, e più gli sconvolgimenti tellurici che, oltre a far crollare gli edifici, fecero spostare corsi d’acqua e quindi le forze motrici che davano impulso alle fabbriche, causarono l’abbandono delle cartiere. Così perì quest’industria, la cui utilità è provata dal fatto che, per il solo imballaggio degli agrumi, si importano nella provincia parecchi quintali di carta all’anno”.
Un’altra industria di prestigio in Calabria fu quella della pasta di liquirizia nella fascia ionica, concentrata soprattutto nella Sibaritide e nel Marchesato.
Le fabbriche più note erano a Rossano, a Corigliano, ad Altilia. In questa località solo il barone Barracco impiegava nella sua impresa ben 300 operai. Le fabbriche di liquirizia, tutte in Calabria Citra erano circa quattro ed erano state incrementate dai Campagna già dal 1826. Anche per quest’attività venivano impiegate le donne con un duro regime di lavoro a voler credere a V. Padula: “Le donne erano venti, tutte in fila con avanti un favoletto di noce e ciascuna con un utello alla sua destra. Il capoconcaro scodellò nel mezzo del tagliere una pasta tuttavia bollente; le meschinelle si versarono sulle mani un filo d’olio dall’utello e con l’estrreme dita spiccarono della pasta scottante, facendo siffatti versi col volto che mossero il riso.Nessuna canzona, nessun motto arguto allegrava il lavoro; il fattore andava sossopra per ogni nonnulla e punto che l’opera gli paresse abborracciata, e punto che una donna si disistancasse, egli era sempre lì a frugarle le spalle col suo maledetto legno. Quando la pasta fu mediocremente ammarezzata, le donne raddoppiarono il maneggio: i lombi, i polsi travagliarono con più lentezza, ma con forza maggiore; il dorso della mano si fece turgido e livido, il sudore gicciò dalla fronte. Per ridurre allora la pasta più obbediente ed arrendevole vi sputarono sopra, si sputarono sulle mani, il che facendoci stomaco bastò a toglierci da quel luogo”.
In Calabria si tentò pure lo sfruttamento del sottosuolo. Nel 1838 fu rinvenuta, nel territorio di Gerace una miniera di carbon fossile. Guglielmo Beck di Londra, pensando ad ottimi investimenti, ottenne la concessione statale per lo sfruttamento. Dopo la I ratifica del 1842 incontrò le prime difficoltà. Occorreva una strada ferrata per collegare Agnana alla marina di Siderno, ma furono tante le difficoltà opposte sia dai comuni che dai privati, dallo stesso governo che alla fine dovette desistere. Nel 1844 ci provò un intendente che invocò l’applicazione della legge d’esproprio per pubblica utilità ed il governo acconsentì a patto che poi la strada restasse di proprietà dello stato, al termine della concessione. La miniera sembrava prosperare, nonostante tutto, e riusciva a produrre mille cantaia di carbone al mese e il Beck dichiarava di poter arrivare fino a 2000 cantaia. Poi la solita conclusione. Il disinteresse statale e le sempre crescente difficoltà costrinsero il produttore a cedere i diritti della miniera a G.Close che poi, allo scadere della concessione, nel 1852, rinunziò definitivamente. Il governo non riuscì a trovare altri imprenditori ed una commissione di tecnici inviata per esplorare i bacini carboniferi del sottosuolo, fecero una relazione positiva con l’eccezione d’un solo tecnico belga, Goebel, secondo cui il terreno non offriva nessuna garanzia. Comunque, nell’ottobre del 1861, a tre anni di distanza dallo sfruttamento per conto dello Stato ch’era cominciato nel 1858, si verificò lo scarso rendimento dell’estrazione e l’impresa via via fu abbandonata. Uguale sorte toccò all’estrazione di lignite, nel territorio di Condidoni, nella Calabria Ulteriore Seconda. Le miniere vennero date questa volta in concessione per venticinque anni a T. D’Agiout che, nel 1859, costituì una società industriale, sperando nel buon esito dell’operazione che all’inizio sembrò ben avviata. Poi, non si sa bene per quali contrattempi, lo sfruttamento non ebbe l’esito ch’era stato sperato. La relazione potrebbe continuare con altre avventure come quella dell’estrazione del salgemma a Lungro, del piombo e dell’argento a Longobucco, le fabbriche di carta a Cosenza ed a Reggio Calabria, il centro siderurgico di Mongiana e di Ferdinandea, ma niente di definitivo e duraturo rimase che potesse dare respiro all’economia calabrese. La frantumazione delle attività, la mancanza di capitali, l’inesperienza degli imprenditori, le resistenze dell’ambiente fisico, la crisi di mercato spiegano questi insuccessi, cui s’aggiunse la scarsa determinazione del potere statale, sia nel periodo borbonico, quando dopo la rivoluzione del ’48 adottò una politica di chiusura, sia dopo l’Unità, quando il giovane stato italiano non seppe sfruttare i fermenti di rinnovamento e con il pretesto di carenze strutturali, che forse si sarebbero potute superare, abbandonò o non sostenne adeguatamente le iniziative numerose e le occasioni propizie. All’unificazione del territorio italiano non corrispose l’effettiva unificazione economica, anche perché, dopo la soppressione delle dogane interne, fu estesa a tutto il regno la tariffa sarda, cioè adoperata prima nel regno di Sardegna, che comportava: l’abolizione d’ogni protezionismo, dazi d’importazione a peso e a misura, l’abolizione quasi totale dei dazi d’esportazione. Questa disposizione ebbe effetti diversi nelle varie regioni italiane. Nel Mezzogiorno segnò subito la fine delle industrie pesanti, specie quelle siderurgiche che prima avevano goduto di dazi protettivi e di incentivi. Più tardi, verso il 1870-74, dopo l’inchiesta industriale sull’andamento dell’economia, fu dato avvio al protezionismo con la nuova tariffa doganale del 1878 di cui s’avvantaggiarono soprattutto le industrie tessili che quindi operarono più a lungo. Se i tentativi d’industrializzazione entrarono tutti in crisi, l’attività dell’artigianato non fu mai deludente ed anche in questo campo, buona parte dell’attività del filare, tessere, ricamare è stato appannaggio della donna. Tra l’altro le donne calabresi adoperavano un tipo di colorazione vegetale, con cui tingevano stoffe e filati, oggi riproposta con interesse dall’industria all’avanguardia. Numerose mostre attestano in vari tempi il vanto della Calabria di saper creare manufatti splendidi di colori e di forme. Una testimonianza significativa del successo di questi lavori, corredata da splendide immagini, si trova in “Brutium”, giornale d’arte diretto da A. Frangipane, dove è raccolto buona parte del corpus della storia artistica della Calabria. La regione calabrese, dopo aver organizzato a Catanzaro la 1ª mostra d’arte, nel 1912 e ben due Biennali Calabresi d’arte moderna, nel ’20 e nel ’22, partecipò più volte, nel 1923 e nel 1925, a Monza, alla mostra internazionale di Arti decorative con grande successo.
Vi furono esposti mobili rustici, ceramiche, terrecotte, tessuti e coperte. I commenti della stampa furono tutti favorevoli. Nel “Giornale della donna”, in un articolo di Maria Guidi si leggeva: “La sezione della Calabria nei suoi arazzi multicolori, tessili e tinti a mano, nelle sue espressioni d’arte rustica, ha le caratteristiche del popolo di forte tempra, amante della semplicità. L’umile artigianato delle regioni più solitarie che segue un personale sogno… lo troviamo qua e là in questa sala d’una parte d’Italia, ancora agreste, ancora profumato di forte genio nostrano”.
Milano come Roma, nel “sec. XX”: “I tessuti mirabili di grazie come le ceramiche, nelle sagome vigorose nelle quali par ritrovare movenze d’antichi vasi italici, così i mobili di semplicissime geometrie come i ricami, le frange di Nicastro, dove le avvincenti fluidità dei fili intrecciati si stendono con piacevoli morbidezze, ogni opera, anche la più umile, offre qualche grazia… Anche portata fuori dal suo naturale ambiente, l’opera dei decoratori calabresi non perde la sua naturale qualità”.
Fu una sorprendente esperienze che fece conoscere la Calabria al di fuori dei suoi confini e rafforzò negli operatori, incoraggiati dal Prof. Frangipane, la volontà di rompere l’isolamento, vincere la pigrizia e l’egoismo per valorizzare le grandi potenzialità della loro regione. Forse all’epoca, l’artigianato apparve la salvezza economicamente e culturalmente parlando più promettente, contro la delusione dell’industrializzazione : “Non ci culliamo nella speranza che il diluvio meccanico possa salvare ogni cosa. Noi, anzi, se venisse un tale diluvio, prepareremmo l’Arca, ma ci piacerebbe salvare un poco almeno della pura espressiva ruvidezza delle nostre antiche produzioni. Perché un giorno - chi sa? - potrebbe venire a noia anche il frastuono dell’acciaio”.
Di Gaetanina Sicari Ruffo
Da Le Donne e la Memoria, Città del Sole Edizioni, 2006
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