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UN INEDITO VIAGGIO IN CALABRIA (1829) NEI DISEGNI DI FRANCOIS VERVLOET PDF Stampa

Giuseppina De Marco

 

"François Joseph Vervloet né le 20 janvier 1795 des parens Martin V. et Clarade Muijser de Marlselen, arolé de la cour de justice rue de l'Empereur (...). Ma premier ecole fut chez les femmes picard ou j'ai passez quelques années pour jouer, alor chez le maitres d'ecole. J'ai eté confirmé dans l'eglise de S Rembaut a l'age de 2 ans. (...) De l'année 1804 j'ai frequenté l'academie sous les professeurs Deraedt et Van Geel".

 

Inizia cosi il Diario del pittore belga François Vervloet, conservato presso l'Archivio del Museo Correr di Venezia, da cui fu acquistato nel 1948.

 

Una breve sintesi biografica del pittore è fornita dal figlio Giuseppe in una lettera inviata il 9 luglio 1913 al Direttore del Museo di San Martino di Napoli: "Mio padre Francesco nacque a Malines nel Belgio nel 1796 (evidentemente, non ricorda la data esatta); vinse assai giovane il concorso, e partì colla pensione accordata dal governo per l'Italia. Venne a Roma e a Napoli ove si stabilì e operò sempre dal 1825 fino al 1854; passò poi a Venezia ove morì nel 1872. Per Napoli ebbe sempre vera adorazione; fu proprietario di casa sua, ove io nacqui nel 1844 precisamente il Largo Ascensione a Chiaia. Di Vervloet oltre che mio padre c'è Giovanni suo fratello direttore dell'Accademia di Malines, e Vittorio figlio del suddetto, anch'esso buon pittore. Di Giuseppe non ci sono che io, ebbi anche i miei begli anni di successo come acquerellista, ora è finita. Mio padre viaggiò molto, i suoi quadri sono dappertutto, specialmente in Russia, e quasi tutti i Musei d'Europa ne posseggono. Lavorò molto per lo Czar Nicola I e tante ordinazioni furono sospese per avvenimenti politici, come quei due della Floridiana, che mercè la gentilezza sua, sono al Museo di San Martino. Fu amico del Carelli, di Gigante, Abbati, Maldarelli, Mancinelli, Franceschini, Palizzi, e dei tanti d'allora dei stranieri più conosciuti che vennero in Italia. Fu amicissimo dei celebri fratelli Robert, di Leopoldo soprattutto (Morelli, il di lei illustre padre, venne dopo). Mio padre scrisse la sua vita fin dall'inizio della sua carriera. Io posseggo i suoi manoscritti, interessantissimi perchè citano fatti dell'epoca Napoleonica, Waterloo ecc. e dei suoi viaggi in Oriente".

 

François Vervloet giunse in Italia nel 1822, con una borsa di studio di due anni dell'ammontare di cinquecento fiorini conferitagli dalla Société pour l'encouragement des Beaux-Arts di Bruxelles, che scartò De Caisne per premiare un giovane pittore d'églises et d'intérieurs de villes. Il quadro che gli consentì di vincere questa borsa rappresentava l'Interno della Cattedrale di Saint-Rombaut a Malines, per il quale ottenne anche incarichi didattici all'Accademia di Malines.

 

A Roma si recò a far visita al pittore d'Anversa Verstappen, grande paesaggista. Incontrò Vincenzo Camuccini, che apprezzò le doti del giovane artista nel realizzare un Interno di San Pietro, acquistato dal Re d'Olanda e poi dal Rijksmuseum di Amsterdam. Incontrò François Granet ed entrò in contatto con i paesaggisti francesi del primo Ottocento.

 

Nel 1825 si stabilì a Napoli, dove nacquero i suoi figli, ed ebbe contatti con i pittori dell'Accademia, dai quali fu nominato Professore Onorario, per la precisione calligrafica dei suoi interni architettonici. Tra i suoi committenti si annovera Ferdinando II.

 

Il pittore trascorse lungo tempo viaggiando per l'Italia e annotando su ogni tipo di supporto (dal ritaglio più piccolo a strisce di carta da pacco) vedute di città e di architetture, generalmente eseguite a matita, con un tratto molto ben definito e la precisione calligrafica che caratterizza la pittura fiamminga. L'artista disegnava tutto ciò che suscitava il suo interesse: un particolare architettonico, una processione, le acconciature delle donne o i loro gioielli, dipinti ad acquerello su minuscoli frammenti.

 

Questa suo interesse per una conoscenza capillare dei luoghi probabilmente lo portò a partecipare alla compilazione di un'opera che fu pubblicata tra il 1829 e il 1835 con il titolo di Viaggi pittorici nel Regno delle Due Sicilie.

 

Per mezzo di queste raccolte di disegni, spesso accompagnate da descrizioni lettararie, l'Italia Meridonale, con il suo patrimonio umano e culturale, venne conosciuta in Europa.

 

Un certo interesse per la conoscenza del Mezzogiorno d'Italia si era già diffuso a partire dal 1703, anno in cui fu stampata a Napoli da Domenico Antonio Parrino un'opera in tre volumi curata da Luigi Muzio dal titolo Il Regno di Napoli in Prospettiva, di cui risulta autore Giovan Battista Pacichelli, con le illustrazioni di Francesco Cassiano de Silva, che nel 1700 aveva firmato le incisioni di una guida di Napoli e dintorni per lo stesso editore.

 

Dalla seconda metà del '700 il viaggio in Sicilia venne affrontato anche via terra, attraversando la Puglia e le Calabrie. Ma la maggior parte degli stranieri arrivava fino a Napoli. Chi si spingeva in Sicilia, attraversava la Calabria in treno o raggiungeva la meta via mare, da Napoli o da Taranto.

 

Nel 1781 ebbe inizio l'impresa più significativa dell'editoria settecentesca: la pubblicazione in quattro volumi (l'ultimo dei quali venne pubblicato a Parigi nel 1786) del Voyage pittoresque des royaumes de Naples et de la Sicile, con cui l'Italia meridionale è posta al centro dell'interesse di artisti e intellettuali europei.

 

Nonostante i disagi e i pericoli, il numero dei viaggiatori stranieri in Calabria aumentò considerevolmente a partire dai primi dell'Ottocento. Incomincia a cambiare il modo di viaggiare, non si seguono più itinerari prestabiliti, ma ci si addentra nel territorio per conoscerne anche le aree più ignote e inaccessibili. "Il viaggio ottocentesco è qualcosa d'altro, i suoi costumi e le sue modalità rassomigliano più ai viaggi del nostro tempo che a quelli operanti a fine Settecento. Il grande trauma delle guerre napoleoniche segna la fine del Grand Tour come istituzione d'origine aristocratica: non solo si trasforma il genere letterario del diario di viaggio, ma si assiste a una mutazione genetica della cultura materiale e dei mezzi economici che lo connotano”.

 

Col variare delle mentalità, cambiò l'organizzazione del viaggio: nel Settecento si raccomandava al viaggiatore di mantenere l’oggettività nelle descrizioni, nell’Ottocento erano gradite le visioni soggettive. Placanica fa notare che spesso queste possono fornire ulteriori livelli di lettura per la conoscenza dei luoghi nell’Italia Meridionale, giungendo a tessere l’elogio della tendenziosità. “Il Mezzogiorno non ha conosciuto una significativa fioritura di testimonianze documentarie di carattere narrativo, in cui una società fortemente identificata guardasse a se stessa e al proprio passato”, quindi l’analisi critica della letteratura di viaggio può fornire un utile ausilio alla ricerca storica. Il metodo suggerito da Placanica può portare a risultati concreti: “approfondire, rendere sistematica, storicizzare - anche con una poderosa mole di confronti e di letture trasversali e tematiche - tutta l’indagine sui viaggi, portando a compimento quel lavorio di recupero, ma anche di amorosa demitizzazione, che gli studiosi hanno criticamente avviato e portato avanti”.

 

Il ritrovamento di un gruppo di disegni di centri calabresi può aiutarci a conoscere l'evoluzione del territorio regionale.

 

In un album, conservato presso il Museo Nazionale di San Martino a Napoli, sono custoditi i disegni raffiguranti:

 

50 - Rocca Imperiale, ottobre 1829;

 

70 - Roccella, novembre 1829;

 

71 - Cosenza, 23 novembre 1829;

 

72 - Caraffa, 1829;

 

76 - Resti del Tempio di Capo Colonna, Crotone, ottobre 1829;

 

86 - Calabre (in realtà si tratta delle Tavole Palatine a Metaponto), 1829;

 

89 - Pizzo, 13 novembre 1829;

 

91 - Cassano Calabro;

 

93 - Catanzaro.

 

Sono solo alcune delle località visitate durante l'autunno del 1829 durante un viaggio in Puglia e Calabria, le cui tappe sono elencate nel Diario dell'artista-viaggiatore, compilato a posteriori in modo molto sintetico: si tratta di impressioni, che ci consentono, tuttavia, di cogliere alcuni aspetti della sua formazione culturale.

 

Il pittore partì da Avellino, visitò il Santuario di Montevergine, passò ad Ariano ("59 miglia da Napoli"), attraversò "colline aride" e giunse a Bovino, "nota per i suoi boschi". A Foggia notò l'architettura "del genere fiorentino" e la "promenade publique". Si fermò a dormire a Cerignola in un albergo, per poi giungere a Barletta, dove notò un "barocco moresco". Passò a Bari e a Monopoli ("a 30 miglia da Bari"), poi a Brindisi e a Lecce, che definì "città triste". Passò per Torre a Mare, Metaponto e Policoro, Rocca Imperiale e Cassano, per arrivare a Crotone, dove visitò il Santuario di Capo Colonna, dove resta "una colonna greca del Tempio di Giunone". Di lì raggiunse Belcastro, che era sede vescovile. Passò per Roccella e di sera arrivò a Gerace, dove visitò "la cattedrale fatta con le colonne del Tempio di Proserpina da Locri antica". Poi fu a Bagnara, dove vide i briganti. A Reggio alloggiò all'Hotel Britannique alla Marina, "che è una strada larga con fontane". Andò a Messina e poi a Bagnara. A Mileto, "miserable pays", dove segnalò la presenza di "une seule urne antique". A Monteleone non trovò "rien d'interessante". A Pizzo visitò il castello dove "Murat fu fusillé". A Caraffa, "petit village", ammirò i "costumi greci albanesi, che conservano da più di 400 anni, da quando vi si sono rifugiati". Visitò Catanzaro, Tiriolo, Soveria, giunse a Cosenza, dove notò un "tres joli theatre". A mezzogiorno arrivò a Spezzano, dove mangiò in una taverna. L'ultima tappa del viaggio fu Policastro.

 

Prima di individuare le motivazione della scelta del percorso, è necessario affrontare un discorso sulla cronologia del viaggio. Nel Diario, scritto a distanza di anni, l'artista annota le seguenti date: il 28 parte da Avellino (quitte Avellino); il 29 lascia Ariano (quitte Ariano); il 30 è a Cerignola; il 25 sera è a Gerace; il 29 a Bagnara; il 13 novembre a Mileto. Le indicazioni cronologiche apposte sui disegni sono le seguenti: Rocca Imperiale, ottobre; Crotone, ottobre; Roccella, novembre; Pizzo, 13 novembre; Cosenza, 23 novembre.

 

Stando a queste date, il viaggio di Vervloet si sarebbe svolto dal 28 settembre al 23 novembre 1829, lungo l'arco di due mesi.

 

Per capire le scelte delle tappe del viaggio di Vervloet, che ricalca le località sede di stazioni di posta (come indicato nella Carta Generale del Regno delle Due Sicilie del 1828) si può procedere ad un'analisi comparata con alcuni viaggiatori che il pittore avrebbe potuto conoscere, come Richard Keppel Craven, che partì da Napoli il 24 aprile 1818 “diretto ad Arienzo, prima tappa del mio viaggio verso Benevento, dove pensavo di pernottare. Questa strada non è affatto la più corta o la più comoda per raggiungere la Puglia; ma il desiderio di conoscere una regione che non avevo mai avuto modo di visitare, sebbene fosse una delle mete della maggior parte delle escursioni che i viaggiatori effettuano dalla capitale del Regno delle Due Sicilie, mi indusse a preferirla a quella che conduce a Nola, Avellino e Ariano”.

 

In realtà, Craven era interessato a conoscere i luoghi intorno ad Arienzo, già visitati da Swimburne tra il 1777 e il 1780, noti col nome di Forche Caudine, in cui si svolse lo scontro tra Romani e Sanniti, narrato da Tito Livio.

 

Craven scelse l'itinerario Arienzo, Benevento, Troia, Lucera, Foggia, mentre Vervloet preferì la strada “più corta e comoda”, lungo la quale si trovavano le stazioni di posta: da Napoli ad Avellino, Ariano, Bovino, Foggia.

 

Craven soggiornò a Cerignola, dove segnala la presenza di una locanda pulita (cosa non facile nell’Italia Meridionale), forse la stessa in cui si fermò Vervolet nell’ottobre 1829.

 

Dopo Cerignola, come Craven, anche Vervloet si diresse verso Barletta, Bari e Monopoli. Quindi Craven andò a Lecce e di ritorno a Brindisi, mentre Vervloet visitò prima Brindisi e poi Lecce, che definì “città triste”. Ma anche Craven era stato colpito “dall’aspetto deserto delle sue strade”.

 

Le tappe successive del viaggio di Craven e di Vervloet proseguono parallele: Torre di mare, Metaponto, Policoro, Rocca Imperiale, Cassano.

 

Craven ci informa che “Torremare è una fortificazione quadrata fatta erigere dai re angioini. Probabilmente quando venne edificata era lambita dal mare, ma il terriccio portato dai mutevoli corsi del Bradano e del Basiento, tra i quali è situata, vi ha interposto uno spazio di circa un miglio”. Poi aggiunge: “Mi illusi di scoprire qualche vestigia dello splendore di Metaponto, ma rimasi deluso. Il mio accompagnatore mi fece rendere conto che i continui mutamenti del corso del fiume avevano cancellato ogni traccia del passato: infatti mi fece vedere il letto dove il fiume scorreva fino a cinque anni addietro, distante da quello attuale quasi mezzo miglio. Swinburne, e dopo di lui l‘autore del Voyage pittoresque, ci ha fornito una descrizione particolareggiata delle rovine di un tempio dorico, consistenti in quindici colonne scanalate di marmo. L’inglese lo localizza su una sponda del Basiento, vicino alla sua foce. Il Saint-Non le indica invece a due miglia dal mare e aggiunge che sono visibili a grande distanza. Ma dopo una lunga e inutile ricerca, conclusi che quelle rovine siano state distrutte dalle inondazioni del fiume e infine sepolte dalle stratificazioni di sabbia e argilla formatesi nel tempo. Feci ritorno al casino stanco e deluso. Partii l’indomani, con umori diversi da quelli che mi avevano animato all’arrivo”. Ma al suo ritorno a Napoli, seppe che le rovine del tempio presso Metaponto esistevano ed erano state visitate di recente. “All’incredibile ignoranza dei contadini del luogo - e mi dispiace dirlo, a un’inesattezza dello Swinburne: chiamare Basiento il Bradano - devo aggiungere la mia negligenza”.

 

François Vervloet raffigurò le cosiddette Tavole Palatine o Scuola di Pitagora presso Metaponto in un disegno del 1829, in calce al quale annotò Calabre. Questo disegno dimostra le notevoli capacità grafiche dell’artista belga, specializzatosi all’Accademia di Malines in Disegno di interni architettonici. Le 15 colonne scanalate sono disposte nello spazio e rese con una varietà chiaroscurale tale da conferire l’idea della profondità spaziale. Come accade in altri disegni, il tratto della matita si fa più leggero man mano che ci si allontana dal piano di superficie verso il fondo. I tocchi di biacca accentuati sulla colonna in primo piano, che presenta evidenti tracce di degrado#, conferiscono al disegno un valore di consistenza cromatica. L’unico elemento paesaggistico è costituito da un albero, che potrebbe essere stato inserito come elemento di scala.

 

Rocca Imperiale appare arroccata sulla sommità del colle, a dominio del territorio circostante: il paese è tratteggiato con la precisione calligrafica consueta dell’artista belga, ma anche in questo caso l’ambientazione paesaggistica è ridotta all’essenziale. Il castrum di Rocca Imperiale è il primo castello della Calabria sul versante jonico. Per la sua posizione strategica, dominante il Golfo di Taranto, rivestì un ruolo importante in età sveva, fu rinforzato in età aragonese, assalito dai Turchi nel 1644. In un'incisione del Voyage su disegno di Despréz è rappresentata la porta d'ingresso al castello, costituita da un arco a tutto sesto sormontato da un arco a chiglia rovescitata delimitato da un cordolo agettante.

 

Cassano fu rappresentata sia da Craven che da Vervloet, ma mentre il primo colloca il paese nel più vasto contesto territoriale, il secondo ne fornice un’immagine dall’interno in un disegno dalle dimensioni esigue. L'artista fermò sul foglio una scena di vita quotidiana: la donna che spazza sull'uscio di casa, la forte pendenza della strada principale, che conduce, in fondo al paese, alla chiesa, di cui si vede la torre campanaria. Il tratto, come nel disegno raffigurante Catanzaro, Caraffa e Cosenza, appare condizionato dal vedutismo d'impronta romantica, lontano dalla minuziosa descrizione in punta di matita delle rappresentazioni di Rocca Imperiale, Roccella, Capo Colonna e Pizzo.

 

I "resti del Tempio di Giunone a Capo Colonna", come si legge in basso a destra, potrebbero costituire il disegno preparatorio di un dipinto: sul margine destro, lungo il pendio, il pittore annota "terre aride", forse con l'intenzione di memorizzare il tono cromatico da conferire al paesaggio nella versione pittorica. Sul fondo è delineato il Santuario della Madonna di Capo Colonna, caratterizzato dalle cupolette emisferiche di matrice bizantina. Come in molti luoghi della Calabria, al culto della Dea pagana si è sostituito quello della Vergine.

 

Il promontorio Lacinio è sempre stato un punto di riferimento di primaria importanza per la navigazione nel Golfo di Taranto. Le numerose leggende sulle origini del Santuario extraurbano di Hera Lacinia sono ricordate dagli autori classici.

 

Il promontorio era raggiungibile via mare e fu la meta preferita dai viaggiatori stranieri.

 

Nel 1649 il Nola Molisi scrisse che con il materiele depredato dal tempio il vescovo Antonio Lucifero nei primi anni del '500 fece costruire il palazzo episcopale. In seguito a restauri effettuati sul Duomo di Crotone, l'arch. Pietro Paolo Farinelli di Napoli constatò la falsità di quest'affermazione. Circa lo stato di conservazione del monumento, è interessante la lettura della relazione pubblicata da Adolfo Avena nel 1902.

 

Diversi motivi indussero Vervloet a visitare Tiriolo: era sede di stazione di posta e punto di snodo della strada nazionale, che da un lato conduceva a Cosenza e dall'altro a Catanzaro; era l'unico punto della regione da cui si possono vedere contemporaneamente lo Jonio e il Tirreno; era l’unico sito archeologico della Calabria interna conosciuto tra Sette e Ottocento. Nel suo territorio nel 1640 fu rinvenuta la tavola bronzea riproducente il testo del Senatusconsultum de Bacchanalibus: “Circa un secolo fa, a Tiriolo fu rinvenuta una curiosa tavola in bronzo che riporta un decreto emanato per reprimere gli eccessi a cui ci si abbandonava durnte la celebrazione dei Baccanali e da far rispettare in Agro Teurano. Inoltre, sono state trovate numerose vestigia e un considerevole numero di monete di tutte le città della Magna Grecia”. Inoltre, Tiriolo era nota per la bellezza delle donne e dei loro costumi, cosa che non poteva non attrarre l'artista, che dimostra nei suoi disegni un particolare interesse per la rappresentazione dei costumi, delle acconciature e dei gioielli, disegnati e colorati ad acquerello quasi come miniature.

 

Vervloet disegnò Roccella "pris de Gerace", come si legge in basso a destra. La città è vista dal mare, infatti sulla sinistra del disegno si trovano delle barche a remi. Sembra cosa strana che dal punto di vista prescelto l'artista potesse ritrarre il paese dal mare.

 

Evidentemente, si riferisce alla strada che da Gerace conduceva a Roccella, seguendo il corso del fiume Novito fino al mare.

 

Questo disegno costituisce un prezioso documento, anche per la conoscenza della vegetazione, oggi scomparsa sotto colate di cemento. Si noti la presenza di una palma sulle pendici della collina, cosa che notò anche Lear nel 1847: "La città e la roccia sono un piccolo mondo di scenico splendore. Per di più, alle sorridenti bellezze del complesso vanno aggiunti i suoi particolri squisiti (inclusi gli alberi di palme e ogni varietà di vegetazione)".

 

Come nel disegno piu recente di Lear (1847), la Chiesa Matrice, adiacente al Castello Carafa, presenta ancora il suo campanile.

 

Il disegno raffigurante Pizzo è piuttosto uno schizzo, buttato giù in fretta con l'intenzione di segnalare la presenza del castello dove Murat fu fucilato, come l'artista annota nel margine destro della pagina, composta dall'unione di due fogli. Le barche ormeggiate nel porticciolo sembrano interessare particolarmente l'artista, mentre la rocca è delineata con tratto rapido e sottile.

 

Il disegno raffigurante Cosenza non ci consente di acquisire dati relativi alla situazione urbana, essendo uno schizzo rapido, in cui la città appare avvolta dalla vegetazione agli occhi dell'artista proveniente dalla valle del Crati, il quale annotava sul suo diario: "cette ville est pittoresquement situé". Sul lato destro si scorge il borgo oltre il Busento con il Convento dei Frati Minimi, sulla sinistra il Castello domina l'abitato, che si adagia lungo le pendici del colle Pancrazio.

 

Dopo aver visitato Cosenza, il 23 ottobre del 1829, Vervloet giunse a Spezzano, dove arrivò “a midi a la taverne pour j manger”. Si tratta di Spezzano Albanese, località situata nei pressi di Tarsia (che era sede di stazione di posta) ed evidentemente era nota ai viaggiatori stranieri, dato che anche Craven vi soggiornò. Vervloet concluse il suo viaggio in Calabria con la visita di Policastro, meta che non poté raggiungere l'inglese "in parte per la difficoltà di non avere una guida pratica e in parte per l’impossibilità di portarmi dietro una scorta, precauzione assolutamente necessaria”. E' probabile che Vervloet godesse di particolare protezione, a causa delle sue conoscenze altolocate nell'ambiente napoletano. Non si dimentichi che Re Ferdinando era tra i suoi committenti.

 

 

 

NOTA SUI DIARI DI FRANCOIS VERVLOET

 

Questo lavoro fa parte di una ricerca più vasta sull'attività grafica di François Vervloet e sull'analisi dei suoi diari, elaborata come Tesi di Specializzazione in Archeologia e Storia dell'Arte (Università degli Studi di Siena, Relatore Prof. Amerigo Restucci, controrelatore Prof. Enrico Crispolti).

 

La più antica notizia dell'esistenza dei Diari (quattro quaderni rilegati, scritti in francese) è fornita dal figlio dell'artista in una lettera inviata il 9 luglio 1913 al Direttore del Museo di San Martino a Napoli, Mario Morelli, figlio del celebre pittore: "Mio padre scrisse la sua vita fin dall'inizio della sua carriera. Io posseggo i suoi manoscritti, interessantissimi perchè citano fatti dell'epoca Napoleonica, Waterloo ecc. e dei suoi viaggi in Oriente".

 

Sergio Ortolani nel 1940, in una voce dedicata al pittore nel Thieme-Becker, li segnala di proprietà della famiglia, e in una nota biografica del 1970 riferisce: "Il figlio Giuseppe si dice possegga un manoscritto di ricordi autobiografici del padre".

 

Nel 1947 Giulio Lorenzetti riferisce le vicende successive dei Diari#: furono depositati a garanzia di un prestito presso una Banca inglese in Via dei Tornabuoni a Firenze, probabilmente dal figlio del pittore, ivi residente in via Foscolo, 48, e non ritirati. Ne venne in possesso un pittore di ceramiche a Faenza, che lo vendette al Sig. Eugenio Ragazzi, antiquario di Ferrara. Quest'ultimo, "recentemente" (scrive il Lorenzetti), lo vendette al Museo Correr.

 

In una lettera consultata da chi scrive nell'archivio del Museo Correr, inviata dal direttore delle Belle Arti del Comune di Venezia all'Ing. De Filippi, Assessore ai Lavori Pubblici dello stesso Comune, in data 16 gennaio 1948, si legge: "Da notizia ricavata in un Diario manoscritto del pittore olandese Francesco Vervloet, recentemente acquistato dalle raccolte del Civico Museo Correr, insieme a una cospicua serie di disegni (...)", il che conferma la data dell'acquisto.

 

Una parziale analisi del Diario è stata affrontata da Mary Pittaluga, "Note su Francis Vervloet e la sua Vie", in Antichità Viva, 1970, n. 1, pp. 26/39.

 

Approfonditi sono gli studi di Denis Coekelberghs, che li segnala in un articolo del 1967: "Martin Verstappen, paysagiste flamand à Rome au XIXe siècle", in Bulletin de l'Institut Historique Belge de Rome, XXXVIII, 1967, p. 743, nota 4, in cui sottolinea che "une étude critique de ce précieux manuscrit est en cours". Il Coekelberghs ritorna ad affrontare un'analisi del manoscritto nel saggio dal titolo "A propos de L'installation de l'archeveque F.-A. de Méan à Malines en 1817, tableau inédit de François Vervloet", in Revue des Archéologues et Historiens d'Art de Louvain, V, 1972, pp. 132/147, in cui ringrazia l'Istituto Storico Belga di Roma per avergli procurato una copia microfilmata del Diario. Continua il suo studio in un volume dal titolo Les peintres belges à Rome de 1700 à 1830, Bruxelles 1976, pp. 328/349, e in Tableaux de Maitres anciens du XVIe au XIXe siècle, Galerie d'Arenberg, Bruxelles 1993, pp. 56/58.

 

Ma il Diario, nella sua interezza, è tuttora inedito.

 

 
RAPPORTO SULLE CITTA’ METROPOLITANE PDF Stampa

PARTE PRIMA

La riforma dell’Ordinamento della Repubblica che nel 2001 ha modificato il titolo V della Costituzione ha introdotto una nuova categoria di ente amministrativo, la Città metropolitana. Essa corrisponde al concetto internazionale di metropoli. Le metropoli con più di un milione di abitanti sono oggi più di 400. In particolare, nei ventisette Paesi dell’Unione Europea il 78% della popolazione ormai risiede in agglomerati o aree urbane. Una prima distinzione è quella che si può porre tra metropoli (città con altissimo numero di abitanti, tendenzialmente concentrati territorialmente) e aree metropolitane (grandi città e piccoli centri urbani, frammisti a zone rurali, fra loro contigui e integrati, che tendenzialmente insistono su una superficie territoriale più estesa). Le aree metropolitane comportano due principali problemi : a) la formazione di un’identità sociale consolidata; b) la determinazione di una governance equilibrata.

Parlare di Area Metropolitana dello Stretto richiede dunque una premessa sul valore e sul significato che nel nostro ordinamento assume l’introduzione e la futura istituzione di città e aree metropolitane. Sono oggi considerate Aree metropolitane le zone comprendenti i comuni individuati con legge e gli insediamenti limitrofi con cui intercorrono rapporti di stretta integrazione territoriale e relativi ad attività economiche, servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali. Nelle aree metropolitane, poi, il Comune capoluogo e gli altri Comuni uniti allo stesso da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione per l'attività economica, i servizi essenziali, i caratteri ambientali, le relazioni sociali e culturali, possono costituirsi in città metropolitane.

IL PROGETTO 80

Come si è arrivati alle definizioni attuali di città e aree metropolitane? Ripercorrendone brevemente l’excursus storico-giuridico, in Italia si comincia a parlare di metropoli e di area metropolitana agli inizi degli anni Sessanta. Numerose sono le riflessioni e gli studi empirici che da allora prendono forma, strettamente connessi con la programmazione economica e soprattutto con le elaborazioni per la predisposizione del Programma economico nazionale relativo al periodo 1971 - 75, il cosiddetto Progetto 80. Esso identifica i sistemi metropolitani identificati sia come elemento costitutivo della struttura insediativa italiana, sia, soprattutto, come strumento fondamentale attraverso il quale attuare la riorganizzazione del territorio. L'attenzione rivolta al fenomeno si fonda nell'esigenza di programmazione dello sviluppo, volto a contrastare la concezione metropolitana, tradizionale e tendenziale in poche aree del paese, attraverso una politica territoriale che miri a inserire le aree stagnanti o che tendono all'involuzione, entro nuovi "sistemi di città" o "sistemi metropolitani" o "città metropolitane", formati da più città che, se da sole sono incapaci di raggiungere livelli adeguati di civiltà futura, nell'insieme loro assegnato dalla programmazione avranno “la forza di arrivarvi”. Il limite del progetto è nell’assenza di proposte reali per un legame efficace tra la pianificazione e la politica economica di breve periodo, nonostante le affermazioni di principio. In specie, il principio di riequilibrio del territorio, alla base del Progetto 80, è completamente disatteso, anzi la contrattazione che ne segue porta a un ulteriore rafforzamento delle armature urbane già esistenti, escludendo ogni forma d'investimento per il Sistema dello Stretto.

LA LEGGE 142

Il tema dell'area metropolitana ottiene la sua consacrazione legislativa solo nel 1990. L'art.17 della legge n.142 (Ordinamento delle autonomie locali) individua "le aree metropolitane come le zone comprendenti i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Bari e Napoli e gli altri comuni i cui insediamenti abbiano con essi rapporti di stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, nonché alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali". La legge, si noti, non annoverava tra le aree metropolitane quella dello Stretto, nonostante numerosi studi e progetti ne testimoniassero l'importanza. Secondo l’impianto originario della legge n. 142/90 (oggi abrogata) l’amministrazione dell’Area Metropolitana si articolerebbe in due distinti livelli di governo, uno dei quali è costituito dalla “Città metropolitana” e l’altro dai “Comuni” dell’area medesima.

ENTE FUNZIONALE O STRUTTURALE

Sino all’entrata in vigore della Costituzione, il sistema delle Autonomie locali era imperniato solo sui Comuni e sulle Province, di tal che l’Area e la Città metropolitana non costituirebbero un nuovo ente. Tuttavia le opinioni espresse in ordine al modello discendente dall’assetto di governo prescelto dal legislatore nazionale non sono state unitarie. Vi è stato chi ha sostenuto che si tratti di un ente nuovo e chi, all’opposto, l’ha escluso. E non è mancato chi ha prospettato anche dubbi di costituzionalità. La Corte costituzionale, nel pronunciarsi sulla costituzionalità degli articoli 19, 20 e 21 della legge Regione Sicilia 6 marzo 1986 n. 9, ha ritenuto che il modello di governo dell’Area Metropolitana prescelto dalla Regione Sicilia sia di tipo “funzionale”. Un modello, dunque, basato su un coordinamento funzionale delle competenze di enti già giuridicamente esistenti – senza, dunque, che ne siano istituiti di nuovi – sicché la gestione di materie rilevanti di interesse sovra-comunale nell’ambito di «una vasta area», viene affidata ad una istituzione già esistente. Ove si trasponga sul piano della legislazione nazionale il criterio enucleato dalla consulta, dunque, l’assetto prescelto dal legislatore nazionale potrebbe essere reinterpretato nei termini di un mero “riassetto istituzionale”.

In senso opposto si è sostenuto che la legge n. 142/90 abbia prescelto una soluzione di tipo “strutturale”, creando pertanto un ente locale nuovo, non previsto dalla Costituzione.

In quest’ottica la Città Metropolitana costituirebbe una nuova istituzione, di «secondo livello», alla quale, oltre alle funzioni di competenza provinciale, sono attribuite anche altre funzioni, normalmente esercitate dai Comuni.

Altri ancora – sempre prima della entrata in vigore della L. cost. 18 ottobre 2001, n. 3 – hanno sostenuto che già dalla lettura congiunta degli artt. 114, 118 comma 1° e 2° (rectius 3°) e 130 Cost. si potesse ritenere ammissibile l’esistenza di un nuovo ente territoriale, non rinvenendosi in tali norme alcun divieto in tal senso. Di conseguenza le Città Metropolitane potrebbero essere qualificate come enti locali di secondo grado, strumentali all’esercizio di funzioni amministrative delegate a Province e comuni, rappresentativi di interessi aventi il proprio punto di riferimento nel territorio, al pari di quanto avviene per le Comunità Montane.

NUOVO ENTE LOCALE

Alla luce di quanto fino a qui sintetizzato, va altresì precisato che in seno al secondo indirizzo richiamato, vi è chi individua nell’Area Metropolitana, così come nella Città Metropolitana, semplicemente un nuovo ente locale, senza ulteriori qualificazioni, mentre altri più esplicitamente lo qualificano alla stregua di nuovo ente locale territoriale.

Al di là delle considerazioni della letteratura sul punto, la legge 142/1990 ebbe il merito di riportare l'attenzione sui problemi delle grandi aree urbane, così restituendo rilevanza alla programmazione e alla pianificazione del territorio. Emerse l'incapacità degli enti locali di affrontare i problemi di funzionamento, ma anche di crescita o di declino delle aree urbane. La necessità di risolvere tali questioni, che travalicano spesso la semplice dimensione comunale, spinse verso la costituzione di nuovi enti a carattere sovra comunale che siano in grado di farsi carico di tali problematiche. Purtroppo però la legge non trovò larghe applicazioni nella prassi politico-amministrativa, data la sua genericità nel fornire i criteri per la delimitazione dell'area metropolitana. L'insuccesso della legge va ricercato, secondo alcuni autori, anche nel fatto che la legge poteva attivare un processo di "gerarchizzazione del territorio" consistente nella "formazione costante di centri e periferie, di aree forti e di aree dipendenti".

 

TESTO UNICO ENTI LOCALI

L’eccessiva genericità della legge 142/1990 conduce il legislatore, dieci anni dopo, a un nuovo intervento: l’approvazione del decreto legislativo n.267/2000 attraverso il quale è varato il nuovo “Testo Unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali”. Tale decreto, nel fornire una nuova regolamentazione del funzionamento degli enti locali, considera l'area metropolitana come un nuovo livello di governo locale e richiede espressamente che, ai fini della costituzione dell'area metropolitana, tra il comune egemone e i centri orbitanti sussista una "stretta integrazione territoriale", oltre che una "stretta integrazione in ordine alle attività economiche, ai servizi essenziali alla vita sociale, alle relazioni culturali e alle caratteristiche territoriali". A differenza della legge n.142/90, la contiguità territoriale diventa elemento imprescindibile nell’individuazione dell'area metropolitana.

Il T.U.E.L. dedica in particolare due articoli, con diversi commi, al nuovo ente, distinguendo le aree metropolitane, zone “più ampie” ma sempre interne a una stessa Regione (art. 22, n. 2) interessate alla creazione dell’ente, dall’ente stesso: appunto le città metropolitane in senso stretto (art. 23). Per l’istituzione è prevista una complessa procedura, che coinvolge diversi soggetti: a) tutti i cittadini interessati chiamati a esprimersi con un apposto referendum in ciascun Municipio; b) i Comuni dell’area, almeno la metà più uno dei quali deve essere favorevole; c) la Provincia; d) la Regione che presenta un disegno di legge alle Camere e, infine, e) il Parlamento che approva la legge.

La normativa non fornisce specifici criteri per la delimitazione delle aree metropolitane, ma si limita a definire quali realtà territoriali possono essere considerate tali, in altre parole, quelle parti di territorio costituite da una città centrale e da una serie di centri minori a essa uniti da contiguità territoriale e da rapporti di stretta integrazione in ordine all’attività economica, ai servizi essenziali alla vita sociale, ai caratteri ambientali, alle relazioni sociali e culturali. Il decreto legislativo indicava però con precisione nove aree metropolitane: Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari. Manca inizialmente, dunque, ogni considerazione dell’Area dello Stretto.

FUNZIONI DI PROVINCIA

L’art. 23, comma 6, prevede che la città metropolitana, oltre alle sue proprie, «acquisisce le funzioni della Provincia» e che quando «non coincide con il territorio di una Provincia, si procede alla nuova delimitazione delle circoscrizioni provinciali o all’istituzione di nuove Province».

Il disposto crea una sovrapposizione tra il territorio e le funzioni della Città metropolitana e il territorio e le funzioni della Provincia.

Un dato importante da rilevare è che la Provincia di cui parla la norma è implicitamente considerata sempre quella di una stessa Regione. Con ciò il legislatore trascura di considerare l’ipotesi di costituzione di una Città metropolitana il cui territorio appartenga a Province di Regioni diverse.

Anche le Regioni a Statuto speciale, sempre secondo l’art. 23 – comma 7 – possono prendere l’iniziativa per creare una città metropolitana. Il limite però resta sempre: la città metropolitana non può insistere sulla dimensione interregionale, valicando i limiti di territorialità già validi per gli altri enti locali. E dunque anche per le Regioni a statuto speciale, varrebbe la regola per cui la città metropolitana deve insistere sulla territorialità della Regione stessa su cui essa si sviluppa.

A distanza di neanche un anno dal D.lgs. 267/2000, il quadro istituzionale nazionale è modificato dalla legge costituzionale n.3/2001, che incide sui principi del governo locale nel nostro Paese. L'art. 114 Cost. afferma, infatti, che "la Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Città metropolitane, dalle Regioni e dallo Stato. I Comuni, le Province, le Città metropolitane sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione". Il legislatore costituzionale ha previsto le “città metropolitane”, ma senza approfondire il tema.

Ne fa semplice menzione, insieme agli altri enti locali, negli artt. 114 (c. 1), 117 (c. 2, lett. p), 118 (c. 1, 2 e 4), 119 (c. 1, 2, 4, 5 e 6) e 120 (c. 2), attribuendo a tali enti generiche potestà statutarie, regolamentari, amministrative e finanziarie.

RICONOSCIMENTO COSTITUZIONALE

In particolare – ad eccezione di una limitata potestà legislativa regionale “residuale”, quindi implicita (art. 117, c. 4) – la potestà legislativa a disciplinare le Città metropolitane è esclusiva dello Stato, quanto meno in tema di elezioni, organi di governo e funzioni fondamentali (art. 117, c. 2, lett. p). Lo Stato mantiene anche nei loro confronti i tradizionali poteri sostitutivi nel caso di gravi carenze (art. 120, c. 2). La Carta fondamentale tra l’altro non individua le Città metropolitane, come fa invece per le Regioni, e per questo si è anche sostenuto che la strada del rinvio legislativo sia dovuta più a scelte di “comodità” più che per la considerazione sul futuro sviluppo delle aree urbane del nostro Paese.

A conferma, comunque palese, della mancanza di precisione del legislatore sul punto, il nomen iuris generale del titolo V parla solo di Regioni, Province e Comuni, rivelando che i dati giuridici sui quali è possibile soffermarsi nell’elaborazione del tema “città metropolitana” sono davvero insufficienti allo stato attuale.

Il passaggio fondamentale è però nel riconoscimento costituzionale in sé. Le città metropolitane, riconosciute a livello costituzionale come enti locali, sono dunque una nuova forma di governo territoriale, equiparate a tutti gli effetti agli altri enti locali.

Il nuovo art. 114 Costituzione contiene anche un messaggio politico: gli elementi costitutivi della Repubblica Italiana non sono solo o direttamente il popolo e il territorio ma le diverse entità territoriali che la compongono. Mentre la Repubblica, in precedenza, “si ripartiva in”, adesso la Repubblica “è costituita da”. La formulazione precedente aveva tra le sue conseguenze la necessaria divisione di tutto il territorio nazionale in tre tipi di enti territoriali (Regioni, Province, Comuni) che dovevano essere presenti ovunque, nel senso che non avrebbe potuto esservi "parte" del territorio italiano che non appartenesse contemporaneamente a una regione, a una provincia, a un comune.

La nuova formulazione non produce questa conseguenza, ed è quindi stato possibile enumerare tra gli enti costitutivi della Repubblica anche le città metropolitane, situate ad un livello intermedio tra Province e Regioni, e che per loro intrinseca natura non possono essere presenti sull’intero territorio nazionale. E questo dato rafforza l’idea che la scelta del rinvio alla legge della definizione di aree urbane “sensibili” non sia stata dettata dalla “comodità”, anzi potrebbe rivelarsi, e in parte lo è già stata, una previsione opportuna e onerosa in due direzioni. Da una parte, rende possibile la definizione delle aree in un momento successivo e dopo gli opportuni esami tecnici di fattibilità. In secondo luogo, crea le condizioni di stimolo all’impegno politico nel curare l’osservazione delle dinamiche di inurbamento del nostro Paese.

ENTE EUTONOMO

Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni e Stato hanno pari dignità costituzionale, e gli enti del governo territoriale "sono enti autonomi con propri statuti, poteri e funzioni secondo i principi fissati dalla Costituzione" (art. 114). Le città metropolitane sono titolari di funzioni definite, in base alle quali possiamo individuarne i caratteri. Prima di tutto, ex art. 114 hanno autonomia statutaria: non sarà quindi la legge statale ad approvare gli statuti delle città metropolitane.

Secondo l’art. 118 le funzioni amministrative sono attribuite ai comuni, salvo che per assicurarne l’esercizio unitario siano conferite a province, città metropolitane, Regioni e Stato.

Questo vuol dire che, oltre a rispettare i criteri di differenziazione e adeguatezza, sarà legittimo (e necessario) conferire una funzione all’ente superiore città metropolitana, ogni qual volta la dimensione degli interessi giustificherà un trasferimento di competenze all’ente superiore poiché il bene giuridico da tutelare, l’interesse da soddisfare o lo svolgimento della data funzione interessi contemporaneamente l’intero territorio provinciale.

ENTE STRUTTURALE

Non è di poco conto evidenziare come la completa parificazione delle città metropolitane con Comuni e Province, sia a livello formale sia sostanziale, sia stata attuata in virtù di quello che è stato definito un modello strutturale, in cui gli organi di governo sono da qualificare come “enti pubblici territoriali forniti di personalità giuridica di diritto pubblico” anche ai sensi della seconda parte dell’art. 11 c.c.

La parificazione è stata resa poi piena dal riconoscimento di autonomia e autosufficienza nel finanziamento delle proprie attività. Il nuovo articolo 119 Costituzione, come riformulato, afferma che anche le città metropolitane “stabiliscono ed applicano tributi propri” e “dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibili al proprio territorio”.

Afferma inoltre che l’esercizio delle funzioni di competenza deve avvenire sfruttando unicamente le proprie risorse. Il principio di autonomia finanziaria, che afferma l’attribuzione in capo alla città metropolitana del potere finanziario da esercitarsi “in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario” nonché mediante “compartecipazione al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio”, segna quindi anche la misura dell’idem sentire del contribuente cittadino. Vale a dire, l’imposizione fiscale, destinata a essere istituzionalizzata nei confronti di questa realtà “ente” ancora solo giuridicamente riconosciuta, dovrà fare propri i meccanismi che già Provincie e Comuni hanno fatto propri, affrontando anche il problema del coordinamento con le imposte locali.

Si ricordi sempre, infatti, che idealmente la città metropolitana, nascendo, va a “eliminare” la Provincia che insista sullo stesso territorio, ma anche ad assorbire le funzioni degli enti territorialmente più piccoli quali i comuni.

Si è, in conclusione, alla presenza di un ente locale territoriale del tutto identico, sotto il profilo della qualificazione giuridica, a Comune e Provincia, ma nuovo e distinto rispetto ad entrambi in rapporto alle funzioni che esso è destinato ad esercitare.

Se però sono state formalmente riconosciute dal diritto le aree e le città metropolitane, è pur vero che oggi si è di fatto fermi al riconoscimento giuridico, in primis per il problema della delimitazione territoriale. Anche perché, come accennato, dalla creazione della norma a quella della realtà urbana dell’ente metropolitano passano diversi passi “politici”, “sociali” e “culturali”.

E’ stato acutamente osservato che la creazione di città e aree metropolitane ha sviluppi fondamentali per l’economia e la gestione urbana, poiché “rappresenta un traguardo complesso ed impegnativo, realmente conseguibile solo attraverso un percorso culturale, sociale e politico che, pare corretto dire, difficilmente potrà svolgersi compiutamente se tra i cittadini e le istituzioni non riuscirà ad affermarsi il diffuso convincimento di un’effettiva appartenenza a comunità più estese di quelle originarie, condividenti problematiche di più ampia portata, e per questo necessitanti, in ossequio ai principi di differenziazione ed adeguatezza, di un livello istituzionale di governo nuovo, forte di accresciuti poteri ma nel contempo rispettoso dell’identità di base”.

LE AREE METROPOLITANE

Ad oggi, sono state istituite sedici aree metropolitane: dieci nazionali (Torino, Milano, Genova, Venezia, Bologna, Firenze, Roma, Napoli, Bari, Reggio Calabria) e sei ad opera delle Regioni a Statuto speciale (Trieste, in Friuli Venezia Giulia; Palermo, Catania, Messina, in Sicilia; Cagliari e Sassari, in Sardegna).

Solo sette aree metropolitane hanno già ricevuto una precisa “delimitazione territoriale”: Venezia (5 Comuni), Genova (41 Comuni), Bologna (stessa Provincia), Firenze (Province di Firenze, Parto e Pistoia), Palermo (27 Comuni) Catania (27 Comuni), Messina (51 Comuni).

Nelle rimanenti 8 aree (Torino, Milano, Trieste, Roma, Napoli, Bari, Cagliari e Reggio Calabria) occorre ancora definire dettagliatamente le Province e i Comuni coinvolti.

L’inclusione della città di Reggio Calabria tra gli enti metropolitani è frutto di un preciso percorso politico e giuridico.

In occasione dell’approvazione alla Camera del disegno di legge sul c.d. federalismo fiscale

(A.C. 2105/2009) (24), è stata approvato, con un consenso sostanzialmente trasversale, un emendamento (25) all’art. 22, n. 2, in cui s’inserisce anche Reggio Calabria fra le aree metropolitane.

L’INSERIMENTO DI REGGIO CALABRIA

Ecco il testo integrale dell’art. 22 della legge:

Art. 22. (Norme transitorie per le città metropolitane)

1. Il presente articolo reca in via transitoria, fino alla data di entrata in vigore della disciplina ordinaria riguardante le funzioni fondamentali, gli organi e il sistema elettorale delle città metropolitane che sarà determinata con apposita legge, la disciplina per la prima istituzione delle stesse.

2. Le città metropolitane possono essere istituite, nell'ambito di una regione, nelle aree metropolitane in cui sono compresi i comuni di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria. La proposta di istituzione spetta:

a) al comune capoluogo congiuntamente alla provincia;

b) al comune capoluogo congiuntamente ad almeno il 20 per cento dei comuni della provincia interessata che rappresentino, unitamente al comune capoluogo, almeno il 60 per cento della popolazione;

c) alla provincia, congiuntamente ad almeno il 20 per cento dei comuni della provincia medesima che rappresentino almeno il 60 per cento della popolazione.

3. La proposta di istituzione di cui al comma 2 contiene:

a) la perimetrazione della città metropolitana, che, secondo il principio della continuità territoriale, comprende almeno tutti i comuni proponenti. Il territorio metropolitano coincide con il territorio di una provincia o di una sua parte e comprende il comune capoluogo;

b) l'articolazione del territorio della città metropolitana al suo interno in comuni;

c) una proposta di statuto provvisorio della città metropolitana, che definisce le forme di coordinamento dell'azione complessiva di governo all'interno del territorio metropolitano e disciplina le modalità per l'elezione o l'individuazione del presidente del consiglio provvisorio di cui al comma 5, lettera b).

3-bis. Sulla proposta di cui al comma 2, previa acquisizione del parere della regione da esprimere entro novanta giorni, è indetto un referendum tra tutti i cittadini della provincia. Il referendum è senza quorum di validità se il parere della regione è favorevole o in mancanza di parere. In caso di parere regionale negativo il quorum di validità è del 30 per cento degli aventi diritto.

4. Con regolamento da adottare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ai sensi dell'articolo 17, comma 1, della legge 23 agosto 1988, n. 400, su proposta del Ministro dell'interno, di concerto con i Ministri della giustizia, per le riforme per il federalismo, per la semplificazione normativa e per i rapporti con le regioni, è disciplinato il procedimento di indizione e di svolgimento del referendum di cui alla lettera d) del comma 3, osservando le disposizioni della legge 25 maggio 1970, n. 352, in quanto compatibili.

5. Ai fini dell'attuazione del comma 2, con uno o più decreti legislativi da adottare per ciascuna città metropolitana nel termine di ventiquattro mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro dell'interno, del Ministro per le riforme per il federalismo, del Ministro per la semplificazione normativa e del Ministro per i rapporti con le regioni, di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione, dell'economia e delle finanze e per i rapporti con il Parlamento, sono istituite le città metropolitane in conformità con la proposta approvata nel referendum di cui al comma 3-bis e con l'osservanza dei principi e criteri direttivi di cui al presente articolo.

6. Al fine dell'istituzione di ciascuna città metropolitana, il Governo è delegato ad adottare, entro trentasei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, su proposta del Ministro dell'interno, del Ministro per le riforme per il federalismo, del Ministro per la semplificazione normativa e del Ministro per i rapporti con le regioni, di concerto con i Ministri per la pubblica amministrazione e l'innovazione, dell'economia e delle finanze e per i rapporti con il Parlamento, uno o più decreti legislativi, nel rispetto dei seguenti principi e criteri direttivi:

a) istituzione della città metropolitana in conformità con la proposta approvata nel referendum dì cui al comma 3-bis;

b) istituzione, in ciascuna città metropolitana, fino alla data di insediamento dei rispettivi organi così come disciplinati dalla legge di cui al comma 1, di una assemblea rappresentativa, denominata «consiglio provvisorio della città metropolitana», composta dai sindaci dei comuni che fanno parte della città metropolitana e dal presidente della provincia;

c) esclusione della corresponsione di emolumenti, gettoni di presenza o altre forme di retribuzione ai componenti del consiglio provvisorio della città metropolitana in ragione di tale incarico;

d) previsione che, fino alla data di insediamento dei rispettivi organi così come disciplinati dalla legge di cui al comma 1, il finanziamento degli enti che compongono la città metropolitana assicura loro una più ampia autonomia di entrata e di spesa in misura corrispondente alla complessità delle funzioni da esercitare in forma associata o congiunta, nel limite degli stanziamenti previsti a legislazione vigente;

e) previsione che, ai soli fini delle disposizioni concernenti le spese e l'attribuzione delle risorse finanziarie alle città metropolitane, con riguardo alla popolazione e al territorio metropolitano, le funzioni fondamentali della provincia sono considerate, in via provvisoria, funzioni fondamentali della città metropolitana, con efficacia dalla data di insediamento dei suoi organi definitivi;

f) previsione che, per le finalità di cui alla lettera e) siano, altresì, considerate funzioni fondamentali della città metropolitana, con riguardo alla popolazione e al territorio metropolitano:

1) la pianificazione territoriale generale e delle reti infrastrutturali;

2) la strutturazione di sistemi coordinati di gestione dei servizi pubblici;

3) la promozione ed il coordinamento dello sviluppo economico e sociale;

7. La provincia di riferimento cessa di esistere e sono soppressi tutti i relativi organi a decorrere dalla data di insediamento degli organi della città metropolitana, individuati dalla legge di cui al comma 1, che provvede altresì a disciplinare il trasferimento delle funzioni e delle risorse umane, strumentali e finanziarie inerenti alle funzioni trasferite e a dare attuazione alle nuove perimetrazioni stabilite ai sensi del presente articolo. Lo statuto definitivo della città metropolitana è adottato dai competenti organi entro sei mesi dalla data del loro insediamento in base alla legge di cui al comma 1.

8. La legge di cui al comma 1 stabilisce la disciplina per l'esercizio dell'iniziativa da parte dei comuni della provincia non inclusi nella perimetrazione dell'area metropolitana, in modo da assicurare la scelta da parte di ciascuno di tali comuni circa l'inclusione nel territorio della città metropolitana ovvero in altra provincia già esistente, nel rispetto della continuità territoriale.

REGGIO CITTA’ METROPOLITANA

Alcune osservazioni sull’art. 22 qui riportato. Innanzitutto, esso non istituisce città metropolitane, ma prevede l’istituzione solo di alcune aree metropolitane, nove, nel cui ambito potranno istituirsi, a certe condizioni, le città metropolitane; l’eventuale realizzazione della città metropolitana di Reggio non coincide ancora con l’area, e poi città, metropolitana dello Stretto, comprensiva di Messina, Villa, ecc., la cui costituzione, richiede, come si dirà oltre, sempre e comunque una legge costituzionale; si tratta semplicemente del “primo passo” verso la creazione non tanto della città metropolitana “di Reggio”, quanto della città metropolitana “dello Stretto”. Il processo per creare la città metropolitana “dello Stretto” è, dunque, lunghissimo e oggettivamente ancora del tutto incerto nel suo esito finale.

Sebbene meno difficile, pur sempre irto di ostacoli e problemi, è la creazione della “città metropolitana” di Reggio. Se s’intende conseguire questo obiettivo minimale, primo tassello di un processo più ampio, occorre procedere per grandi linee in cinque tempi:

a - bisogna lavorare perché l’intera Regione, sotto l'impulso particolare e determinante della Provincia di Reggio Calabria nei confronti dei Comuni in essa siti, comprendano e sostengano la creazione del nuovo ente;

b - occorre stabilire quale delle tre vie indicate dal disegno di legge conviene seguire per il decollo dell’iniziativa;

c - bisogna lavorare perché la Regione Calabria esprima parere positivo a favore del nuovo ente;

d - si deve condurre, a tempo debito, una intensa e capillare campagna referendaria;

e - ancora, in conseguenza dell’esito positivo del referendum, si dovrebbe controllare/stimolare il governo per l’attuazione delle successive procedure per l’istituzione della città metropolitana (che potrebbero arenarsi in mancanza di idonei controlli e pressioni).

Nel frattempo, bisognerà provvedere alla redazione dello Statuto provvisorio della città metropolitana, immaginando il volto futuro del nuovo ente, le sue strategie e la sua articolazione interna in comuni/municipi.

LA CITTA’ METROPOLITANA DELLO STRETTO

Un punto è fermo: la tematica dell’area metropolitana reggina e di quella dello Stretto sono complicate nonché strettamente connesse, addirittura lo sviluppo della prima può dirsi propedeutico al vero obiettivo finale, cioè lo sviluppo dell’Area Metropolitana dello stretto.

Quando Reggio Calabria è stata inserita nell’elenco delle città metropolitane, non sono mancate le critiche di coloro che hanno interpretato l’approvazione dell’emendamento una sostanziale diseguaglianza di trattamento a discapito di aree urbane più popolose o sviluppate di quella reggina, nonché una “concessione” strumentale al conseguimento di futuri finanziamenti nell’ottica del federalismo fiscale.

Al contrario, i motivi che hanno portato a questa importante conquista sono da cercarsi nella volontà (come accennato bipartisan) di dar vita alla città metropolitana “dello Stretto”.

Innanzitutto deve essere punto fermo che, allo stato, non esiste ancora una città metropolitana reggina, se non astrattamente, sulla base del riconoscimento giuridico innanzi specificato. Ciò che invece è nato e continua a svilupparsi è il progetto di una città metropolitana reggina, ed ancor prima di un’area Metropolitana dello Stretto. E per area metropolitana dello Stretto si intende una vera e propria “fusione istituzionale” dell’area metropolitana di Reggio e dell’area metropolitana di Messina. E’ in questo senso che si è parlato e si continua a parlare di Area Metropolitana dello Stretto o Città Metropolitana dello Stretto.

La globalizzazione dell'economia e la creazione di grandi aree monetarie integrate, pone le regioni dello Stretto (Sicilia e Calabria) e le città di Reggio Calabria e Messina in particolare, di fronte alla "necessità" e alla convenienza di intrecciare rapporti di tipo "metropolitano" in modo da realizzare un'unica realtà competitiva e attrattiva. Il processo di integrazione socio-economica delle aree urbane dello Stretto è tra l’altro proprio ciò che potrebbe rilanciare l’economia intera del mezzogiorno. In prospettiva, l’Area dello Stretto, come in passato è già avvenuto, creerebbe un fulcro attrattivo di commerci e rilancerebbe dell’economia. Ancora, un’Area dello Stretto può costituire la base di un contesto sociale in cui il confronto tra le culture del Mediterraneo riprenda vita, dopo gli ultimi anni di chiusura culturale che, a scapito di tutti, si sono manifestati. Un’area aperta, quale quella dello Stretto, geograficamente al centro del Mediterraneo, darebbe modo di sviluppare la mentalità del confronto anche con i popoli che si affacciano sul mare e la conseguente ricchezza culturale che da ciò deriverebbe è auspicata e riconosciuta in ogni dichiarazione di principi, in quanto prima ancora che economicamente l’Area si aprirebbe all’integrazione culturale, tanto più favorita quanto più infrastrutture e commerci sono sviluppati.

Non sono mancate indicazioni interessanti di giovani studiosi del “progetto Area dello Stretto”, che hanno suggerito importanti riflessioni e linee guida per lo sviluppo della tematica.

CONSORZIO METROPOLITANO DELLO STRETTO

Nel proporre una visione strategica e d’insieme per una efficiente pianificazione della città metropolitana dello Stretto, si è osservato (*) che il quadro unitario per le strategie da seguire implica alcune considerazioni: «La prima è che, per sviluppare una visione della regione urbana, possono esserci molteplici strumenti, diversi e ben distinti dalle forme tradizionali della pianificazione. Si può trattare di un conciso policy statement che contenga una descrizione sintetica della regione urbana, delle traiettorie di sviluppo desiderate e dei principi che debbono informare le scelte future. La seconda, legata alla prima, è che occorre tornare, in modo nuovo, a produrre conoscenza sulla regione urbana, sulle sue dinamiche evolutive, sui suoi processi di trasformazione. Occorre non solo dare spazio, ma anche ricercare la produzione di aggregazioni intermedie nell'ambito di territori significativi che si propongano come rappresentazioni unitarie delle diverse conurbazioni che contribuiscono a formare la regione urbana. Le aggregazioni territoriali emergenti nella regione urbana, che siano intese come “ambienti insediativi” o come "sistemi territoriali", rispondono a un’esigenza di strutturazione di territori dotati di senso che possano essere ambiti di governance locale, di gestione in comune di alcuni servizi, di costruzione in comune di alcune politiche, paesaggi intermedi che concorrono alla costruzione dell'identità e del profilo della regione urbana nel suo insieme. Per una città come Reggio Calabria, posizionata nell’area dello Stretto di Messina, i benefici dell’istituzione della Città Metropolitana possono essere potenzialmente plurimi. Innanzitutto Reggio avrà un ente .. autonomo su diverse discipline, che potrà delineare le linee guida del governo e dell’amministrazione locale in assoluta indipendenza rispetto al territorio circostante, ovviamente all’interno delle competenze previste dalla Costituzione. Ma, soprattutto, adesso Reggio e Messina potranno davvero conurbarsi nel “Consorzio Metropolitano dello Stretto”, visto e considerato che, essendo entrambe “Città Metropolitane”, vivono sullo stesso livello giuridico e amministrativo. Infatti, non appena le Città Metropolitane verranno istituite, le due corrispondenti realtà di Reggio e Messina avranno tutti i mezzi giuridici per legarsi attraverso un consorzio interregionale che condurrebbe all’attivazione fra le stesse di un rapporto “speciale”, seppur non “esclusivo”, in numerosi ambiti quali, ad esempio: il sistema dei trasporti, la gestione integrata del ciclo dei rifiuti, il commercio, il turismo, la valorizzazione e fruizione dei beni culturali, il sistema universitario integrato tra le due sponde dello Stretto e tanti altri ancora. Potremmo avere così sedute congiunte dei Consigli Comunali di Reggio e Messina, e quindi l’istituzione delle Città Metropolitane non è altro che una tappa intermedia per la realizzazione dell’Area Metropolitana dello Stretto che altrimenti sarebbe stato impossibile anche soltanto immaginare. Il sogno di vedere Reggio e Messina come due quartieri di un’unica grande Città è, quindi, sempre più vicino. Questo non è uno scenario suggestivo, affascinante e utopistico: si tratta di una realtà concreta che consentirebbe a Reggio e Messina di gestire insieme, in modo diretto e coordinato, tutte quelle realtà problematiche dei trasporti, delle infrastrutture, del turismo, della ricettività, delle università e della cultura che, per natura sociale e civile, hanno l’esigenza di amministrarsi in sinergia essendo, di fatto, una realtà concreta.

VANTAGGI TERRITORIALI

L’istituzione della Città Metropolitana di Reggio Calabria dovrebbe servire ad un rilancio dell’urbanistica dell’intera Provincia in quanto potrebbe essere la sede, l’ambito ideale per una corretta gestione delle trasformazioni territoriali; la scala metropolitana dovrebbe essere in grado di:

- recepire le previsioni dei Piani per il Parco, dei Piani per l’assetto idrogeologico, del Piano Regionale di Bonifica dei siti inquinati della Regione; le misure di salvaguardia dei Parchi Regionali, delle Riserve Naturali regionali; del Piano Strutturale della città di Reggio Calabria in corso di redazione;

- tenere conto delle previsioni del Piano Regionale per le Attività Estrattive (Prae) ed assumere, previo apposita intesa, valore e portata di piano regolatore delle aree e dei consorzi industriali;

- individuare idonei strumenti di attuazione delle previsioni proposte dal QTR e dal dibattito urbanistico locale.

Inoltre la proposta in questione, nell’articolare sul territorio le linee di azione della programmazione regionale, determina il contributo dell’Area metropolitana all’integrazione e all’aggiornamento degli strumenti di programmazione e pianificazione sovraordinata.

Primi orientamenti di strategia Metropolitana per l’Area dello Stretto

L’Area Metropolitana dello Stretto può e deve rappresentare, per le risorse presenti (ambientali, culturali, professionali, …) e per la collocazione strategica nel centro del Mediterraneo, uno dei motori principali dello sviluppo dell’intera regione rafforzando la propria armatura territoriale e la propria base economica. L’idea forza che guida il processo di unione tra i Comuni interessati, è quella di realizzare un’area nodale forte ed identificabile, costituita dalle città di Messina, Villa San Giovanni e Reggio Calabria, coinvolgendo nel proprio raggio di azione Gioia Tauro e Milazzo attraverso un disegno organico di sviluppo per la definizione delle città degli scambi, sulla base di un accordo istituzionale di programma tra Stato e le due Regioni. La costituzione dell’Unione dei Comuni di Reggio Messina e Villa, attraverso l’azione coordinata e sinergica delle risorse interne alle singole Amministrazioni (da quelle umane e strumentali a quelle del know how), si pone come un’efficace operazione per l’ottimizzazione della qualità e dell’efficienza dei servizi erogati, con conseguenti economie di scala e benefici sociali. Il Piano Territoriale Provinciale, in questo complicato contesto pianificatorio e normativo, dovrebbe rappresentare lo strumento indispensabile e la sede necessaria per coniugare la programmazione economica e la pianificazione del territorio, in quanto quadro di compatibilità dei molteplici Piani di Settore che mette al centro dell’attenzione degli addetti ai lavori, ma anche dei cittadini tutti, la pianificazione territoriale ed urbanistica, come strumento di decollo economico e sociale, costituendo un necessario strumento di raccordo e di raffronto con tutti i piani di settore. Rappresenta, in definitiva, occasione irripetibile e concreta per le Istituzioni e i Soggetti Locali per definire, condividere ed applicare una moderna strategia di sviluppo centrata sugli indirizzi di seguito descritti sinteticamente.

Area Metropolitana dello Stretto come nodo funzionale strategico per gli scambi culturali e commerciali tra l’Europa e i Paesi del Sud del Mediterraneo

L’Area Metropolitana dello Stretto insieme al Porto di Gioia Tauro, rappresenta il “ponte naturale” tra l’Europa e i Paesi che si affacciano nel Mediterraneo. Un “ponte” tra popoli, culture ed economie da costruire sui principi della solidarietà, della cooperazione economica e dell’innovazione. Il successo della strategia dipenderà in gran parte anche dalla capacità di attrarre nell’Area, attraverso opportune azioni di marketing, operatori economici e culturali provenienti sia dai Paesi Europei che dai Paesi del Sud del Mediterraneo.

Area Metropolitana dello Stretto come sistema locale di offerta turistica di eccellenza in grado di attrarre flussi turistici internazionali consistenti

 

L’area dello Stretto di Messina che va dalla Costa Viola fino a Capo d’Armi e che si addentra all’interno, nello spazio di pochi di chilometri, nelle suggestive montagne dell’Aspromonte, rappresenta insieme con il versante siciliano dello Stretto (Isole Eolie, tratto da Cariddi fino a Taormina) un giacimento di risorse naturali e culturali tra i più ricchi e diversificati presenti nel Mediterraneo. In quest’Area le bellezze paesaggistiche (Borgo di Scilla, i fondali della Costa Viola, la Collina di Pentimele, i boschi dell’Aspromonte, il Lungomare di Reggio Calabria, etc.) si coniugano con un patrimonio archeologico tra i più importanti della Magna Grecia (Bronzi di Riace, Museo della Magna Grecia, Siti archeologici distribuiti sul territorio, etc.). Non meno interessanti ed importanti ai fini di una loro valorizzazione turistica, sono le fortificazioni borboniche per la difesa costiera posti sui promontori che si affacciano sullo Stretto, gli edifici del primo novecento che abbelliscono il Lungomare di Reggio Calabria, i Palazzi nobiliari e le numerose testimonianze di archeologia rurale presenti nei centri storici e nelle campagne dei Comuni interni. Sul settore turismo si possono innescare, aumentandone la capacità di attrazione sui mercati di riferimento, tutte le filiere ad esso strettamente correlate ed in particolare i servizi culturali, le produzioni tipiche, l’artigianato di qualità che costituiscono una parte non indifferente e scarsamente valorizzata dell’economia locale, soprattutto delle aree interne. Anche questa seconda strategia è condivisa da tutti i Soggetti Istituzionali e socio-economici che hanno già avviato la realizzazione di alcuni grandi attrattori nell’area dello Stretto (Parco di Ecolandia, Parco Culturale, Parco delle Favole, Parco della Costa Viola), sviluppando politiche di sostegno alla qualificazione ed al potenziamento del sistema di ricettività ed ospitalità (es. finanziamenti del Patto dello Stretto) e orientando in generale la loro azione alla qualificazione ed alla valorizzazione del patrimonio ambientale e culturale.

Area Metropolitana dello Stretto, come sistema locale (territoriale, sociale, economico) in grado di valorizzare tutte le opportunità derivanti dalle possibili “economie di integrazione”

L’Area Metropolitana dello Stretto, intesa come sistema locale, presenta notevoli margini di integrazione territoriale e socio-economica sui quali è possibile intervenire per:

- migliorare la qualità della vita della popolazione residente attraverso una migliore e più equilibrata distribuzione della stessa sul territorio. Si tratta di sostenere con adeguate politiche di potenziamento e qualificazione dei servizi alle persone il ritorno, nelle periferie e nei Comuni della cintura urbana, di larghe fasce di popolazione che negli ultimi decenni si sono riversati nella Città di Reggio Calabria.

- sviluppare e sostenere le economie di prossimità derivanti dalla presenza sullo stesso territorio di un’area urbana con 180.000 abitanti e di territori di prossimità che si caratterizzano per la qualità del patrimonio ambientale e le produzioni alimentari e artigianali. Si tratta di favorire e sostenere con adeguate politiche e strumenti lo sviluppo del turismo e del commercio di prossimità ».

(*) [D. Passarelli, , in collaborazione con M.F. Errigo, N. Tucci, M. Sapone, G. Schipilliti Strategie e nuova pianificazione per la Città metropolitana, in AA.VV., Dossier sulla città metropolitana, a cura di A.M. Leone (12 maggio 2009), Reggio Calabria (Corso di laurea in PTUeA)]

 

 
Antiche rotte mediterranee PDF Stampa

Erodoto narra che il primo esploratore del Mediterraneo fu il capitano e mercante Coleo di Samo, il quale, salpato con la sua nave dal Mar Egeo, sospinto dai venti raggiunse e superò lo Stretto di Gibilterra, approdando a Cadice, dove colmò la nave d’oro e preziosi, facendo rotta, di ritorno, verso l’Egitto.

 

E’ questa una delle più antiche testimonianze che ci presentano il Mediterraneo come grande via di commercio.

 

Le principali rotte nautiche verso il Mediterraneo percorse nell’antichità, istituite, allora come oggi, in funzione dell’esigenza di integrare gli itinerari stradali con quelli marittimi, erano tre:

 

· India – Mesopotamia – Tiro e Sidone;

 

· India nordoccidentale – parte interna del Golfo Persico - porti mediterranei;

 

· India Occidentale – Golfo Persico – coste arabe meridionali – Mar Rosso – Nilo – Alessandria.

 

Era quest’ultima la rotta interamente navigabile, la più seguita in età imperiale.

 

Naturalmente nei mesi estivi erano preferite le rotte dirette d’alto mare, in quelli invernali il cabotaggio; tra i luoghi che ben presto ebbero modo di guadagnarsi una fama sinistra di pericolosità, lo Stretto di Messina.

 

Susan Sontag descrive il Mediterraneo come “insieme camitico, semitico, ariano, pagano, ebraico, cristiano, musulmano, insieme africano asiatico ed europeo, un continente senza rapporto con le nostre comuni misure di spazio e di durata, insieme romano e cartaginese alessandrino ed ebraico, ellenico e catalano; àmbito di contrasti per eccellenza, patria feconda di miti e miraggi”.

 

E’ un mare interno che, prima di essere teatro di scontro titanico tra civiltà, è descritto dai Greci come grande via di comunicazione culturale; Braudel lo definisce “grandioso, gigantesco continente unitario euro-afro-asiatico, un pianeta di per se stesso dove tutto ha circolato precocemente”.

 

Le scoperte geo-etnografice finanziate dai grandi sovrani di Egitto e di Persia, piuttosto che tessere il disegno di singole occupazioni territoriali, erano intese a costituire una grande e complessa rete di relazioni.

 

Ma fu poi Roma a dare massimo impulso alla navigazione inframediterranea, fornendo per la prima volta autorevoli risposte politiche e militari alle esigenze che tutt’oggi caratterizzano i traffici navali in quest’area del pianeta: all’insegna del principio “navigare necesse est”, i Romani imposero il concetto di sicurezza marittima, sgominando i pirati che rendevano in precedenza le rotte insicure e pericolose, e quello di liberalizzazione dei traffici commerciali, della pesca e della nautica da diporto, trasformando un mare ampio e bellicoso in un tranquillo lago interno brulicante di vita. Pompeo uccise 10.000 pirati e fu soprannominato dai Romani “pacificatore del mare”. Sembra incredibile che 2000 anni dopo, nonostante tecnologie belliche da fantascienza, le attuali superpotenze non riescano a fare altrettanto nel Golfo Persico.

 

 

 

Tra le rotte nautiche più percorse in età imperiale romana, la Roma-Alessandria, lungo la quale le navi annonarie trasportavano cereali di ogni tipo.

 

Con il vento a favore, era possibile andare da Pozzuoli ad Alessandria in 9 giorni, dalla Sicilia ad Alessandria in 6, da Gades ad Ostia in 7.

 

La via del vino, intensamente battuta durante gli ultimi due secoli della res publica romana, trasportava attraverso il Tirreno la produzione vinicola italica dalla Campania, Lazio e Toscana verso la Gallia, che ne costituiva il naturale mercato di sbocco. Il Tirreno veniva attraversato all’altezza del’arcipelago toscano, rasentando la Corsica orientale.

 

Dalla Grecia verso Roma si dispiegava, invece, la rotta del marmo.

 

La rotta tirrenica, compresa tra Messina e Marsiglia, ricorda l’attuale rotta crocieristica del Mediterraneo occidentale; mentre l’itinerario Marsiglia-Gibilterra era la c.d. rotta iberica; la rotta ispanica collegava l’Iberia orientale con Ostia.

 

I Romani dotarono il Mediterraneo di infrastrutture portuali e di un leggendario sistema di fari; quello di Alessandria, per la costruzione del quale venne eretta una torre alta 120 metri sull’isola di Pharos all’imboccatura del porto, emetteva una luce accresciuta ad intermittenza da enormi specchi concavi in metallo inventati da Archimede, ed era visibile a 50 km; identica funzione ebbe il colosso di Rodi; non meno famoso il grande faro del porto di Roma, eretto dall’Imperatore Claudio. Tali opere marittime sono a buon diritto annoverate tra le grandi meraviglie dell’antichità.

 

I maggiori porti italiani restano per secoli separati dai loro retroterra. Nel XIII Secolo i genovesi, che la letteratura geografica rinascimentale vuole sospinti al commercio marittimo da una terra aspra ed avara di frutti, istituiscono per primi la via marittima del commercio dell’allume mediorentale verso le Fiandre.

 

Scrive Ugo Tucci nel primo volume dei documenti della Storia d’Italia Einaudi che, mentre le Alpi hanno la funzione di dividere la penisola italiana dall’Europa centrosettentrionale, i mari che la bagnano rivestono storicamente una funzione di collegamento con altri Paesi; infatti, la cartografia nautica medioevale colloca la penisola al centro di un mondo mediterraneo assolutamente privo di frontiere.

 

Ne consegue una forte valenza della dimensione marittima nella demarcazione dello spazio, a scapito di quella terrestre: l’Italia adriatica e quella tirrenica intrattengono tra loro ben minori rapporti di quelli rispettivamente intrattenuti con la Dalmazia o la Catalogna.

 

La cartografia nautica medioevale, infatti, al di là delle nozioni che ci fornisce sulle rotte mediterranee dell’epoca, ci interessa da vicino perché fornisce una significativa ed in qualche modo attualissima interpretazione sostanziale della concezione dell’Italia fisica, non pervenuta sino a noi in quanto censurata e ribaltata dal Rinascimento in poi, ma che oggi può in certo senso tornare alla ribalta come chiave di lettura di un’immutata, ancorché obliterata, identità geografica.

 

Sino alla carta Gastaldi del 1561, i mari che circondano l’Italia presentano un orientamento diverso da quello che conosciamo oggi, poiché l’Adriatico viene collocato a Nord ed il Tirreno a Sud: ne consegue una proiezione della penisola da ovest ad est, approssimativamente in direzione ed in coincidenza dei paralleli, anziché da nord-ovest a sud-est come siano oggi abituati ad immaginarla.

 

Benvenuto da Imola così individua, conformemente alla suddetta cartografia prerinascimentale, i confini nazionali: a meridione il Tirreno, a settentrione l’Adriatico, ad oriente il faro di Messina, ad occidente le Alpi.

 

Altra rotta importante del Medioevo fu quella delle crociate, dal Nordovest verso la Terrasanta; anche lungo questa rotta lo Stretto di Messina ebbe un ruolo fondamentale, come attestato dall’edificazione dell’Ospedale dei Cavalieri Templari in Messina, oggi Chiesa sconsacrata di S. Maria Alemanna, tra i più antichi esempi di gotico siciliano.

 

Come scrive John Day nello stesso volume della Einaudi, nel Cinque, Sei e Settecento, la fortuna dei porti franchi di Livorno, Ancona, Nizza e Trieste dipese – come capirono gli stessi che li promossero – non solo dalle franchigie doganali, ma anche dalla forza di attrazione da essi esercitata verso capitali e mercanti, di cui Genova e Venezia disponevano in larga misura.

 

Così, l’istituzione del porto franco era sempre accompagnata, quando non preceduta, da un invito rivolto ai mercanti di tutte le nazioni d stabilirvisi.

 

Già nel 1548 Cosimo I concesse a Livorno asilo agli ebrei ed ai marrani, sfuggiti all’Inquisizione portoghese; mentre Papa Paolo III incoraggiò ebrei, marrani, greci, turchi e armeni a stabilirsi ad Ancona all’epoca del primo porto franco.

 

Le famose costituzioni livornesi del 1593, indirizzate a levantini e ponentini di tutti i Paesi, garantivano libertà economica e religiosa a tutti, ed in particolare agli ebrei, cui furono promesse facilitazioni per ottenere crediti mercantili da un fondo appositamente istituito ed amministrato dai Massari della Sinagoga.

 

Carlo Emanuele I fu nel 1613 non meno generoso con i cittadini di Nizza, e segnatamente con gli ebrei.

 

Non solo dunque le basse tariffe daziarie, ma proprio la combinazione tra un’accorta politica doganale e privilegi capaci di garantire libertà religiosa a tutti gli stranieri dotati di capitale e talento determinarono il successo dei porti franchi, con la conseguenza di dirottare il traffico dagli itinerari tradizionali.

 

L’età moderna assiste ad un netto predominio di Genova nel Mediterraneo: nel ‘300 e nel ‘400, i prodotti naturali mediterranei più largamente commercializzati, come i vini campani e di Creta, l’allume turco, l’olio d’oliva spagnolo, napoletano e pugliese, il grano siciliano e pugliese, la lana castigliana e berbera erano “teleguidati” dai capitali genovesi, veneziani e fiorentini, dando luogo ad itinerari complessi, spesso indiretti, che privilegiavano l’allocazione dei capitali rispetto a quella delle merci.

 

Fino al principio dell’800, il commercio del grano siciliano, finanziato in gran parte dai capitali genovesi, diede luogo ad un traffico navale tripartito di merci, crediti e denaro, con Genova al centro.

 

Ecco come il meccanismo viene descritto in una relazione della Camera di Commercio di Genova del 1811: “La causa che assicurava (ai Genovesi) la preferenza veniva dal fatto che la Spagna non aveva per pagare le sue sussistenze, e che di alcune derrate dell’America il siciliano non nessun bisogno pressante, o non era abbastanza ricco in denaro per accettare a baratto queste derrate che avrebbe dovuto (poi) realizzare. I Genovesi pagavano in contante le derrate del siciliano, facevano l’anticipo, portavano i commestibili in Spagna, prendevano come pagamento gli zuccheri, gli indaci, i cuoi,e qualche volta rivendevano al siciliano stesso”.

 

Il Porto di Messina, per quanto concerne l’età contemporanea, deve il proprio sviluppo all’istituzione del porto franco nel XIX Secolo; come ricorda il Prof. Rosario Battaglia nell’introduzione al volume storico “Il Porto di Messina”, curato dal Franz Riccobono per l’A.P. di Messina, nel 1850 il porto di Messina si collocava al nono posto nel Mediterraneo dopo Costantinopoli, Marsiglia, Trieste, Livorno, Genova, Isole Jonie, Gibilterra, Barcelona, ed era addirittura seguito da Alessandria, Malta, Smirne e tutti gli altri.

 

Al terremoto del 1908 seguì una lentissima fase di recupero, a tutt’oggi non ancora terminata.

 

Altra rotta fondamentale, che proietta il Mediterraneo ben al di là dei propri confini geografici, rendendolo percorso sostitutivo di rotte oceaniche, è il canale di Suez, che lo collega al Mar Rosso consentendo la navigazione dall’Europa all’Asia senza la necessità di circumnavigare l’Africa atlantica lungo la rotta di Capo della Buona Speranza.

 

Avviatane la costruzione verso il 600 a.C. dal Faraone Nekao, il canale fu terminato dal re Dario I e poi restaurato da Tolomeo II nel 250 a.C., per divenire definitivamente inutilizzabile dall’età di Plinio il Vecchio sino al 1869, quando il nuovo canale fu realizzato da Negrelli e Desseps.

 

 
La storia del porto di Reggio Calabria PDF Stampa

Come ogni luogo in cui la presenza dell’uomo si è protratta nei secoli, anche la città di Reggio Calabria trova il suo elemento originario nel mito. Tucidide e Diodoro Siculo narrano come la fondazione della colonia di Reghion, nel VII secolo a.C., fosse avvenuta nei pressi della foce del fiume Apsìas, così come profeticamente indicato dall’Oracolo di Delfi. Proprio nelle immediate vicinanze di questo corso d’acqua, l’odierno torrente Calopinace, era localizzato l’antico approdo della città, allora costituito da un’ampia baia naturale compresa tra la Punta Calamizzi – che la proteggeva dallo scirocco – e la Rada dei giunchi, la quale la riparava dai venti settentrionali.

 

L’importante funzione di tale insenatura, nelle vesti di scalo marittimo della città, restò sostanzialmente invariata fino al periodo rinascimentale, quando lo sviluppo delle artiglierie dotate di polvere da sparo aveva messo in crisi il sistema difensivo dei porti dell’epoca. A Reggio tale difesa era stata affidata ad un forte, chiamato in epoca successiva forte di Lemos, dotato di un solo trabucco, la forma più elaborata di catapulta. Durante il regno dell’imperatore Carlo V si decise così di dotare l’approdo reggino di una nuova fortificazione capace di ospitare i più moderni cannoni. Tuttavia, mancando lo spazio necessario dove poter erigere il cosiddetto “Castelnovo”, si pensò di costruire dei poderosi argini in terra lungo la fiumara Calopinace, al fine di deviare la sua foce a sud della Punta Calamizzi e ricavare la superficie per costruire la nuova struttura. I lavori cominciarono nel 1547, ma già nel 1556 essi erano stati interrotti, e nel dicembre del 1562 la Punta Calamizzi sprofondò a mare. Come rilevato dagli stessi contemporanei, una delle cause principali fu l’erosione marina dal lato meridionale, che fonti recenti hanno messo in relazione con lo spostamento della foce del Calopinace proprio sul versante australe di Punta Calamizzi.

 

L’inabissamento del promontorio privò, quasi improvvisamente, la città di Reggio di un sicuro attracco marittimo che fu – almeno parzialmente – sopperito dalle secolari interazioni con la dirimpettaia Messina, da sempre dotata di un fiorente porto naturale tra i più grandi del Mediterraneo. Storicamente infatti, pur essendo diverso il ruolo delle due città dello Stretto, molto forti furono i legami funzionali: mentre Messina è il grande porto del Mare nostrum, Reggio fa capo allo scalo peloritano per tutti i rapporti marittimi e commerciali con l’estero ed è il retroterra calabrese a fornire legname, bestiame ed altri generi di prima necessità che scarseggiano nel territorio messinese privo di un entroterra agricolo.

 

Pur tuttavia, un nuovo impulso alla costruzione di un organizzato approdo portuale nel comune reggino si deve alla nascita della Camera di Commercio ed Arti di Reggio Calabria, nella seconda metà del XIX secolo. La legge di istituzione delle Camere di Commercio attribuiva al nuovo Ente una duplice funzione: farsi promotore, presso il Governo centrale, di provvedimenti finalizzati a rimuovere gli ostacoli al miglior andamento dell’economia, e ritrovare quei mezzi che ne aiutavano lo svolgimento, insistendo perché venissero posti in atto.

 

Queste sono le premesse da cui la Camera di Reggio muove i primi passi, che si traducono, in pratica, in numerosi atti concreti a favore dello sviluppo della città e dell’intera provincia. Una chiara testimonianza è data dalla decisa azione profusa a favore della realizzazione di opere pubbliche ritenute vitali per il potenziamento della vita economica e commerciale, come la Stazione ferroviaria e, appunto, il Porto. Permettere alla città di Reggio di aprirsi al trasporto commerciale via mare costituiva una necessità ormai improrogabile (anche nell’ottica del progressivo intensificarsi dei collegamenti con la Sicilia), e l’allora Presidente Rognetta lo sottolineava con particolare enfasi: “Questa opera che rinnovellerà il nostro commercio richiede molta forza di patriottismo e indomabile costanza, per superare gli ostacoli occulti e palesi che l’attraversano. […] Non vi acchetate ognora segga in cima ai vostri pensieri, sia con ogni affetto promossa la costruzione del porto!”.

 

Si ponevano così le premesse concrete per la risoluzione di una questione annosa: già da tempo, infatti, gli abitanti di Reggio erano stati criticati per la poca o nessuna attenzione posta al problema del mare e dei suoi traffici, a differenza di centri minori come Scilla e Bagnara dotati di un’ottima marineria.

 

Con lo sprofondamento di Punta Calamizzi, per altro, l’approdo commerciale di Reggio era stato situato lungo il litorale in un luogo non ottimale verso la periferia nord della città, tra la chiesa di Portosalvo e la foce dei torrenti Santi e Caserta, avendo adattando ad uso di sbarcatoio il basamento dell’antico forte di San Francesco. Dopo il 1860, il molo di Portosalvo, in seguito ai danni recati da violente mareggiate, venne consolidato con strutture in pietra e divenne nonostante ciò il fulcro dell’attività commerciale legata alle produzioni agricole e artigianali dell’intera provincia reggina. La costruzione del nuovo porto era comunque nelle aspirazioni più vive dei governanti reggini, che ritenevano altresì importante per la creazione di un efficace sistema dei trasporti la realizzazione della ferrovia tirrenica, finalizzata alla congiunzione del produttivo bacino della Piana di Gioia Tauro con il nuovo bacino portuale di Reggio.

 

Fu la stessa Camera di Commercio, nell’assemblea del 6 agosto 1863, a porre come primo punto all’ordine del giorno la proposta d’indirizzo per il porto. Su indicazione del presidente Rognetta, si costituì una commissione in cui figuravano il Cavaliere Genoese-Zerbi ed il consigliere Ferdinando Scuderi, con il compito di realizzare una dettagliata analisi delle esportazioni ed importazioni effettuate nel bacino commerciale della provincia reggina da inviare al Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio, per corroborare le motivazioni che spingevano alla costruzione del porto.

 

Intanto già nel 1861 tre tecnici governativi si erano occupati di redigere il progetto: la rada di Pentimele, oltre la foce della fiumara dell’Annunziata, veniva indicata come il luogo più adatto in cui posizionare il bacino portuale. La costruzione del nuovo porto fu autorizzata con il Regio Decreto dell’1 agosto 1870, che seguiva le deliberazioni comunali del 6 luglio e del 14 agosto 1869. L’affidamento dei lavori avvenne nel 1872, il cantiere venne finalmente aperto nel 1873. Alla fine del 1885 era realizzata tutta l’escavazione del bacino, ricavato quasi tutto entro terra, ottenendo una superficie di acqua protetta di sei ettari con fondali di circa sei metri. Era stato costruito un molo di centosessanta metri in direzione Nord-Est, con una bocca protetta da un pannello di massi artificiali. Sempre nel 1885 la Camera di Commercio avviava le pratiche per consentire l’approdo nel porto di Reggio dei piroscafi della Società di Navigazione Pugliese. L’anno successivo un rappresentante camerale veniva delegato a seguire i lavori di una Commissione ministeriale con il compito di caldeggiare la riclassificazione del porto. Con il R.D. del 7 agosto 1887 il Porto di Reggio otteneva la qualifica di porto rifugio e veniva incluso nell’elenco dei porti di prima categoria, inoltre esso era inserito nella seconda classe della seconda categoria agli effetti del commercio. Nel 1888, dopo i lavori per il restauro della banchina di approdo, si chiudeva la prima fase di realizzazione dell’approdo, anche se rimanevano ancora evidenti limiti da colmare: in primo luogo, infatti, l’opera non consentiva l’ormeggio di grossi bastimenti a causa dei bassi fondali.

 

L’approdo di Portosalvo, dunque, rimaneva ancora lo scalo commerciale della città e del suo hinterland. L’attività della Camera reggina tuttavia non si fermava: nel 1889 inviava al Comune di Reggio la richiesta, in seguito accolta, per costruire i nuovi magazzini di deposito delle merci tra il molo di Portosalvo e la ferrovia; successivamente, si occupava di chiedere la predisposizione di una fermata del treno proveniente da Villa San Giovanni presso lo scalo portuale. La legge 14 luglio 1889, n. 6280, finanziava finalmente l’ampliamento del porto, nonché l’approfondimento dei fondali e la realizzazione di muri di sponda per favorire l’accostamento di grosse navi. Le due banchine venivano completate nel 1897, insieme al pontile di approdo dei ferry-boat, situato a sud, in corrispondenza dello scalo ferroviario marittimo, dove successivamente venne costruita la stazione di Reggio Calabria-Porto, come da progetto approvato nel 1899.

 

Secondo la Camera di Commercio, agli inizi del Novecento il porto di Reggio era ormai una realtà consolidata: il bacino consentiva l’approdo anche ai piroscafi per lo svolgimento delle operazioni commerciali. L’attivazione del servizio dei ferryboat, divenuto regolare dopo il 1899, consentiva un continuo scambio di vagoni e di merci con la vicina Sicilia e, attraverso la linea ferroviaria, al resto d’Europa. La nascita, agli inizi del secolo, del porto di Villa San Giovanni rischiava di marginalizzare l’importanza del porto reggino: la più diretta vicinanza a Messina, difatti, aveva attirato l’attenzione della Società per le Ferrovie Sicule che stava realizzando una invasatura per i ferry-boat (entrata in funzione nel 1905). Per tale ragione, nel 1904 si costituiva in modo permanente un “Comitato pro-porto” al fine di rilanciare la causa del porto reggino e renderlo definitivamente competitivo. Nello stesso anno, le maggiori autorità politiche ed amministrative locali si riunivano per trovare una soluzione alle annose questioni portuali. Il sindaco Domenico Tripepi invitava i presidenti delle delegazioni provinciali e la Camera di Commercio a valutare il progetto presentato dal Genio civile. La Camera di Commercio, nello specifico, riteneva prioritari i lavori di ampliamento del bacino e la realizzazione di ulteriori banchine. Frattanto, il Comitato pro-porto portava avanti con maggiore intensità la propria attività, soprattutto dopo la scelta definitiva delle Ferrovie di puntare sul porto di Villa San Giovanni, considerato che, a Reggio, notevoli le difficoltà erano create dai binari che rimanevano ad una quota più alta rispetto agli invasi. Il Comitato avanzò allora una proposta, detta “Variante Rossa”, che prevedeva il prolungamento della linea ferrata fino ai terminali d’imbarco.

 

Il Piano Regolatore dei Lavori del Porto, approvato il 20 novembre 1906, comprendeva una serie di lavori di riqualificazione e miglioramento, tra i quali, la realizzazione di binari di servizio lungo la banchina e la costruzione dei capannoni ferroviari, l’ampliamento del bacino portuale verso oriente con fondali di 8 metri, la realizzazione di una darsena, con fondali di 5 metri, a Nord, la costruzione di tettoie, impianto gru e altre infrastrutture di servizio (acqua, illuminazione, ecc.), ed infine, la costruzione degli edifici della Dogana e della Capitaneria di Porto.

 

Il catastrofico terremoto del 28 dicembre 1908 bloccò i lavori appena iniziati ponendo l’indilazionabile esigenza di rendere di nuovo operante il bacino, devastato dal maremoto, come luogo di approdo per lo sbarco di materiali di soccorso e lo smistamento delle merci. Il sisma, per altro, aveva definitivamente distrutto l’approdo di Portosalvo, per cui il porto diveniva, nonostante i danni subiti, l’unico scalo marittimo della città, nonché lo sbocco obbligato per i commerci locali e l’approvvigionamento delle materie prime. La ricostruzione del molo di ponente e delle banchine a Sud-Ovest venne così iniziata nel 1910. In tale contesto, l’azione propositiva della Camera sarebbe andata avanti negli anni Venti, con la costruzione dei Magazzini Generali e la creazione della Capitaneria di Porto.

 

La Seconda Guerra Mondiale, come se non fossero bastati gli sconvolgimenti tellurici, determinò un ulteriore tracollo per la già fragile economia reggina: tra il 1943 ed il 1944 la mole di disagi e distruzione si abbatté su tutta la provincia, non risparmiando nessun settore del sistema produttivo. Tutti gli sforzi per ricostruire le strutture urbane e le infrastrutture territoriali vennero vanificati dalla cruenza del conflitto: nel 1945, per mero esempio, si riscontrava come l’esportazione di agrumi, essenze e vini di produzione locale fosse paralizzato dalla mancanza di carri ferroviari e di altri mezzi di trasporto. La situazione non era certo migliore per il comparto industriale. A causa dell’esiguità degli approvvigionamenti di combustibile i piccoli stabilimenti per la trasformazione dei derivati agrumari e per la filatura della seta erano praticamente inattivi.

 

L’avvento del nuovo stato repubblicano introduceva importanti programmi di ricostruzione economica, ma la provincia reggina rimase ancora una volta penalizzata da tali iniziative. La causa era da rintracciare nella estrema perifericità, nella mancanza assoluta dell’industria e nella particolare fisionomia dell’agricoltura che non consentono un maggior assorbimento di mano d’opera. Erano queste le ragioni individuate dal Prefetto di Reggio, in veste di commissario della Camera di Commercio in quei difficili anni. Ma anche le infrastrutture rimanevano il volano mancante dell’economia reggina: il porto aveva subito un crollo nei movimenti di imbarco e di sbarco, accentuato dalla contrazione delle importazioni di carbon fossile da parte delle Ferrovie e di grano dalla Federconsorzi. La Camera, in tale ottica, richiedeva l’applicazione di quanto previsto dal Piano Regolatore originario del 1906, con l’ampliamento del molo e l’escavazione dei fondali fino a dodici metri, per rendere possibile l’attracco di grosse navi.

 

Il Governo centrale, nel maldestro tentativo di porre rimedio alla scottante situazione calabrese del tempo (culminata nei “moti di Reggio” dei primi anni Settanta), intraprendeva una strada che si sarebbe rivelata tristemente sbagliata: attuava infatti una serie di provvedimenti per un decollo industriale che non si sarebbe mai tradotto in realtà. Era l’epoca del Quinto Centro Siderurgico, miseramente fallito a causa della crisi internazionale dell’acciaio. Analoga sorte seguivano le iniziative realizzate nelle grandi aree industriali di Gioia Tauro e Saline Joniche: a Gioia sorgeva l’Oto Breda ed a Saline le Officine Grandi Riparazioni, che non risolvevano i pressanti problemi occupazionali, ma andavano solo ad alimentare l’iniqua schiera dei cassintegrati. L’attività della Giunta Camerale proseguiva comunque su questi ed altri fronti: la questione del potenziamento delle infrastrutture veniva portata sul tavolo del Governo, pur senza i risultati sperati, al fine di sciogliere il nodo legato al finanziamento per la dotazione del porto reggino di attrezzature meccaniche e per favorire una soluzione al problema del trasporto gommato nella città di Villa S. Giovanni.

 

Negli ultimi anni l’attività del porto di Reggio – sede della Direzione Marittima della Calabria – si è incentrata prevalentemente sul trasporto veloce da e per Messina, oltre che sui collegamenti con le Isole Eolie e Malta. Modesto è il traffico merci, all’interno del quale attivo è un Mercato ittico, costruito nel 1958 e ristrutturato nel 1977, orientato al consumo.

 

Recenti studi, unitamente al dibattito cittadino, hanno risollevato la questione-porto, intesa come infrastruttura sotto-utilizzata rispetto alle sue potenzialità. In particolare è stato evidenziato come le installazioni ferroviarie all’interno dell’area portuale, la tangenziale sopraelevata e l’edificazione disordinata del limitrofo quartiere di S. Caterina, abbiano contribuito ad innalzare una ”barriera” tra Reggio e il suo mare. Porto e città, dunque, sembrerebbero elementi che poco si rapportano tra loro, apparendo “estranei” l’un l’altro per due motivazioni principali: da un lato la gestione autarchica degli enti portuali, dall’altro la scarsa capacità del piano urbanistico di gestire gli effetti spaziali delle politiche infrastrutturali, spesso settoriali ed autoreferenziali.

 

Ma non è tutto: il rapporto tra la città e il porto è oggi in via di ridefinizione, anche alla luce dei nuovi provvedimenti di legge che stabiliscono un’integrazione tra i piani regolatori portuali e piani regolatori comunali. La sfida per il porto di Reggio diventa così una riconversione da porto quasi esclusivamente passeggeri a scalo turistico e diportistico, superando gli atavici limiti strutturali che ne hanno impedito negli anni una piena valorizzazione.

 

 
PITAGORA, IL BRONZISTA DI REGGIO PDF Stampa

Parte terza

Il ritorno a Rhégion (448-440 a.C.)

 

Pythagóras non aveva mai interrotto completamente i suoi collegamenti con Rhégion. Prova ne sia che, appena avevo compiuto quindici anni, aveva richiesto ai miei genitori di potermi avere come praticante. C’erano state alcune discussioni a casa mia, ma, di fronte alla mia decisione di entrare nella bottega dello zio, i miei cari padre e madre non avevano opposto un netto rifiuto ed io ero riuscito ad

imbarcarmi verso il mio futuro.

Accanto allo zio avevo vissuto le ultime tre olimpiadi durante le quali era ancora attiva la sua bottega nel Pelopónnesos. Intanto, qui in Italía le cose, dal punto di vista politico, stavano cambiando in modo radicale. Nel secondo anno dell’ottantesima olimpiade, come tutti sapete, i Pitagorici di Kroton erano stati arsi vivi mentre erano insieme in una casa. I sopravvissuti erano dovuti scappare all’estero e, da quella data, a Rhégion era attivo uno dei nuclei pitagorici più forti. Vi chiedo scusa per queste spiegazioni inutili: alcuni di voi sono tra i fondatori più

illustri di quella eteria. A questo punto, se fossi saggio, lascerei parlare te, o Aristídes, oppure te, Selinúntios, ma credo che forse vi interesserà ascoltare i fatti dalla prospettiva di Pythagóras.

Per celebrare il magistero di Pythagóras il filosofo, decideste di fare realizzare una statua del Samio in cattedra, con uno scettro nella mano sinistra. La vostra scelta era decisamente innovativa ed inconsueta. Fino ad allora, infatti, si riservava l’onore di essere raffigurati in trono solo agli dei dell’Ólympos. Fu proprio il filosofo Pythagóras il primo mortale ad essere glorificato come un dio, ed io sono onorato di essere seduto a mensa insieme a chi ebbe il coraggio di prendere una tale decisione.

Per realizzare un tipo statuario così innovativo, però, occorreva il più grande scultore e bronzista vivente. So che alcuni tra i membri dell’eteria proposero il nome dell’ateniese Myron, ma i sostenitori di mio zio ebbero facilmente la meglio: se si mettono a confronto soggetti simili, le realizzazioni di Pythagóras sono sempre più magnetiche e più piene di energia rispetto a quelle del suo rivale attico. Durante

l’ottantunesima olimpiade, perciò, tra la delegazione reggina ai giochi c’erano alcuni dell’eteria pitagorica incaricati di prendere contatto con mio zio per chiedergli di impiantare a Rhégion la sua bottega, e di accettare come prima commessa la realizzazione della statua del filosofo in cattedra. Conoscendo il volume di affari dello zio, la proposta sembrava a tutta prima senza speranza: nessuno avrebbe abbandonato una bottega così fiorente per rischiare il tutto per tutto in Italía.

Quando Pythagóras organizzò una riunione degli operai più anziani, però, io capii subito che il suo cuore aveva già preso la decisione di tornare in Patria. La discussione, infatti, non si svolse riguardo al “se” ma al “quando” ed al “come” partire. In verità, trovammo facilmente una soluzione adeguata al problema.

Prima di tornare a Rhégion mio zio voleva assolutamente terminare la quadriga del Cireneo, cosa che lasciava almeno dai sei agli otto mesi lunari di tempo. In secondo luogo, la bottega ad Olympia non sarebbe stata chiusa, ma ceduta ad un prezzo adeguato agli operai più anziani, che l’avrebbero utilizzata per mandare avanti un loro progetto autonomo. Infine, alcuni degli allievi e delle maestranze più giovani,

tutti provenienti dall’Italía, ci avrebbero seguito a Rhégion per essere operativi fin dal giorno del trasferimento.

Per quanto mi riguarda, invece, dopo la fusione dei principali pezzi della quadriga e delle sue statue collegate, era mio compito venire in avanscoperta qui a Rhégion e trovare un’acconcia sistemazione per la bottega. Tutto, ovviamente, venne eseguito

secondo i desideri del Maestro, così che già entro un anno eravamo già pronti a realizzare la statua del filosofo.

Quello che forse non sapete, è che mio zio aveva cominciato a lavorare ai bozzetti fin dall’abboccamento con i membri dell’eteria e mi confidò che era un suo sogno quello di realizzare la prima statua del filosofo samio, ben consapevole che tutti i pitagorici ne avrebbero tratto delle copie. Mi disse anche che era sua intenzione dedicare alla memoria di suo padre Sóstratos tale opera, come tributo per le tante

sofferenze che egli aveva accettato di patire in nome del suo credo pitagorico. La cosa più sorprendente, ai miei occhi, era che mio zio possedeva un ritratto fisionomico del suo omonimo filosofo, creato da lui stesso negli anni giovanili. Quando gli chiesi come avesse fatto a ricostruire la fisionomia del Samio, che era morto quando lui era ancora molto piccolo, mi rispose, visibilmente commosso, che si era giovato dell’aiuto di suo padre, negli anni in cui era ancora a bottega da

Kléarchos. Sapendo di fargli cosa gradita, infatti, aveva disegnato un volto del filosofo facendosi guidare dalla memoria paterna, che era stato amico e discepolo del grande maestro. Alla morte del padre, quando era stato costretto dalla miseria ad emigrare dalla Patria, una delle poche cose che si era portato appresso era stato quel ritratto del Samio, che aveva custodito gelosamente per tutti quegli anni,

traendone persino alcune copie di sicurezza.

Contrastando l’opinione di molti membri dell’eteria reggina, come ricorderete, lo zio pretese di seguire l’iconografia del filosofo che tanti anni prima il padre aveva voluto fargli disegnare, ponendo in testa a Pythagóras un turbante, che il Samio portava per ricordare i suoi anni di studio in Oriente. Parallelamente, si impose per rappresentare un ritratto fisionomico e non fisiognomico del filosofo, mostrandolo senza idealizzarne i tratti, con la barba ispida, i radi capelli, le lunghe rughe

che gli solcavano il volto e quel piccolo naso che gli caratterizzava la faccia. Era un’opera coraggiosa e innovativa, e so che molti a Rhégion non capirono quale balzo in avanti stesse facendo l’arte della bronzistica.

Anche in mezzo alla tempesta, con tante critiche che piovevano dai nemici politici e persino da autorevoli membri della stessa eteria pitagorica, lo zio non perdeva mai di vista la rotta che aveva deciso di intraprendere e non sbagliò neanche stavolta il porto di approdo. Dopo tante polemiche, create ad arte da avversari di partito e colleghi invidiosi, che si basavano, tra l’altro, solo sui disegni preparatori esposti

in bottega, quando l’opera venne inaugurata ci fu un coro unanime di consensi. Quei pochi che avevano avuto la fortuna di conoscere il Samio testimoniarono che la statua era straordinariamente somigliante al filosofo, al punto da ingenerare in loro un antico senso di deferenza e di rispetto.

Certo, alcuni non smisero di criticare la scelta di porre in testa alla statua il turbante, anche se i discepoli affermarono che il maestro preferiva mostrarsi ai suoi allievi sempre con quel copricapo. Mio zio, essendo allenato alle critiche come un atleta lo è riguardo alle fatiche, le considerava come una sorta di malanno connesso all’arte che aveva scelto di intraprendere. Per questo motivo non diede alcun peso alle

maldicenze e si dichiarò soddisfatto dell’opera.

I fatti gli diedero ragione immediatamente. Il giorno stesso dell’inaugurazione della statua, ricevette una commessa da parte del popolo dei Siracusani. Essi si erano convinti di dovere espiare non so quale colpa nei confronti dell’eroe Philoktétes, l’amico di Eracle che era stato morso da un serpente nel viaggio verso Ilion e, quindi, era stato abbandonato da Agamemnón e dai suoi stessi supposti amici perché la ferita si era infettata e produceva un odore ripugnante. Per questo

motivo i Siracusani avevano in animo di fare realizzare una statua dell’eroe per potere organizzare annuali sacrifici in suo onore.

Conoscendo la fama e l’abilità di Pythagóras, i Siracusani avevano deciso di affidare al Reggino la realizzazione di tale opera. Mio zio accettò con gioia l’offerta e preparò nel giro di pochi giorni i disegni preliminari, che riscossero l’immediato consenso dei committenti. L’intenzione dello zio era quella di raffigurare Philoktétes seduto

su alcune rocce, provando a renderlo l’incarnazione stessa della sofferenza fisica e del dolore provocato dalla malattia. Chiunque fosse stato ferito o malato avrebbe potuto riconoscersi nella maschera di dolore dell’eroe. Per conferire un maggior pathos alla statua, prese la decisione di mostrare il dolorante con la bocca aperta, nell’atto di emettere un muto lamento. Per la prima volta sarebbero stati visibili i

denti, realizzati a parte in argento, che si sarebbero intravisti all’interno della bocca.

Il risultato fu pari alle attese. Nella nostra bottega, prima della consegna dell’opera, ci fu una folla di curiosi che volevano ammirare il nuovo capolavoro del Reggino. Forse qualcuno di voi ricorderà ancora le esclamazioni di meraviglia che si sentivano. A volte erano talmente rumorose al punto da fare infuriare Pythagóras. Anche alle Syrakousai il risultato fu il medesimo, e la fama delle opere di Pythagóras in

occidente si diffuse per tutto il mondo greco fino alle colonie ioniche dell’Anatolía. Fu in quegli anni che, nel Pelopónnesos, cominciò a farsi conoscere un altro Pythagóras, originario dell’isola di Sámos come il filosofo, ma bronzista come mio zio. Sfruttando una leggera somiglianza dei tratti, che risultava accentuata maggiormente dal fatto che il concorrente samio aveva imitato la lunga ed incolta barba del Reggino, questi prese a spacciarsi per il Maestro di Rhégion, ottenendo

alcune commesse. Non era, invero, un cattivo bronzista, anche se lontano migliaia di stadi da mio zio. Pensate che tuttora ignoro se i Locresi lo abbiano fatto apposta, visto che non potevano vincere le resistenze del Reggino a lavorare per dei nemici della propria Patria, oppure siano caduti in buona fede nel tranello dell’omonimia. Fatto sta che essi commissionarono ad Olympia a questo Pythagóras samio la

statua del loro eroe locale Euthymos nelle vesti di vincitore nella gara del pugilato. Una volta caduti in trappola, furono costretti a fare fondere al medesimo impostore un’altra statua di Euthymos, da collocare ai Lokroi, stavolta raffigurato come eroe guerriero. Sono convinto che, tra i posteri, qualche malaccorto pretenderà di riunire in una sola figura i due bronzisti omonimi, magari inventandoci su una storia di esili e di fughe. Io, sinceramente, spero che questo non accada, e avverto i sapienti dei secoli a venire che mio zio ha sempre firmato come Pythagóras Rhegínos, mentre il suo omonimo scrive, correttamente, Pythagóras Sámios. E per quanto riguarda questa faccenda mi pare che si sia detto quello che necessitava e non aggiungerò altro.

Dopo la statua del filosofo e dell’eroe ferito, in un crescendo di entusiasmo, le varie póleis della Megále Hellás cominciarono a fare a gara per avere delle opere di grandi dimensioni firmate da mio zio. Furono questi gli anni più belli per lui. Aveva superato le cinquanta primavere e, anche se gli occhi non funzionavano più come quando era giovane, il talento e l’energia erano rimasti immutati. Perdonate la mia

superbia, ma ricorderete anche voi che, con l’andare del tempo e l’aumentare della fiducia, aveva preso l’abitudine di lasciare a me tutta la parte tecnica, badando maggiormente alla creazione ed allo studio. Pur essendo un artigiano, infatti, era un profondo conoscitore di Hómeros e dei suoi poemi, anche di quelli del Ciclo, oltre che di Stesíchoros e degli altri poeti, non ultimo il nostro conterraneo Íbykos.

Per la guerra troiana, poi, possedeva la prima versione corretta del poema, curata di proprio pugno dal primo che l’avesse studiata, il grande Theagénes di Rhégion. Per quanto riguarda gli Ateniesi sempre boriosi, invece, conosceva bene le opere di Aischylos, di cui ammirava la capacità di rimanere legato alla tradizione, ma gli preferiva Sophoklés per la capacità di guardare dentro l’animo dei personaggi delle

tragedie. Anche lui, mi diceva, intendeva mettere a nudo, nel bronzo, il carattere e la disposizione interiore degli eroi che realizzava. A volte, però, notava che gli Ateniesi, sempre convinti di essere al centro dell’ecumene, modificavano alcuni racconti mitici, cercando quasi di impossessarsene. Mi citava, a tal proposito, il caso della purificazione di Oréstes, il figlio di Agamemnón. Il dio Apollo lo aveva obbligato a vendicare l’omicidio del padre, perpetrato dalla madre Klytaiméstra

insieme dall’amante di lei Aigistos. Oréstes aveva ucciso la madre, rimanendo, però, preda delle Erinyes, che lo tormentavano. Bene: secondo la tradizione vecchia di secoli, il giovane eroe era stato purificato da Apollo e liberato dalla maledizione nel fiume Argeádes, uno dei Sette fiumi che si trovano al confine nord del territorio della nostra polis. Guardate un po’, invece: secondo Aischylos ci sarebbe stato persino un processo all’Areopagos delle Athénai, dove addirittura

sarebbe stato decisivo il voto di Atena. Mio zio era andato in bestia leggendo questi versi, e si era augurato che il popolo dei Reggini gli commissionasse un gruppo statuario di Oréstes purificato da Apollo, per trasmettere ai posteri il mito tradizionale.

Nel periodo reggino Pythagóras ricevette, insieme ad altre, due commesse che lo resero ancora più celebre, se possibile. Da parte dei Krotoniati ebbe il grande onore di poter realizzare il gruppo statuario del dio Apollo che uccide il serpente Pyton, divenendo così padrone del santuario dei Delphoi. Era un opera di dimensioni colossali, e fummo perciò costretti a trascorrere a Króton alcuni mesi per assemblare le varie parti che avevamo fuso qui a Rhégion. Il risultato fu all’altezza

delle aspettative: ancora oggi i visitatori si stupiscono nel vedere i capelli del dio, mossi apparentemente dal vento, e la mirabile torsione della statua, che sembra avvitarsi nell’aria, quasi ad imitare le spire del serpente che ha di fronte.

Ancora più lontano ci dovemmo recare per l’ultimo gruppo statuario che mio zio dovette realizzare qui in occidente. La situazione a Rhégion, negli anni che precedettero l’ottantatreesima olimpiade, era divenuta incandescente. Come tutti sapete, l’origine di questi mali è antica, e risale alla fine della dinastia degli Anassilaidi nel terzo anno della settantasettesima olimpiade, se la mia memoria non mi inganna. La nostra polis aveva avuto una grande fortuna nell’avere tre

governanti della statura di Anaxílaos, di suo figlio Leóphron e poi di Mikythos. Già i figli della seconda moglie di Anaxílaos, i nipoti di Hiáron delle Syrakousai per intenderci, erano di una ben diversa pasta. Ma anche loro, pur con la loro ignavia accompagnata ad una sconfinata superbia, non possono essere paragonati con i perfetti imbecilli che hanno cominciato a mangiarsi Rhégion e tutte le sue ricchezze quando riacquistammo la libertà. La cosiddetta democrazia, nella quale viviamo da allora, troppo di stampo ateniese, nel tipico modo provinciale della nostra pseudo classe dirigente, ha alimentato soltanto un becero clientelismo. Solo noi Pitagorici ci siamo opposti alla legge del governo degli ignoranti, purché con famiglie numerose alle spalle o nati in borghi molto coesi dal punto di vista sociale, come Pelarós o Taisía nella Piana. Noi Pitagorici, contro tutto e contro tutti, abbiamo cercato di mettere al centro della vita politica il merito e la progettualità. Tutti ci hanno dato addosso, in nome delle frittole, della spensieratezza e dell’anarchia che permette a tutti i furbastri di costruire nella terra pubblica e di angariare i propri vicini imponendo loro ogni sorta di abusi. Da quel momento abbiamo vissuto solo poche primavere felici, e solo quando, a prezzo di enormi sforzi, noi Pitagorici siamo riusciti ad avere la meglio politicamente contro il Partito Democratico, formato spesso da gente senza mestiere e senza voglia di lavorare, e contro il Partito dei Ricchi, che tiene insieme i più grandi delinquenti, ricettatori e arricchiti di fresco. Solo in quelle rare occasioni i ranghi dell’esercito, i tesorieri della città, gli amministratori e i tribunali sono stati governati mettendo al posto giusto i più meritevoli ed i più capaci. Nel tempo rimanente ci siamo dovuti battere, spesso sconfitti, per tentare di

mantenere le strade in ordine, e persino per tutelare gli interessi del nostro porto, la nostra vera ricchezza, che i politicanti di mestiere sono sempre stati pronti a svendere agli interessi di Terína, nella Piana lametina, o di Króton, quando non si sono messi d’accordo con i furbi governanti di oscuri borghi collinari indigeni, che i nostri antenati hanno sempre trattato come meritano, soggiogandoli con le nostre

lance.

Scusate lo sfogo, ma la situazione in quegli anni era a dir poco soffocante, e, per colpire l’eteria pitagorica, le minacce cominciarono a piovere sulla bottega di mio zio, colpevole solo di essere un grand’uomo. Per sfuggire alle continue contumelie ed ai piccoli dispetti tipici della piccineria reggina, Pythagóras accettò di realizzare per i Tarantini il gruppo statuario di Europe sul toro, sperando che i mesi di lontananza da Rhégion per il consueto assemblaggio delle varie parti, sarebbero bastati a calmare gli animi ed a riportare la quiete.

La trasferta a Taras, allora governata da membri dell’eteria pitagorica, si rivelò estremamente proficua. Mio zio donò al mondo un altro capolavoro, anche se la stanchezza ed il peso degli anni cominciavano a farsi sentire. Come che sia, riuscimmo nell’impresa e realizzammo una bellissima Europe, tanto affascinante da rapire qualunque sguardo, delicata e fragile su un toro possente, immagine della forza animale. Per completare l’opera, per la prima volta nella storia, Pythagóras fece in modo che il mantello dell’eroina avesse la forma di una vela: una meraviglia a vedersi, ma difficilissimo dal punto di vista tecnico.

Mentre stavamo per tornare a Rhégion fummo avvertiti che un gruppo di facinorosi aveva bruciato la nostra bottega, posta fuori dalle mura urbiche, ma non molto lontana dal quartiere delle Fornaci e vicina quanto basta al fiume Apsía, da dove prendevamo l’argilla e l’acqua necessaria ai vari procedimenti.

Theanô, per costume sempre paziente e molto serena, ebbe l’unico attacco d’ira e di pianto che mai ebbi l’occasione di vedere. Giurò che non avrebbe più messo piede a Rhégion, o, come disse, “in quella tana di serpi”. Pythagóras cercò di placarla, spiegandole che era riuscito a mettere da parte abbastanza argento per ricominciare

l’attività senza grandi problemi. Memore della vicenda occorsa a suo padre, mio nonno, che aveva perso tutto in seguito ad un rivolgimento politico, aveva fatto in modo da diversificare i suoi investimenti, in modo tale da essere tranquillo riguardo al suo futuro economico, prospero anche se non avesse più lavorato fino a tarda vecchiaia. Niente da fare. La moglie, per la prima volta nella loro vita comune, si

impose, e pretese che si tornasse nel Pelopónnesos, là dove erano stati felici da giovani, anche se gli dei, pur molto impetrati, non avevano concesso loro di avere figli.

 

 

L’ultima opera: i Fratricidi (440-435 a.C.)

 

Mentre eravamo a Taras in preda all’incertezza, anche se il governo pitagorico ci aveva assicurato il suo appoggio e ci aveva offerto di regalarci una nuova bottega con fornace, a patto che rimanessimo lì, il destino mosse ancora una volta le sue pedine per farci fare quello che aveva in serbo per noi. Sapendo della nostra presenza tra i Tarantini, il popolo di Argos aveva mandato dei delegati per invitarci a realizzare un gruppo statuario presso di loro. Si trattava di sciogliere un voto che gli Argivi avevano fatto per scongiurare una pestilenza. In quell’occasione gli indovini avevano spiegato l’originarsi del malanno con il risentimento di due eroi che non ricevevano il culto a loro dovuto. Fatte le opportune indagini sacre, si era venuti a sapere che si trattava dei due figli di Oidípous, Eteoklés e Polyneikes, che si erano uccisi reciprocamente in un duello narrato nel famoso racconto mitico dei Sette alle Thebai.

Anche se di argomento odioso, essendo di fatto un fratricidio, gli Argivi avevano deciso di dedicare agli eroi un gruppo statuario che li raffigurava nel momento supremo della loro vita. Pythagóras vide in questa chiamata un segno degli dei e accettò la commessa, anche se pretese per sé la massima libertà di espressione. Non avrebbe realizzato i due eroi moribondi o mentre si trafiggono reciprocamente,

come piaceva tanto ai Tirreni, ma avrebbe mostrato il momento prima del confronto fatale, con la madre Iokáste che, scoprendo i seni da cui entrambi avevano preso il medesimo latte, cercava di porsi in mezzo ai fratelli, mentre il padre Oidípous da un lato e la loro sorella Antigóne dall’altro tentavano di fare da pacieri.

Si trattava, dal punto di vista finanziario, di un’opera di grande costo, che avrebbe assorbito le disponibilità della polis per almeno cinque anni. Dopo una rapida consultazione, però, i delegati plenipotenziari decisero di assecondare il Maestro e tornarono di gran carriera ad Argos per predisporre la bottega, insieme a me e ad altre persone di fiducia dello zio. Lui, invece, sarebbe rimasto a Taras per il tempo di completare i disegni, cosa che, disse, sarebbe durata per tutto il periodo del “mare chiuso” invernale. Alla ripresa della navigazione, a primavera, ci avrebbe raggiunti ad Argos con la moglie, i servi ed il resto dei lavoranti.

Come lui volle, così facemmo, anche se capii subito che lo zio voleva tempo per compiere qualcosa che non aveva a che vedere con la preparazione dei disegni o il mare invernale agitato. La sua volontà era quella di tornare in incognito a Rhégion per dire addio alla sua Patria, da solo e con la libertà di piangere a piacimento. Theanô, che lo amava e rispettava il suo carattere forte e ispido, lo lasciò andare nel suo ultimo viaggio solitario, aspettando con calma il suo ritorno. Questo

viaggio è rimasto avvolto nel più fitto mistero, e mio zio si è sempre rifiutato di parlarmene, mentre quel poco che so viene dalla mia unica fonte: mia zia Theanô.

A primavera il Maestro si riunì con la sua bottega e, mirabile a dirsi, rimase molto contento della scelta del luogo e degli attrezzi scelti. Tra noi, ridendo, dicemmo che il “cerbero”, come lo chiamavamo, stava cominciando ad ammansirsi o che la vecchiaia cominciasse a renderlo docile.

Ma quale vecchiaia! Lo zio appariva pieno di energia, e lavorammo sodo per quattro intensissimi anni. Pur avendo progettato da ogni punto di vista tecnico e artistico l’intero gruppo, Pythagóras sembrava quasi intimorito delle statue dei due fratricidi e più di una volta lo sentii esclamare profeticamente “mio caro Eteoklés, non ti vedrò finito”. Sembrava quasi che avesse paura dei due eroi, così che cominciò a lavorare sulla statua di Oidípous, poi su quella di Antigóne e dopo ancora sulla Iokáste. Soprattutto la madre disperata è un capolavoro, direi anche dal punto di vista teatrale. Guardandola, si vede, per un verso, lo strazio della mamma che capisce che i suoi figli amatissimi stanno per morire, dall’altro il fermo convincimento a farli desistere dalla loro follia. Impressionante è anche la resa del seno cascante e di tutto il corpo da vecchia, reso con una maestria ineguagliabile ed ineguagliata fino ad oggi.

Quando cominciammo a lavorare sul Polyneikes mio zio cominciò a sentirsi sempre peggio. La salute, che lo aveva accompagnato per tutta la vita, cominciò a venir meno. Non che soffrisse di un morbo particolare, anzi lo stomaco ed i polmoni funzionavano egregiamente. Era, invece, come diceva lui stesso, una questione di energia. La sua forza vitale, come avviene nelle lampade quando l’olio per ardere sta

per finire, stava consumandosi. Ma, a differenza delle lampade, la cui luce diviene sempre più fioca fino a che si spegne del tutto, la fiamma dello zio ha brillato nel suo ultimo anno, se è possibile, ancora maggiormente che nel resto della sua esistenza.

Egli alternava fasi di concitazione e di febbrile lavoro a lunghi giorni catatonici, cui seguivano altre fiammate ed altre scintille, fino alla depressione successiva. Per lui era di vitale importanza chiudere questa commessa, e tante volte mi costrinse a giurare, di malavoglia, che avrei portato a termine il gruppo statuario, anche dopo la sua morte.

Mai come in quel caso tentò di mantenersi fedele alla tradizione letteraria. Ricordo distintamente che discutemmo intere serate attorno al focolare sulle due versioni che circolavano riguardo l’età dei figli di Oidípous: secondo Stesíchoros il figlio maggiore era Eteoklés, mentre per i tragediografi attici il primogenito era Polyneikes. La questione, per mio zio, non era di secondaria importanza, perché voleva che l’opera riuscisse a comunicare tutti i messaggi che le erano stati affidati. Aveva, perciò, deciso che i due contendenti fossero effigiati in una posa molto simile, per mostrare il loro essere fratelli; Polyneikes, in ossequio al nome che significa “dalle molte contese” ed al suo carattere, per come descritto dai poeti, avrebbe esibito la fredda determinazione che lo aveva spinto a muovere guerra contro la sua stessa Patria grazie ad un ghigno sarcastico, il primo che mai artista avesse osato raffigurare, mostrando dei denti d’argento nella bocca semichiusa. Eteoklés, invece, sarebbe stato consapevole del destino di morte che gravava su di lui e sul fratello, assumendo un atteggiamento compassato e riflessivo, che certo mal si adatta a chi sta per iniziare un duello all’ultimo sangue e che, perciò, avrebbe colpito chi avesse guardato le statue con un minimo di attenzione.

Letta in quest’ottica, la questione dell’età dei due fratelli era cruciale per due diversi motivi: in primo luogo Pythagóras voleva esibirsi, da virtuoso qual era, in due nudi maschili che mostrassero le differenze tra il corpo giovanile e quello dell’uomo maturo; secondariamente, poi, ma forse ancora più importante agli occhi del Maestro, voleva indicare l’oggetto del contendere della guerra, che consisteva nel governo delle città delle Thebai. Per rendere chiaro questo concetto, quindi, aveva deciso di far indossare ad Eteoklés la kynê, la cuffia che i re ed i generali portano al di sotto dell’elmo corinzio. Essendo la prima volta che si realizzava quell’abbinamento di elmo corinzio e cuffia, che noi Elleni chiamiamo korinthíe kynê, aveva deciso di mostrare, oltre il lungo paranuca ed i paraorecchi, tutti in

rame, anche la parte anteriore della cuffia, che si sarebbe solo intravista sotto il casco.

Rimaneva solo da decidere se la kynê sarebbe stata posizionata sul fratello giovane o su quello maturo. Egli, giustamente, argomentava che, nel quadro dell’accordo tra i figli dopo l’abdicazione di Oidípous, che prevedeva un governo ad anni alterni seguito da un anno di esilio volontario, sarebbe stato inverosimile che il primogenito non avesse preteso di regnare per primo. Essendo, perciò, Polyneikes il fratello

spodestato e costretto a riparare ad Argos, ne deduceva coerentemente che egli fosse il figlio minore. Alle mie proteste che i tragediografi attici affermavano, al contrario, che egli fosse quello maggiore, mi rispondeva che essi erano stati costretti a questa mistificazione per dare un’arma retorica e tentare di giustificare l’operato di Polyneikes: solo facendolo diventare il primogenito avrebbe potuto rivendicare il trono del padre. Ma, nella storia come ci è stata tramandata, l’importante non è la primogenitura ma l’accordo violato. I fratelli si erano accordati per un governo alterno, come è quello dei Dioscuri, e Polyneikes si era attenuto al patto giurato,

rimanendo un anno in esilio volontario, mentre Eteoklés aveva rotto l’accordo, disprezzando i sacri giuramenti. Avendo portato a termine i suoi studi al riguardo, Pythagóras decise pertanto di porre la kynê sulla testa del “maturo” Eteoklés, anche se non poté vedere l’opera compiuta.

Avvenne un fatto singolare, subito dopo la fine delle rifiniture alla statua di Polyneikes, che, per mio zio, fu il segnale della sua prossima dipartita. Dovete sapere, al riguardo, che l’elmo corinzio che il giovane eroe porta sul capo è fissato alla testa con tre diversi accorgimenti: sulle tempie sono stati realizzati degli incassi triangolari che si adattano alla forma dell’elmo nel punto di congiunzione tra le paragnatidi ed il paranuca; all’altezza della nuca è stata creato un largo piano di

appoggio, che permette alla base dell’elmo di poggiare con sicurezza; alla sommità del capo Pythagóras ha voluto che fosse fissato un robusto perno, che permettesse al casco di non ondeggiare in caso di vento. Orbene, nonostante la statua fosse al chiuso, la mattina successiva alla fine dei lavori che la riguardavano trovammo il perno spezzato e l’elmo rotolato a terra.

Pythagóras non si perse d’animo: subito ordinò di segare il pezzo rimanente del perno rotto all’altezza della calotta cranica e fece preparare un secondo perno, più lungo e robusto, da inserire accanto al primo, dopo aver aperto un buco sufficiente a farlo passare. Ammirati per la sua calma olimpica, noialtri eseguimmo celermente i lavori ed alla fine della giornata la statua era di nuovo integra, splendida con lo

scudo oplitico con l’emblema della protome di leone e la lunga lancia a due punte, tenuta dall’eroe con sole tre dita, per non farla toccare a terra.

Mentre ci congratulavamo tra noi, ci accorgemmo che nessuno aveva visto lo zio da qualche tempo. Subito andammo a cercarlo e lo trovammo a letto estremamente debilitato, con accanto Theanô nelle medesime condizioni. Mi fece cenno di avvicinarmi perché mi doveva parlare. Quando mi chinai su di lui, ascoltai le sue ultime parole: “Caro nipote, abbiamo sbagliato con la testa: la scelta del perno non mi soddisfa. Bisogna che ad Eteoklés tu deformi il cranio per fare calzare perfettamente l’elmo. Facendo così, però, bada bene ad inserire sulla testa un piccolo rettangolo in rame, all’altezza dei buchi per gli occhi dell’elmo corinzio, perché ogni cosa sembri vera.”

Questa fu l’ultima frase che gli sentii proferire, perché il grande Pythagóras morì nella notte seguente. Per parte mia, portai a termine la commessa, fondendo quell’Eteoklés che io ritengo completamente opera di mio zio.

Per finire il racconto, vi devo dire che rimasi un’altra decina di anni ad Argos, anche quando iniziò la terribile guerra tra Ateniesi e Spartani, dato che gli Argivi, benché favorevoli alle Athenai si mantennero neutrali. Nel primo anno dell’ottantaseiesima olimpiade avevo deciso di riaprire qui la bottega che fu creata da Pythagóras,

affrontando l’invidia e la meschinità di una parte dei Reggini, ma ne fui impedito dalla spedizione ateniese a Rhégion. Solo adesso, con la “pace di Gela” che Hermokràtes siracusano ha fatto accettare anche a noi Reggini, sono finalmente tornato casa. Conoscendo l’animo gretto di alcuni concittadini, spero proprio di non dovermene pentire …

 

Nota dell’autore

Il grande bronzista Pitagora di Reggio è ancora un fantasma evanescente. Pur essendo stato probabilmente il più grande artista dello “Stile Severo”, gli studiosi non sono riusciti ad attribuirgli nessuna opera e la sua vita fluttua da un capo all’altro del V sec. a.C. senza alcuna logica apparente.

Si è arrivati, per colpa di storici dell’arte più simili a filologi (sempre pronti ad emendare i testi traditi piuttosto che a comprenderli) che ad archeologi, a confondere due figure di scultori tenute ben distinte dalla tradizione letteraria, unificando il Pitagora di Reggio con un Pitagora di Samo, diverso, a sua volta, dal filosofo omonimo. Per giustificare un’ipotesi così surreale, gli studiosi non hanno esitato ad inventare di sana pianta un passato da esule per il bronzista reggino!

Forte di questi precedenti romanzeschi, devo confessarvi di sentirmi autorizzato a compiere un’operazione a mio parere più “scientifica”, rielaborando la vita di Pitagora, ma, come in uno slalom, tenendo conto di tutti i paletti rappresentati dalle fonti storiche ed archeologiche conosciute. Il mio obiettivo dichiarato è quello di rendere Pitagora una figura concreta, figlio del suo tempo, con una successione di opere congruente e logica (vorrei chiedere, per esempio, a tanti storici dell’arte come possano ritenere, visti i tempi tecnici di realizzazione, che un bronzista potesse eseguire più di una grande statua l’anno!).

Un’ultima avvertenza: contrariamente a quanto si pensa anche in Accademia, le fonti parlano con chiarezza di alcuni tipi statuari creati da Pitagora che sono rimasti come ineludibile punto di riferimento per gli scultori successivi. È il caso del Leontisco pancraziaste, della quadriga di Cratistene, del Perseo in volo, dell’Europa sul toro, dell’Apollo che uccide il Pitone, del Filottete sofferente, dei Fratricidi figli di Edipo. Per illustrare il racconto ho cercato di rintracciare, ove possibile, le tracce che le opere di Pitagora hanno lasciato nell’arte classica ed ellenistica.

Al riguardo, tranne che per i Bronzi di Riace, che io ritengo opera originale di Pitagora, il resto delle immagini scelte serve solo ad evocare l’aspetto delle opere del grande bronzista reggino.

Spero, infine, caro lettore, che questo sforzo, nato dall’amore e dal rispetto verso la figura di artista che più ha cambiato da storia dell’arte, possa servire a fare uscire Pitagora dal limbo sofistico e pseudo-filologico in cui è stato finora relegato e ad incoraggiare studi scientifici che lo riguardino.

 

 
LA CITTA’ METROPOLITANA PDF Stampa

VITALE – Da questo punto di vista, considerare il comprensorio reggino parte di un’area metropolitana allargata all’estremità della Sicilia Orientale, è stata sempre un’idea guida di politici e amministratori illuminati. Il primo concreto progetto in tal senso è il Documento Programmatico 1970-1975 del Ministero del Bilancio (all. IV pag. 51 e segg., 1970), compreso nel cosiddetto “Progetto 80”, in cui si evidenzia l’importanza per il Sistema Italia di un efficace collegamento isola/continente che non sia puramente strumentale-tecnico ma passi anche attraverso una solida e strutturata integrazione socio-economico dei territori. Nel “Progetto 80” vengono indicati tre livelli di integrazione: 1) interregionale – comprendente Calabria, Sicilia e, marginalmente, Campania e Basilicata; 2) interprovinciale – embrione di un vero e proprio sistema metropolitano dello Stretto, composto dai territori provinciali di Messina e Reggio; 3) urbano – ipotesi di conurbazione tra Messina, Villa e Reggio. Questa ipotesi di sviluppo dell’Area dello Stretto viene presentata in Parlamento con un ordine del giorno, accettato dal Governo, il 23 marzo del 1982 a firma di Calarco, Vincelli, Santalco, Genovese e Fimognari; ottiene il placet del CER (Centro Europeo Ricerche) nel novembre 1982 in una riunione presieduta dal ministro ai Lavori Pubblici on. Franco Nicolazzi; viene ripresa e approfondita, con il rilevante contributo del sen. Libertini, nel convegno organizzato dalla CGIL a Messina il 15 luglio dello stesso anno “Proposte per il collegamento Sicilia-Calabria, per il riequilibrio Nord-Sud in Europa e nel Mediterraneo”. Poi più nulla fino ai nostri giorni.

 

SCOPELLITI – Come abbiamo in precedenza evidenziato, gli anni Ottanta non erano proprio quelli giusti per concedere a Reggio Calabria la fiducia necessaria per inserirla in grandi e lungimiranti progetti di sviluppo territoriale: abbiamo dovuto attendere il 2009 e la decisione di dare il via definitivo al Progetto Ponte sullo Stretto per ottenere dal Parlamento lo status di Città Metropolitana, ineludibile premessa alla realizzazione dell’Area Metropolitana dello Stretto.

 

VITALE – Lo ricordo come se fosse ieri. Era il 12 marzo di pomeriggio e, insieme a un gruppo di amici della Fondazione Mediterranea, mi trovavo nel Salone dei Lampadari di Palazzo San Giorgio per partecipare a una riunione di studio appunto sul tema della Città Metropolitana. Lei si affaccia dalla grande porta a vetri del salone e ci comunica che le Commissioni Bilancio e Finanza della Camera dei Deputati hanno approvato l’emendamento dell’on. Italo Bocchino del PdL, che aveva assorbito quello presentato dall’on. Laganà del PD, riguardante l’inserimento di Reggio tra le città metropolitane. La qual cosa lasciava prevedere una strada tutta in discesa nella discussione e voto alla Camera e poi al Senato. Come infatti è stato. Si resta tutti un po’ straniti: dopo anni di discussioni, convegni, dibattiti, riesumazione delle vecchie carte del “Progetto 80”, di sogni sulla grande Utopia della Città Metropolitana dello Stretto; ecco che in poche settimane tutto sembra realizzarsi per un insieme di fatti e circostante favorevoli. Giuseppe Strangio, portavoce del Presidente del Consiglio Regionale on. Giuseppe Bova, stila un emendamento che fa firmare all’on. Laganà; subito dopo compare sulla scena la questione del prestito dei Bronzi di Riace al G8 della Maddalena; poi ancora è la Grande Icona della Modernità, il Ponte sullo Stretto deliberato al Cipe, che irrompe sulla scena con la sua imbarazzante imponenza; sullo sfondo la presenza nel territorio del più grande porto del Mediterraneo. Tutto in poche settimane: anni di lavori sotto traccia, di tentativi di contemperare in fatti politici bipartisan le logiche degli opposti schieramenti, di sana lobby localistica; tutto spazzato via e messo da parte da una grande vittoria che ci proietta nel futuro.

 

SCOPELLITI – Una grande vittoria non solo per Reggio ma per tutta la Calabria. Vittoria che è stato possibile ottenere solo perché la nomea di Reggio che oggi circola è di una piccola ma bella e dinamica città dalle enormi potenzialità, suscettibili di piena attualizzazione solo in un ambito territoriale modernamente integrato come area metropolitana. Vittoria che sarà completa e definitiva quando si riuscirà a esportare questo modello di sviluppo in Calabria e quando, con un altro emendamento alla legge sulle autonomie locali che avrà come primo firmatario ancora l’on. Bocchino, si otterrà la possibilità di un consorzio di due aree metropolitane di cui una si trovi in una regione a statuto speciale come la Sicilia. Da questo consorzio dovrebbe prendere vita il progetto di ingegneria amministrativa più innovativo e carico di aspettative di tutta la storia repubblicana italiana: progetto che verrebbe sublimato con l’avvio definitivo della costruzione del collegamento stabile tra le due sponde dello Stretto.

 

VITALE – Col ponte o senza ponte, la vera integrazione tra le città che si affacciano sullo Stretto avverrà solo quando i collegamenti via mare saranno efficienti e sicuri: cosa che inseguiamo da più di un secolo. È alla fine del XIX secolo, quando l’attraversamento dello Stretto di Messina è ancora affidato a navi a vela, l’ingegnere navale Antonino Carabetta completa lo studio progettuale di mezzi capaci di trasportare anche carri ferroviari. Se ne discute in Parlamento e l’ammiraglio Bettolo, sostenitore dei progetti di Carabetta, viene zittito dall’allora Ministro ai Lavori Pubblici che definisce ridicolo impegnare ingenti risorse “per quattro ceste di frutta che passano da Messina a Reggio”. Nonostante questa presa di posizione, il tandem Carabetta-Bettolo vince e, il 1° novembre del 1899, viene inaugurato ufficialmente il servizio di trasporto sullo Stretto con una coppia di navi traghetto a pale della lunghezza di 50 metri, “Scilla” e “Cariddi”, in grado di trasportare sei carri ferroviari ciascuna. A queste si aggiunsero nel 1905 la “Calabria”, radiata nel 1927, e la “Sicilia”, radiata nel 1933, più moderne ma con la stessa impostazione a pale e con la stessa capienza. È con l’era dei “ferry boats”, alias “ferribotto”, che nasce la nuova realtà geo-economica dell’Area dello Stretto.

 

SCOPELLITI – Quella moderna, evoluzione dell’integrazione realizzata nel Seicento sotto il dominio spagnolo. Ho letto che i superstiti registri parrocchiali della Chiesa della Candelora a Reggio, infatti, ci dicono che nella prima metà del 1600 quasi una famiglia su cinque di quelle ivi residenti era messinese; lo stesso fenomeno era specularmene presente a Messina nei registri della Chiesa di Santa Maria dell’Arco. In quel periodo, sotto la dominazione spagnola, furono proprio le interazioni commerciali con l’altra sponda (esportazione della seta grezza, la cui produzione era l’attività trainante del reggino, attraverso il porto franco di Messina) che protessero Reggio da una crisi economica tanto accentuata da mandare in crisi demografica la restante Calabria.

 

VITALE - L’immane tragedia del sisma del 28 dicembre 1908, e gli eventi legati alla guerra del 1915-18 (nel 1917 affondò la “Scilla” per un contatto con una mina: nel dopoguerra venne sostituita con la “Scilla II”, cui seguirà la “Messina”) e alla seconda guerra mondiale (sopravvisse al conflitto solo la “Messina”; le nuove “Reggio”, in servizio dal 1910, “Aspromonte”, in servizio dal 1922, e “Scilla” vennero affondate; “Cariddi” e “Villa”, in servizio dal 1910, ricevettero l’ordine di autoaffondamento), interrompono la strutturazione dell’Area, che riprende progressivamente a integrarsi nel secondo dopoguerra con la ricostruzione della flotta e con l’affacciarsi sullo Stretto degli armatori privati.

 

SCOPELLITI – In effetti si può parlare di Area dello Stretto dal punto di vista di una concreta integrazione solo a partire dalle idee, di cui abbiamo parlato prima, delineate nel Progetto 80, indubbio frutto dell’influsso degli armatori privati. Privati che, insieme al pubblico, gestiranno la cosiddetta metropolitana del mare.

 

VITALE – Termine usato con un’eccessiva leggerezza dai media. Per poter parlare di servizio di trasporto metropolitano, si devono avere le seguenti caratteristiche: servizio frequente, costante, temporalmente esteso almeno a 18 ore, di facile accesso e di basso costo. A me sembra che nessuna, proprio nessuna, di queste caratteristiche sia presente nell’attuale progetto, che è solo un passo avanti ma che non risolve per nulla i problemi sul tappeto. L’ideale sarebbe partire da un biglietto unico, emesso a prezzo politico, da poter utilizzare sulle reti urbane terrestri di Messina e Reggio e valido anche per il traghettamento. Verrebbe riconosciuto, tramite un’integrazione tariffaria finanziata dalla due Regioni come avviene per le autolinee, da tutti i vettori sia pubblici che privati.

 

SCOPELLITI – Condivido il progetto, che mi propongo di portare avanti per quel che riguarda la competenze dell’amministrazione cittadina: ricordo che è stato presentato, unitamente a un volumetto illustrativo, a Palazzo San Giorgio dalla Fondazione Mediterranea nel 2006.

 

VITALE – Nel Novembre 2006, per la precisione. E prima di allora il 10 giugno a Palazzo Zanca in Messina. Il volumetto dal titolo “La Metropolitana del Mare”, per la cronaca è stata la prima volta che è stata usata queste definizione, è stato scritto a quattro mani da Giuseppe Vermiglio, ordinario di Diritto della navigazione all’Università di Messina, e da Giuseppe Gattuso, ordinario di Trasporti alla nostra Mediterranea.

 

SCOPELLITI – Sulla necessità di accelerare l’integrazione sullo Stretto non penso vi possano essere dubbi. Sarebbe opportuno, però, pensare anche a qualcosa di più vasto e organico ossia a un’integrazione tra la parte meridionale Calabrese e la Sicilia Orientale o, estensivamente, tra la Calabria e la Sicilia, cosa che potrebbe avvenire con più facilità in presenza di un attraversamento stabile. Si sfrutterebbe meglio la posizione baricentrica nel Mediterraneo del sistema calabro-siciliano.

 

VITALE - La Calabria, almeno quella meridionale, ha sempre guardato con attenzione alla Sicilia. Un anonimo poeta dell’Antologia Palatina così recita in alcuni versi scritti per commemorare il poeta Ibico: “Io canto Reggio, estrema città dell’Italia marina / Che si abbevera sempre all’onda di Trinacria”. L’identità reggina, d’altronde, è stata sempre un po’ “insulare”: non è senza significato, infatti, che in alcune cronache bizantine anche l’estremo lembo dello Stivale venisse chiamato Sicilia. Inoltre, ci fu un periodo in cui, dopo la caduta in mano araba di Siracusa avvenuta nell’878, il titolo di Metropolita della Sicilia fu assegnato all’Arcivescovo di Reggio. Nel codice Vat. Gr. 1650 datato 1037, al f. 185 in una postilla scritta dal chierico siciliano Teodoro in servizio all’Arcivescovo di Reggio, si legge che ancora allora questi era il Metropolita della Calabria e della Sicilia. D’altronde lo Spanò-Bolani, parlando di quel periodo, così dice: “Donde seguì che quest’ultimo lembo d’Italia fosse chiamato alcune volte Sicilia, e così incontra presso i cronisti bizantini esser detto Vescovo di Sicilia il Vescovo di Reggio”. Come vede, possiamo dire che i calabresi, o almeno quelli meridionali, sono anche un po’ siciliani, almeno culturalmente e storicamente.

 

SCOPELLITI - Pur non estremizzando i concetti, come mi sembra che per motivi affettivi lei stia facendo, è un dato inoppugnabile che, se si vuol parlare di flussi di traffico marittimo intra ed extra mediterranei, non si può parlare solo di Reggio e della Calabria ma anche della Sicilia, i cui porti sono destinati a fare sistema con quelli calabresi e soprattutto con quello di Gioia Tauro, collegato tramite un’unica autorità portuale con quello di Corigliano, sulla costa ionica calabrese.

 

VITALE – Un sistema portuale dello Stretto o siculo-calabrese per sfruttare al massimo le potenzialità del porto transhipment di Gioia, inaspettato regalo del fallimentare Pacchetto Colombo, affinché non faccia solo quello e diventi un vero volano economico, è quanto di meglio si possa sperare.

 

SCOPELLITI - Il grande vantaggio di Gioia Tauro è stato di non essere una cittadina portuale e di avere ampi spazi liberi a ridosso del mare. La seconda metà del Novecento, infatti, dal punto di vista della portualità commerciale, è stata connotata dall’abbandono del tradizionale sistema di intreccio porto-città e dal tramonto della vecchia immagine di città portuale, fatta della coesistenza di grandi moli con un indistinto conglomerato di vicoli e darsene e baracche e capannoni. Si è andati, in altri termini, verso una riconfigurazione degli assetti portuali esistenti, soprattutto di quelli inglobati in grandi aree metropolitane, aprendo varchi perimetrali verso spazi retroportuali liberi e riqualificabili con infrastrutture di supporto alla catena della distribuzione integrata. Tutte cose che Gioia ha.

Ora, posto che l’Europa ci sta dando una mano con l’estendere l’asse ferroviario del Brennero ad alta velocità (il Berlino-Verona ovvero il primo tra i progetti prioritari di interesse comunitario) fino alla tratta Napoli-Reggio-Catania, il futuro di Gioia Tauro, che naturalmente non potrà essere fatto di solo transhipment, è legato a tre fattori: 1) la sistemazione del suo retroporto (interporto, zona franca, ecc.); 2) il suo collegamento con l’Europa; 3) la possibilità che Gioia faccia sistema con gli altri porti dell’Area dello Stretto (Milazzo, Messina, Villa, Reggio) per aumentare il suo “peso”.

 

VITALE - Torna sempre e comunque il tema dell’integrazione come moltiplicatore di opportunità.

 

SCOPELLITI - Non è un problema solo nostro: è Il tallone d’Achille di tutta la portualità italiana. In un quadro generale che ha visto la movimentazione complessiva di merci containerizzate nel Mediterraneo tra il 1990 e il 2000 passare da 6,7 a 17 milioni di teus, con un tasso di crescita medio annuale del 13% dei suoi otto maggiori porti (Algesiras, Barcellona, Valencia, Marsiglia, Genova, La Spezia, Gioia Tauro, Il Pireo) rispetto al 10% dei principali scali marittimi del Nord Europa (Le Havre, Anversa, Rotterdam, Amburgo, Londra-Felixstowe), il sistema portuale italiano risulta ancora caratterizzato da una forte frammentazione e sottoutilizzazione. Si pensi solo che l’insieme dei porti italiani ha una movimentazione di circa 6 m.teus all’anno, inferiore a quella del solo porto di Rotterdam, che nel 2002 ha movimentato 6,2 m.teus.

 

VITALE – Comunque non bisogna sprecare la grande opportunità che la Storia ha offerto alle nostre terre. Nel 1492 l’impresa di Cristoforo Colombo condanna il Mediterraneo alla marginalità: bastano pochi decenni per spostare l’interesse geopolitico delle grandi potenze dell’epoca e con esso il baricentro economico-commerciale dal Mare Nostrum all’oceano Atlantico e alle rotte che collegano l’Europa al Nuovo Mondo. A distanza di cinquecento anni, nei primi anni Novanta del secolo scorso, un combinato di mutamenti geoeconomici e innovazioni tecnologiche rimescola le carte, sì che i porti del Mediterraneo riacquistano una nuova centralità nei grandi flussi di merci su scala intercontinentale.

 

SCOPELLITI - Certo. Posto che l’economia mondiale oggi poggia su tre pilastri (Estremo Oriente, Europa e Nord America) e che la stragrande maggioranza del traffico commerciale tra questi poli avviene via mare tramite il trasporto containerizzato, l’affermarsi dell’intermodalità e delle tecniche “hub and spoke” rende economicamente più vantaggiosa la rotta che, lungo l’asse Asia-America, passa per il canale di Suez. La qual cosa, per le grandi navi portacontainer, comporta l’attraversamento del Mediterraneo e il transhipment nei porti hub dell’Europa meridionale. È necessario, fondamentale, che Gioia Tauro concorra ad armi pari con gli altri porti: l’assenza di buoni collegamenti con il Nord, ma anche con in sud ovvero con la Sicilia, le sarebbero esiziali.

 

 

VITALE – In prospettiva, quando si attualizzeranno i disposti emanati da Jacques Barrot – oggi Vicepresidente della Commissione europea per la Giustizia e la Sirurezza – quando era Commissario ai Trasporti, sulle linee ferroviarie dedicate al solo trasporto merci (dry channel ferroviario) percorrenti i corridoi strategici di attraversamento dell’UE, le velocità commerciali dei treni/blocco potranno elevarsi a 100 km/h. L’attivazione di uno shuttle ferroviario Gioia-Rotterdam potrebbe aprire inedite prospettive. Le merci provenienti a Gioia dal Far East, dai porti cinesi di Shangai e Hong Kong con le grandi navi porta container di più recente e futura generazione (8.000 - 10.000 - 12.000 TEUs), infatti, potrebbero essere destinate, oltre che al bacino del Mediterraneo e all’Europa, anche al Nord America tramite il porto di Rotterdam, già collegato con New York da un regolare shuttle marittimo. Questa tratta (Shangai-Gioia Tauro- Rotterdam-New York) ridurrebbe i transit time sia rispetto alle rotte all water Shangai – Rotterdam - New York e Shangai – Algeciras - New York sia rispetto al tragitto misto Shangai – Genova - Rotterdam lungo il Corridoio 24. Ma non è tutto. Questa tratta per Gioia sarebbe competitiva anche con la rotta transpacifica “Singapore - Los Angeles – New York ” via landbridge ferroviario trans americano.

 

SCOPELLITI - Il futuro di Gioia sembra essere sempre più legato ai suoi collegamenti ferroviari, ma anche alle sue relazioni marittime. Le autostrade del mare, o strade mediterranee, sono un servizio di trasporto marittimo alternativo alla viabilità ordinaria su strada delle merci, che prevede linee di cabotaggio di più imprese per svolgere collegamenti tra Nord e Sud Italia e negli Stati europei che si affacciano sul mar Mediterraneo. Questo sistema, che si basa su moderne flotte di navi Ro-Ro con maggiore velocità di navigazione e sul concetto di intermodalità, con cui le merci si possano velocemente spostare e trasbordare tra vari mezzi di trasporto, non dialoga con il sistema di trasporto transhipment. Nel Mezzogiorno d’Italia, quindi anche nel sistema Calabria-Sicilia e nell’Area dello Stretto, queste due reti marittime si sovrappongono ma non si integrano nonostante la loro massiccia e contigua presenza. Il 50% della capacità di trasbordo del Mediterraneo si concentra in tre porti tutti localizzati nel Mezzogiorno (Gioia Tauro, Taranto e Cagliari) con scarse ricadute economiche ed occupazionali sul territorio, mancando totalmente in questo la capacità di assorbire/generare traffico e le strutture per manipolare e ridistribuire il carico interno al contenitore stesso. Tra Sicilia, Campania e Puglia è concentrato oltre il 75% delle linee marittime delle Autostrade del Mare, e la Sardegna è il punto di riferimento nel Mediterraneo per il cabotaggio obbligato. Queste due reti, nate con finalità diverse, che utilizzano tipologie di navi e di porti e di unità di carico sostanzialmente distinte, non dimostrano tendenze spontanee all’integrazione. Si perdono quindi grandi occasioni di sinergie, pur rappresentando ognuna delle due reti punte di eccellenza a livello internazionale. Il futuro di Gioia, oltre che nei collegamenti via terra, si giocherà anche sul piano della nostra capacità di far interagire queste due reti marittime.

VITALE - E dobbiamo fare veramente in fretta perché la Storia, una volta offerte le opportunità, non aspetta. I giochi a nostro favore, infatti, potrebbero anche cambiare. L’aumento medio della temperatura terrestre, per via dell’effetto serra e più genericamente della polluzione ambientale, ha comportato una progressiva riduzione dell’estensione dei ghiacci polari con la conseguenza, nell’emisfero nord del pianeta, di rendere agibili ampi tratti del mar glaciale artico non solo alle navi rompighiaccio. È così che questa estate il Passaggio a Nord-Est attraverso lo Stretto di Bering, tra la Siberia russa e l’Alaska statunitense, nella rotta che dal Far East asiatico porta al Nord Ovest dell’Europa, è stato violato da due navi mercantili che dalla Corea del Sud sono arrivate in Olanda. Il risparmio è stato di 4000 miglia nautiche, equivalenti a 7200 chilometri (rispetto al tragitto che, passando per il Canale di Suez, è lungo 11000 miglia, ovvero 19800 chilometri) e, in carburante, di circa 500.000 euro per nave. La centralità mediterranea nei traffici marittimi, riacciuffata con il taglio dell’istmo di Suez nella seconda metà del XIX sec. e con la comparsa dei container e dell’intermodalità tra gli anni ’50 e ’90 del XX sec., dopo l’apertura al traffico commerciale dello Stretto di Bering, ipotesi non fantascientifica visto l’attuale trend di surriscaldamento terrestre, nel XXI sec. si potrebbe nuovamente perdere.

 

SCOPELLITI – Anche per questi motivi, che non dipendono dalla nostra volontà, pur non trascurando di approfittare dei grandi trend planetari, ci si deve concentrare a produrre uno sviluppo locoregionale solido che, basato su ricchezze e capacità interne, sia capace di attrarre capitali e investimenti.

 

VITALE – Tutto quanto fin ora detto si innesta nell’idea di partenariato sviluppato tra le due sponde del Mediterraneo e lanciato durante la Conferenza di Barcellona del novembre del 1995: si dovrebbe concretizzare entro il 2010 in una zona di libero scambio euromediterranea, nonostante che i calendari di smantellamento dei diritti doganali e di apertura commerciale siano diversi in funzione dei paesi e dei settori economici interessati.

 

SCOPELLITI – Un appuntamento importantissimo. Una spiegazione pratica su ciò che in futuro potrebbe accadere con l’integrazione economica e commerciale della regione mediterranea. Il “Protocollo PanEuroMed sul cumulo d’origine”, che riguarda i 40 membri del sistema PanEuroMed, autorizza gli imprenditori a cumulare le trasformazioni dei loro prodotti in vari paesi della regione per avere un trattamento doganale preferenziale. Quindi, ad esempio, una volta creato un modello in Italia da una casa di moda francese, la fibra tessile potrà essere tessuta in Tunisia per poi essere rifinita in Marocco e tinta in Egitto: a seguire potrebbe entrare nel mercato europeo senza pagamento di diritti doganali. Ma la cosa importante del Protocollo di Barcellona

Sta nel fatto che comporta non solo l’agevolazione degli scambi tra i partner e l’abbassamento delle tariffe doganali ma anche la creazione di infrastrutture trasversali di trasporti, ferroviari e stradali ed aerei, la convergenza verso un quadro normativo comune e, soprattutto, una particolare incentivazione nel settore dell’educazione con riconoscimento di diplomi e scambi universitari.

 

VITALE - Va da sé che una città come Reggio insieme all’Area dello Stretto, per la posizione geografica ma anche per la naturale vocazione turistica e il patrimonio culturale in istituti formativi, potrebbe avvantaggiarsi moltissimo in un contesto in cui il sistema Sicilia-Calabria apparirebbe non più il sud dell’Europa ma il nord del Mediterraneo.

 

SCOPELLITI – Il destino naturale della nostra città, dell’Area dello Stretto e del sistema Sicilia-Calabria, nella citata ottica popperiana del doveroso ottimismo, è di divenire, anzi di ridivenire, un punto di riferimento stabile e certo per tutto il bacino mediterraneo come lo furono le polis della Magna Graecia. Per costruire questo nostro futuro dovremo accogliere l’illuministico incitamento di Immanuel Kant a “non aver paura di usare la nostra intelligenza”. Le genti del Meridione, della diaspora meridionale, hanno saputo in altri lidi costruire l’eccellenza, nella cultura e nell’arte, nella ricerca e nelle scienze, nell’economia e nel commercio: non dobbiamo avere timore di usare questa nostra intelligenza per costruire un futuro migliore per questa nostra terra, in questa nostra terra, affinché i suoi figli non siano costretti a cercare sbocco altrove per attualizzare le loro potenzialità.

Con tale augurio la ringrazio per il contributo che con questo suo lavoro certamente darà alla realizzazione della nostra idea di città.

 

VITALE – Sono io a ringraziarla per la sua disponibilità

 
IL BRONZISTA DI REGGIO PDF Stampa

Di Daniele Castrizio

Il periodo ad Olympia (480-448 a.C.)

 

Arrivati nel Pelopónnesos, i miei zii si resero conto di essersi gettati nel baratro dell’ignoto senza nessuna rete di protezione. Un giovane bronzista, per dirsi tale, doveva avere tutti gli operai e gli aiuti che gli sarebbero stati indispensabili. Lui, invece, era da solo, senza una bottega ed una fornace, ignoto e senza aver realizzato alcuna opera che poteva testimoniare sulla sua valentia di artista.

Per sua fortuna, la sua buona stella non si dimenticò di lui.

Quell’anno aveva vinto ben due corse, quella dello stadio e quella del doppio stadio (che noi Elleni chiamiamo díaulos), un atleta di Kroton, Ástylos, figlio di un eminente pitagorico in dissidio con gli altri “matematici” della sua città. Per questo motivo, e anche per tentare di rafforzare la piccola eteria pitagorica delle Syrakousai, Ástylos, nel momento della proclamazione della sua vittoria, si era fatto chiamare “siracusano”, mandando in bestia tutti i suoi concittadini, che

cominciarono a qualificarlo come “rinnegato” ed arrivarono al punto di abbattere persino le statua che avevano fatto collocare nel tempio cittadino di Hera Lakínia dopo sue precedenti vittorie.

Per questo motivo, anche se le gare erano già finite, il buon Ástylos non era riuscito ancora a commissionare la statua celebrativa della sua doppia vittoria. Non che gli mancassero i mezzi, anzi! Lo stesso Hiáron, fratello del tiranno siracusano Gelon e tiranno a sua volta di Gela, lo aveva posto sotto la sua ala protettrice, assicurandogli

mezzi ed appoggi. Il problema è che Ástylos non voleva che la sua doppia e straordinaria vittoria venisse immortalata con il solito kouros tradizionale, che anche lui aveva preso a chiamare “di stile dedalico”, per dire vetusto, antiquato.

Sulla piazza, però, nessuno dei vecchi maestri era in grado di soddisfare le sue richieste, così si erano persi mesi e mesi per cercare di trovare un artista innovativo, senza alcun risultato. Alla fine, su consiglio di Hiáron, l’atleta si decise di indire una gara per giovani apprendisti di belle speranze. I vari partecipanti avrebbero dovuto

presentare i bozzetti in creta della propria opera proposta, che sarebbero stati esaminati dalla famiglia e dagli amici di Ástylos. Il vincitore avrebbe avuto la commessa per l’opera in bronzo, potendo impiantare da zero una nuova officina ad Olympia, che sarebbe stata finanziata per intero dal committente.

L’occasione, come potete arguire, era proprio ghiotta, ma il nostro Pythagóras rischiò ugualmente di non potervi partecipare, perché non aveva l’argento nemmeno per prendere in affitto un magazzino dove realizzare la statua in creta da inviare alla contesa.

In quel momento cruciale gli venne in aiuto l’eteria pitagorica.

Mio zio, nonostante la giovane età, aveva passato già gli stadi di “postulante” e “neofita”, essendo già un “acusmatico”. Con questo grado si presentò da Ástylos, chiedendogli in prestito l’argento per affittare una piccola casa con una fornace e un locale adattissimo a divenire il laboratorio di un bronzista. Si trattava, disse, di una vera e propria occasione, perché il vecchio padrone, un fabbro, era morto senza figli e lui e sua moglie si erano impegnati ad accudire l’anziana vedova. L’argento, disse, lo avrebbe reso quando avesse vinto e fosse stato pagato.

Sulle prime Ástylos scoppiò a ridere vedendo la presunzione del giovane reggino, poi chiese di poter vedere i disegni preparatori e rimase di sasso osservando la bellezza e l’arditezza dell’opera ideata da Pythagóras.

Si tramanda anche un dialogo tra i due, ma mio zio, al riguardo, non ha mai voluto confermarlo o smentirlo.

«Mio giovane amico,» avrebbe detto Ástylos, «i disegni sono meravigliosi, e, per Zeus, incredibilmente somiglianti a me stesso. Ma come hai fatto?»

«L’altro giorno ti ho visto mentre ti allenavi. Purtroppo non avevo del papiro con me, così sono stato costretto ad usare un coccio che ho trovato sulla via del ritorno su cui ho disegnato usando solo la memoria.»

«Veramente sorprendente, amico mio! Tu hai trovato il modo di fermare l’attimo in cui inizio a correre, e si vede tutta l’energia che si sprigiona durante le prime falcate. Il volto, poi, è incredibile, perché sembro concentratissimo e quasi ispirato da un dio. Con altrettanta sincerità, però, ti devo dire che credo che una statua simile non rimarrà in piedi, ma si accartoccerà su se stessa appena tu la realizzerai.»

«Ti sbagli, Ástylos. La mia statua resterà perfettamente in piedi, perché ho bilanciato il suo peso in modo che esso gravi sulle gambe e sui piedi, come se fosse la tua stessa persona.»

«Ammettiamolo pure, ma come farai a rendere tutte le ciocche dei capelli che hai disegnato?»

«Le fonderò una per una e poi le salderò alla testa della statua.»

«Sarà un lavoro immane e di grande precisione!»

«So di poterlo fare e, se mi darai l’argento necessario, lo farò. Vedrai se lo farò!»

«E come farai per la fusione? Mi sembra, invero, che sarà difficile congiungere le varie lastre di bronzo per realizzare una statua che sembrerà realmente un altro me stesso.»

«Ci ho pensato per due anni, e credo di avere la risposta tecnica, ma per ora deve rimanere un segreto. Ti posso solo dire che realizzerò la statua in due grandi fusioni che poi assemblerò. Per il momento, credimi, di più non posso svelarti.»

Ástylos sorrise alla caparbia sicurezza del giovane Pythagóras, e lo guardava con una espressione fra il divertito e l’incredulo. Mentre era ancora in dubbio, mio zio aggiunse: «Ti vedo perplesso, ma credo che quando ti accingi a correre una gara tu dici a te stesso che nessuno degli altri atleti ti potrà superare in velocità. Tu certo sei consapevole di ciò che sei in grado di fare e di quello che non puoi arrivare a compiere. Perché credi che per me sia diverso?»

Il giovane atleta si fece di colpo serio e, a quanto si dice, finalmente comprese con chi aveva a che fare. Immediatamente, perciò, diede ordine allo schiavo che fungeva da tesoriere di consegnare al giovane reggino la somma che gli avesse richiesto.

Come vi ho detto, non so se questo aneddoto sia veritiero, ma so con certezza che Pythagóras e Theanô andarono a vivere nella casa della vedova del fabbro, dove mio zio realizzò il bozzetto in creta della statua che aveva intenzione di realizzare. Mi raccontò una volta zia Theanô che, dovendo operare senza assistenti, lo zio fu costretto a lavorare giorno e notte, praticamente senza dormire mai, per almeno

sette giorni, pur di poter consegnare il prototipo in creta nei termini della gara.

Il giorno del giudizio, so che, prima dello zio, si presentarono due giovani speranze ateniesi ed uno scultore ionico. La giuria di amici di Ástylos pretese che i quattro concorrenti togliessero la copertura che proteggeva le loro realizzazioni uno alla volta, sì da amplificare il pathos della competizione. Essendosi iscritto per ultimo, il Reggino dovette aspettare che gli altri artisti mostrassero quello che avevano ideato. I giudici rimasero molto colpiti dalle tre opere precedenti, in cui lo stile

“dedalico” era ormai completamente superato e le statue sembravano riprodurre in modo naturalistico Ástylos in tre atteggiamenti diversi.

Non c’è che dire: si trattava di tre capolavori, ed i giudici affermarono che scegliere tra i vari artisti sarebbe stato veramente complicato. Fu a questo punto che Ástylos in persona, leggermente beffardo, chiese a Pythagóras di togliere il telo dalla sua statua di creta. Mio zio, secondo il suo stesso racconto, si avvicinò lentamente alla sua creazione e, con un rapido gesto della mano, fece scivolare il panno che copriva la sua statuetta. Si narra che, appena la creazione del Reggino fu visibile, non

solo Ástylos e gli altri giudici, ma persino i tre altri artisti cominciarono a battere le mani ed a dichiarare di non avere visto mai un’opera di simile bellezza.

Voi, amici reggini, potreste chiedermi che cosa videro di tanto straordinario, ma, in fondo, lo sapete. Mio zio era unico per tre aspetti inimitabili: la statua sembrava realmente catturare le movenze del corpo umano, tanto da sembrare realmente in movimento; la precisione dell’anatomia era perfetta, come pure i capelli e gli altri

particolari, che erano resi con un’acribia assolutamente priva di confronti; il ritmo della statua dava l’impressione della grazia, dell’armonia e dell’eleganza.

Tutte e tre le statue degli artisti che lo avevano preceduto erano certamente di mirabile fattura, ma quella di mio zio era totalmente innovativa, dischiudendo orizzonti infiniti all’arte della bronzistica.

Inutile dire che mio zio vinse la commessa e riuscì ad impiantare la sua officina ad Olympia, ma i problemi tecnici erano appena cominciati. Come forse avete sentito dire, Pythagóras era pignolo oltre ogni misura, ed i suoi assistenti e lavoranti dovevano essere all’altezza delle sue aspettative. Il suo metodo, che mi ha trasmesso e che ormai è adottato da molti artisti, consisteva nell’utilizzare il sistema della fusione a cera persa diretta, senza avvalersi di una matrice di argilla.

Tale sistema necessitava di grande autocontrollo, perché non si aveva un originale di argilla (come fanno oggi tanti che pretendono di chiamarsi bronzisti) da cui, mediante stampi, ricreare l’anima di creta che andava ricoperta di cera. Nossignori! Mio zio – ed io l’ho appreso da lui – plasmava direttamente nella creta la statua che voleva fondere, senza una copia di sicurezza in caso di sbagli o di cattiva fusione. Ne

parlammo tante volte: la possibilità di intervenire direttamente sulla creta e sulla cera gli permetteva di essere molto preciso nei particolari e nel rilievo delle vene e dei capelli. Io, per parte mia, non posso che dichiararmi completamente d’accordo con il suo grande magistero: il modello di sicurezza non garantisce altrettanta precisione ed acribia.

Certo, se si incorre in errori, si rischia di gettare a mare il lavoro di interi mesi, ma, per tutto il tempo che io sono stato insieme allo zio, devo dire che non abbiamo mai sbagliato una preparazione per la fusione.

Sapete certamente, sia pure per grandi linee, come avviene tutto il processo. Mio zio realizzava su fogli di papiro i disegni preparatori della statua o del gruppo che doveva fondere, chiarendo a se stesso ed all’intera bottega tutti i particolari che sarebbero stati realizzati. Questi disegni, da soli, sarebbero delle opere d’arte straordinarie, e so bene che la forza della mia bottega è quella di averli ereditati insieme a tutti i trucchi del mestiere.

Dopo aver impiegato circa un mese lunare per disegnare l’opera da tutti i punti di vista, ed aver progettato il sistema con cui l’avremmo fusa (tutta intera, oppure in due o più parti), Pythagóras creava un modello in scala, in creta, che sarebbe servito come punto di riferimento. Durante tutti i processi successivi, all’interno della bottega erano visibili e consultabili sempre i disegni preparatori ed il modello in scala, perché nessun lavorante potesse sbagliare e dire di aver compreso male un particolare, fosse pure un capello.

Finita questa fase, in cui solitamente lo zio era una specie di vulcano che doveva eruttare, irascibile e scontroso, anche se sempre gentile in famiglia, cominciava il lavoro vero e proprio di realizzazione del modello in cera. Per fare ciò il Maestro realizzava in terra di fusione un simulacro della parte della statua che avremmo dovuto fondere, senza badare ai particolari minuti. Bastavano, per lo scopo che si era prefisso, solo i volumi, perché al di sopra egli avrebbe steso uno strato

di cera, che, al contrario, sarebbe stato oggetto di tutte le sue cure e le sue attenzioni. A volte, ricordo, impiegava un altro mese lunare solo per rifinire la superficie della cera. Diceva sempre che uno sbaglio in quella fase avrebbe compromesso il risultato finale dell’opera. Lo stesso strato di cera doveva essere sottile al punto giusto, in modo da non risultare troppo spesso ma nemmeno troppo sottile. Il perché di queste attenzioni è comprensibile: il bronzo costa caro e non si può sprecarlo facendo la statua troppo spessa, ma è nel contempo molto fragile, quindi non si può esagerare rendendola troppo sottile. Essendo lui uno dei pionieri di questa tecnica, era riuscito empiricamente a calcolare uno spessore adeguato, che ha trasmesso soltanto ai suoi pochi allievi.

Quando si riteneva soddisfatto del risultato, si passava alla fase successiva: l’anima in creta e la cera sottilissima che era stata stesa e modellata con cura venivano coperte con un altro strato di argilla.

Anche questa operazione, a sentir lui, era delicatissima e fondamentale. Non bisognava, infatti, alterare la bellezza delle sue incisioni a rilievo nella cera. I nostri lavoranti, quindi, dovevano operare sotto la sua diretta supervisione, e avreste dovuto essere presenti per ascoltare gli strepiti e le urla di mio zio ad ogni minimo sbaglio.

Durante questa fase, il Maestro doveva individuare con esperienza i punti di scolo della cera, realizzando una specie di scheletro esterno, che doveva permettere in un primo momento alla cera fusa di uscire e, poi, al bronzo di entrare al suo posto. Per facilitare queste operazioni erano necessarie alcune accortezze supplementari.

Le maestranze, per tempo, dovevano avere prodotto moltissimi chiodi distanziatori, che avrebbero permesso all’intercapedine formatasi con lo scioglimento della cera di non collassare e appiattirsi sul modello in terra di fusione. Importantissima era, poi, anche la scelta dell’argilla da applicare sopra la cera nei punti più delicati, quali ginocchia e gomiti.

Mio zio era, come al solito, estremamente pignolo e grande conoscitore di argille, che si faceva portare da fuori quando non era in grado di reperire nelle vicinanze della bottega. Ricordo, in particolare, una volta che dovemmo stare fuori per ben tre giorni, cercando un particolare tipo di argilla che gli serviva per una fusione delicatissima.

Alla fine del rivestimento, con grande accortezza si doveva fare sciogliere la cera e farla colare attraverso la rete di appositi canali. Se tutto era andato come doveva, occorreva interrare il blocco ormai di terracotta e rivestirlo di mattoni, non senza avere prima ostruito tutti i fori di uscita delle canalette, tranne quello più grande, a forma di imbuto, da cui sarebbe stato versato il bronzo fuso, nelle percentuali di

rame e stagno che Pythagóras in persona aveva predeterminato e che aveva personalmente acquistato.

Il giorno scelto per la fusione era quello in cui era più facile rimanere uccisi a causa di uno scoppio di collera dello zio. La giornata stessa non doveva essere né troppo calda né troppo fredda, meglio secca che umida, con il vento da borea piuttosto che dagli altri quadranti. La fornace doveva essere della temperatura da lui ritenuta

sufficiente ed il bronzo doveva presentarsi fluido e senza impurità.

Anche gli addetti alla versatura del metallo liquido avevano il compito di introdurre il bronzo fuso piano piano e con costanza, ma non così lentamente da dargli il tempo di solidificarsi prima che fosse stato versato tutto.

Finita l’operazione, occorreva lasciare raffreddare il tutto per qualche giorno. Quando a Pythagóras il tempo fosse parso sufficiente, con grande perizia bisognava staccare lo strato superficiale dalla statua, che appariva come una specie di istrice, con tutte le canalette di fusione ancora visibili. Questo era il momento della conta dei danni. Per quanta accortezza e perizia si fosse messa nell’operazione di fusione e versatura, si dovevano trovare le imperfezioni, le bolle d’aria e tutti gli

altri difetti che andavano corretti. In questo compito l’occhio del Maestro era micidiale ed infallibile: egli vedeva quello che agli altri comuni mortali era sfuggito. A volte lo vedevamo percuotersi le cosce o strapparsi i capelli (a seconda della gravità dell’errore che aveva notato) gridando che l’irreparabile era avvenuto e che nulla avrebbe potuto consolarlo. Era capace, per una simile delusione, di non toccare

cibo anche per alcuni giorni, rimuginando sul rimedio che avrebbe dovuto adottare per risolvere il problema. Il bello è che, mentre lui soffriva le pene di Eracle nel Kaukasos, io ed i lavoranti cercavamo di trovare quale fosse l’imperfezione che lo aveva distrutto nel suo forte animo, e spesso non la trovavamo!

Una volta che il Maestro aveva preso tutte le sue decisioni, toccava al resto dei lavoranti rimuovere tutti i canali di fusione e riparare con dei tasselli tutte le imperfezioni riscontrate. Ciascuna statua, solitamente, era fusa in due o tre parti, e la testa era oggetto di cure particolarissime. Dopo la pulizia e rifinitura di ciascuna parte, si doveva assemblare il tutto, aggiungere i particolari e lucidare il tutto.

Nel frattempo, Pythagóras si dedicava alla cosa che, a mio parere, lo divertiva maggiormente: la realizzazione dei vari particolari anatomici fusi a parte, delle armi o delle vesti, e di tutte le inserzioni in metalli diversi. Gli piaceva realizzare personalmente tutte queste cose secondarie, come i bulbi oculari in avorio, le iridi di pasta vitrea, le labbra o i capezzoli in rame. Non vi dico come sorrideva mentre

formava ciuffi di capelli o di barba, che avrebbe applicato con saldature invisibili sopra parti perfettamente formate, quali le orecchie, che sarebbero perciò divenute invisibili.

Il suo animo geniale provava particolare piacere nello stupire la committenza inserendo nelle sue statue particolari naturalistici che nessun altro era in grado di realizzare. Era per lui come apporre il sigillo della sua arte inimitabile, l’unicità per la quale era nato. Per ogni statua, dalla fase dei disegni fino alle rifiniture finali, occorreva un tempo da sei mesi ad un anno, a seconda della grandezza e della

complessità dell’opera.

La statua di Ástylos fu la prima prova che diede di sé. Il suo marchio di fabbrica, in questa opera ancora giovanile, consisteva proprio nel ritmo che aveva imposto alla statua, con il volto che era veramente identico a quello del vero Ástylos, e la capigliatura che sembrava fluttuare nel vento. Fu un successo di proporzioni mai viste, ed il giovane Pythagóras passò direttamente da artista sconosciuto a

maestro indiscusso.

Cominciarono a fioccare le commesse, ma, non essendo tempo di agoni ad Olympia, si trattava di opere di dimensioni non molto grandi.

Pythagóras, perciò, decise di rischiare un’altra volta il tutto per tutto, mettendosi in viaggio verso i Delphoi, dove erano in pieno svolgimento gli agoni pitici. Mio zio capì subito che, per un periodo della sua esistenza, quella sarebbe stata la sua vita: avrebbe dovuto seguire il ritmo degli agoni panellenici, sempre a caccia di nuove e stimolanti commesse, almeno fino a quando non fosse riuscito ad arrivare al

grande circuito degli incarichi da parte delle poleis, che garantivano la realizzazione di opere immortali. Lui era arrivato ad Olympia quando gli agoni erano finiti da alcuni mesi e la creazione della statua di Ástylos lo aveva impegnato per quasi un anno, così che aveva perduto la possibilità di essere presente ad Argos per le Nemee e persino a Kórinthos per i giochi Istmici che si erano svolti quell’anno. Era

consapevole di aver perso una grossa occasione e che occorresse, per il futuro, che organizzasse meglio il lavoro della sua bottega. Per riprendere il ritmo, dopo aver lavorato a piccole riparazioni per conto del santuario di Zeus e per quello di Hera ad Olympia, aveva bisogno di ricevere una commessa da parte di un vincitore dei giochi Pitici.

Come al solito, la sorte benevola aiutò la sua arte eccelsa, e riuscì ad ottenere un incarico remunerativo da parte di un vincitore nella gara del pancrazio, con la possibilità di operare nella sua bottega nell’Heleias, senza doverne creare una nuova ai Delphoi.

La statua del pancraziaste fu un altro capolavoro. Pythagóras riuscì a rendere il viso tumefatto dell’atleta con meravigliosa vividezza.

Sembrava proprio di vedere il pancraziaste nel giorno della sua vittoria, fiero ma con tutti i segni del combattimento. Chiunque abbia visto quest’opera non può dimenticarla e, da sola, riesce a rendere merito all’atleta ed ai sacrifici che ha dovuto affrontare.

La stupenda realizzazione aprì definitivamente le porte della celebrità a Pythagóras, che non dovette più cercare di ottenere commesse, visto che tutti i più importanti e ricchi vincitori dei vari agoni panellenici se lo disputavano offrendogli sempre più argento.

Il successo, però, non fece montare la testa allo zio, che, più della ricchezza, intendeva lasciare segni di sé e della propria opera. Per questo, anche a costo di sembrare scostante o superbo, rifiutò compensi favolosi pur di poter realizzare sempre nuovi portenti in piena libertà. Per tutta la vita sembrava che egli, in ogni opera, dovesse stupire coloro che la guardavano, inserendo sempre qualcosa di

estremamente difficile da realizzare o particolari naturalistici sempre più sbalorditivi. Per intenderci: chi, al giorno d’oggi, creando la figura di un eroe guerriero penserebbe a raffigurare, al di sotto dell’elmo corinzio, la spessa protezione di lana che protegge la testa dal metallo?

Nessuno, oggi: immaginatevi cinquant’anni fa!

Non vi annoierò, certamente, o amici reggini, facendovi il catalogo di tutte le splendide opere che ha realizzato, e nemmeno cercherò di svelarvi per ciascuna di esse quale era il “particolare a sorpresa” che doveva renderla unica. Solo per cenni, vi vorrei citare quelle che gli hanno dato una fama universale e, credo, imperitura. Per cominciare, vorrei parlare della meravigliosa statua di Dromeus stinfalio, che vinse il lungo dromos (quando si dice che nel nome portiamo il nostro destino!) del dólichos nella settantaquattresima olimpiade. Il viaggio ad Olympia merita di essere fatto solo per ammirarla! Nessuno, credo, sia riuscito a battere Pythagóras nel rendere lo sforzo di una corsa così lunga.

E che dire del citaredo Kléon, che si trova, mi dicono, nella polis delle Thebai. I Tebani sostengono che, in particolari momenti, la statua prende vita e c’è chi giura di averla sentita cantare accompagnata dalla kithára. So bene che si tratta di dicerie, ma spesso ho sentito cose simili a proposito di opere dello zio. Per alcune, pensate, si è arrivato a sostenere che nel tempo abbiano addirittura cambiato posizione. È

questo il caso del pugile di Mantineia di nome Protólaos, che vinse tra i giovani ad Olympia nella settantottesima olimpiade. Pythagóras è riuscito a rendere la sua innocenza giovanile e, insieme, la sua grande forza. Nella mano destra la statua tiene un pinákion dove è iscritta la data e la specialità della sua vittoria olimpica. Orbene, molti sostengono che nel corso del tempo il braccio destro era più in alto,

dopo qualche anno si è abbassato un poco, mentre ultimamente dicono che addirittura si sia spostato lateralmente.

Altre meraviglie si narrano al riguardo della prima vera commessa pubblica ottenuta da mio zio: il gruppo di Perseus e diAndroméda. Tutti sapete che l’eroe ha le ali ai piedi e sull’elmo, ed alcuni credono addirittura di averlo visto volare. Ma per quanto

riguarda queste sciocchezze non voglio aggiungere altro. Dirò, invece, che il Perseus è caratterizzato da una meravigliosa testa che tenterò di descrivervi. Sopra il capo Pythagóras ha realizzato una cuffia di rame sottilissimo, con lunghi paraorecchi e paranuca svolazzanti, che sembra vera. Al di sopra è posto un copricapo frigio, una tiara persiana con la parte sommitale che finisce con una testa di grifone, mentre all’altezza delle tempie sono presenti altre due ali, meravigliosamente simili a quelle degli uccelli. Per completare l’effetto, aggiungete anche una superba realizzazione della barba, che sembra ispida e dura, dando una

impressione di forza all’eroe.

Per la settantanovesima olimpiade il Maestro dovette celebrare la vittoria del cireneo Mnaséas nella corsa con le armi. L’oplitodromo venne raffigurato nel momento della proclamazione della vittoria.

Pythagóras giocò sul contrasto tra l’elmo e lo scudo indossati ed il ramo d’olivo della vittoria che l’atleta tiene nella mano: un vero guerriero di pace.

Nella ottantesima olimpiade dovette addirittura gareggiare con se stesso, effigiando il messenio Leontìskos vincitore nel pancrazio.

Tutti aspettavano il Maestro nel confronto con il pancraziaste che lui stesso aveva eseguito da giovane. Pythagóras sfuggì alla trappola mostrando l’atleta seduto e non in piedi, come aveva fatto anni prima.

Il risultato era ancora più ammirevole, giacché la stessa posa dell’uomo denunciava la stanchezza ed il dolore che provava a causa delle ferite nelle gare.

Arrivato all’acme della sua esperienza artistica, mio zio ottenne il riconoscimento che aveva ricercato per tutta le vita. I sacerdoti del santuario di Hera ad Olympia affidarono al Reggino la realizzazione della nuova statua di culto della dea, che avrebbe sostituito l’antico simulacro già restaurato da mio zio. Come al solito, l’energia che riuscì ad infondere nel bronzo regalò all’ecumene un altro capolavoro. Di fatto, il Maestro ormai sentiva il chiudersi di un capitolo della sua vita, ma aveva ancora un altro desiderio da soddisfare: realizzare un gruppo statuario di un vincitore nella gara della quadriga.

Anche su questo venne accontentato dal suo daimon benevolo: il figlio di quello Mnaséas di Kyréne che aveva vinto qualche anno prima nella corsa a piedi, riuscì ad imporsi con i suoi quattro cavalli nell’olimpiade ottantunesima. Kratisthénes era il suo nome, e la sua quadriga è la più bella di quelle che si possono osservare in quel posto leggendario. Pythagóras realizzò una quadriga su cui sono insieme l’atleta e la Vittoria stessa, che con le sua ali aperte lo protegge e lo guida verso il trionfo. Come vi ho detto anche prima: un capolavoro!

 
COME CAMBIA IL VOLTO DELLA CITTA’ PDF Stampa

VITALE – A proposito di Water Front, e degli edifici che verranno costruiti ai suoi due estremi, c’è da fare qualche considerazione, funzionale all’idea di Reggio città turistica. Bilbao fino agli anni Novanta viveva il dramma di una disoccupazione superiore al 20%: è stata quasi azzerata dopo che si è scommesso sull’arte come veicolo di turismo e benessere. Nella Reggio che già possiede il museo archeologico con i suoi Bronzi, che ha attivato i centri espositivi di Villa Genoese Zerbi e del Castello Aragonese, che ha rivitalizzato la sua Pinacoteca e che si accinge al riadattamento del nuovo sito espositivo del Monastero della Visitazione, tutte strutture quasi messe in rete dal Tapis Roulant, si potrebbe innescare un circolo virtuoso analogo a quello determinatosi nella città basca con la realizzazione del museo Guggenheim da parte dell’archistar Frank Gehry. Nello specifico, è soprattutto l’edificio che dovrebbe chiudere a nord il water front, all’altezza dell’attuale rione Candeloro a ridosso del porto, che potrebbe divenire nelle mani di Zaha Hadid un “edificio icona” in grado di innescare a Reggio una specie di “Effetto Bilbao”.

 

SCOPELLITI – Suggestiva è dire poco di questa idea, anche se c’è da considerare che di “Effetto Bilbao” non credo se ne possano creare spesso. Questo, infatti, si è potuto determinare nella capitale basca per il concorrere di tutta una serie di circostanze forse irripetibili. Il Guggenheim Museum, infatti, è potuto divenire un’icona culturale capace di attirare nel nord ovest della Spagna, alla periferia dei flussi turistici tradizionali, una tale corrente di visitatori da cambiare l’economia della regione, non solo per la spregiudicatezza del design e per le sue superfici asimmetriche ma soprattutto per la copertura in titanio. E quest’ultimo è solo frutto di una fortunosa circostanza: il luminescente rivestimento non ci sarebbe stato a causa dei suoi costi inaccessibili se negli anni Ottanta la Russia, maggiore produttrice del metallo, in piena crisi economica non ne avesse messo in commercio un surplus facendone crollare il prezzo. Tutto il resto però è frutto dell’ingegno e della capacità progettuale e visionaria del costruttore, che tra l’altro ha scompigliato gran parte dei principi dell’ingegneria utilizzando alcuni software dalle enormi potenzialità in uso all’industria aeronautica: da qui la legittima speranza che anche i progetti della Hadid siano in grado di innescare un processo analogo a quello avvenuto a Bilbao.

 

VITALE – Non sarei pessimista a tal proposito. Dal 1997, da quando Frank Gehry completa il suo Guggenheim, è cambiato profondamente l’uso e il significato dell’architettura nel mondo. Il museo di Bilbao, infatti, inaugura una nuova epoca architettonica, etichettata anche come architettura-spettacolo: da arte o scienza funzionale a dare un alloggio alle persone o una sede alle istituzioni, l’architettura diviene anche strumento per creare un simbolo, un’icona, una chiave di lettura di un luogo, un mezzo per meglio definire l’identità di una città o di una regione. Zaha Hadid – che, come Frank Gehry nel 1989, ha ottenuto nel 2004 il prestigioso riconoscimento del Premio Pritzker, una specie di Nobel per l’architettura – nei suoi progetti ha saputo interpretare a mio avviso il genius loci reggino e mediterraneo in maniera impeccabile. Il suo potrebbe divenire un edificio icona in grado di contribuire, di per se stesso e prescindendo da contenuti e funzioni, a incrementare il flusso turistico verso la nostra città.

 

SCOPELLITI – Comunque non è su queste speranze che stiamo costruendo il nostro futuro turistico ma su certezze come la realizzazione del Water Front. Il primo nucleo dell’idea risale al 1928, quando è podestà a Reggio il M.se Giuseppe Genoese Zerbi, compagno di corso e fraterno amico di Galeazzo Ciano. Ipotizzando la Grande Reggio, progetto parzialmente fallito per la strenua opposizione del sindaco di Villa, erano tre gli interventi allora previsti per il fronte del mare: percorso sotterraneo della ferrovia, interramento della stazione centrale, costruzione di una metropolitana di superficie da Bocale a Villa.

 

VITALE – È straordinario constatare come già nel 1928 alcune menti illuminate avessero con tale lucidità disegnato l’ottimale sviluppo del nostro fronte mare

 

SCOPELLITI – Ma i tempi non erano ancora maturi e si dovette attendere settanta anni per vedere solo parzialmente realizzate quelle intuizioni. Con Falcomatà si aggiungono altre componenti a quest’idea di modera città marittima, come quella della creazione di un parco urbano longitudinale nelle aree di prevista dismissione ferroviaria da vanno da Calamizzi a Torre Lupo. Con la mia Giunta si attualizza l’idea del parco urbano e il tutto si integra con il progetto di trasformazione in senso turistico del porto e con quello della costruzione di “edifici simbolo” alle estremità del Lungomare.

 

VITALE – A proposito della nautica da diporto, vi è da porre una considerazione. La popolazione sulla fascia mediterranea del parallelo 38, che interessa la Spagna e l’Italia meridionale con la Grecia e la Turchia costiera, sta aumentando senza un sostanziale incremento della natalità. Ciò significa che in Europa si sta realizzando il fenomeno già osservato negli Stati Uniti dove le zone temperate, come la Florida con la sua Miami, sono diventate la residenza più o meno stabile di coorti di pensionati (relativamente giovani per l’allungamento della vita media, in possesso di un buon portafoglio e i cui svaghi preferiti sono la buona cucina, il golf e la nautica) che decidono di trascorrere il resto della propria esistenza terrena lontano dai rigori degli inverni del Nord East.

Sulla scorta di siffatte considerazioni, tra gli obiettivi privilegiati di Reggio e della sua Provincia vi dovrebbe essere quello di riuscire a intercettare parte degli elitari flussi migratori che hanno già cambiato l’economia di alcune località spagnole: per far ciò, insieme al potenziamento della ricettività alberghiero/residenziale e alla creazione di una rete di campi da golf, come nel sud del Portogallo, è indispensabile insistere sull’intrapresa strada della valorizzazione delle potenzialità ricettive che le nostre coste hanno per la nautica da diporto.

 

SCOPELLITI – L’ospitalità per la nautica da diporto è uno dei cardini su cui far girare la macchina del turismo reggino. Nonostante che a Villa si sia costruito il nuovo approdo in località Croce Rossa che, funzionale agli attracchi dei mezzi veloci da e per Messina e le isole Eolie, avrà una ricettività per la nautica diportista di oltre 200 posti barca, e che sulle coste della nostra Provincia si abbiano in diversi siti simili progetti, io credo che la trasformazione del porto reggino, proprio in base alle considerazioni che lei ha appena fatto, non creerà un eccesso di offerta. La nautica da diporto è una formidabile creatrice di posti di lavoro: per ogni 10 posti barca, in maniera diretta o indiretta, si crea un posto di lavoro. È una ricchezza che ha trasformato la vita di molte località marittime. La trasformazione del porto e l’utilizzo delle zone ora occupate dalla FFSS, insieme al possibile interramento dell’ultimo tratto ferroviario cittadino in prossimità della stazione centrale, sono iniziative che ridisegnano il volto della città.

Città ridisegnata anche dal tapis roulant, fortemente osteggiato dalla minoranza nonostante che fosse previsto anche nei progetti di Italo Falcomatà.

 

VITALE - “Eppure la paura umana del nuovo è spesso grande quanto la paura del vuoto. Perciò molti vedono solo un disordine privo di senso laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento. Non vi è dubbio che il vecchio “nomos” stia venendo meno, e con esso un intero sistema di misure, di norme e di rapporti tramandati. Non per questo, tuttavia, ciò che è venturo è solo assenza di misura, ovvero un nulla ostile al “nomos”. Anche nella lotta più accanita tra le vecchie e le nuove forze nascono giuste misure e si formano proporzioni sensate.” La frase, densissima di significati e adattabilissima al nostro oggi, è di Carl Schmitt (1888-1985) che così scrive nel 1942 nel suo “Terra e mare”, saggio in forma di racconto indirizzato alla figlia Anima Louise (1931-1983).

È stata la “paura umana del nuovo”, “spesso grande quanto la paura del vuoto”, a motivare l’alzata di scudi contro il tapis roulant che collega corso Vittorio Emanuele a via Possidonea e, quanto prima, a via Reggio Campi. I detrattori hanno visto “un disordine privo di senso” (l’alterarsi di equilibri ecologici e sociali) “laddove in realtà un nuovo senso sta lottando per il suo ordinamento” (laddove un nuovo modo di intendere il progresso e lo sviluppo urbano sta lottando per darsi una sua logica interna). “Non vi è dubbio che il vecchio nomos (legge, ordinamento: nel nostro caso la tradizionale organizzazione di strade carrabili, marciapiedi, isole pedonali, ecc.) sia venuta meno, e con esso un intero sistema di misure, di norme e di rapporti tramandati” (ovvero l’usuale ordito dell’urbs). “Non per questo, tuttavia, ciò che è venturo è solo assenza di misura, ovvero un nulla ostile al nomos” (ormai tramontato il tempo dell’acritica e sterile conservazione del patrimonio architettonico urbano, non è affatto detto che gli interventi programmati siano solo devastanti e senza “misura”). “Anche nella lotta più accanita tra le vecchie e le nuove forze nascono giuste misure e si formano proporzioni sensate.” (tra il nuovo che avanza e il vecchio che resiste alla fine si realizzerà un nuovo equilibrio).

 

SCOPELLITI - Nessuna “giusta misura” può mai nascere, e mai “proporzioni sensate” si possono formare, quando il confronto dal piano politico-razionale si sposta su quello giudiziario, quando si usano pretestuosi cavilli legali per bloccare l’esecuzione di opere e l’attività della Giunta, quando non si pongono da parte ideologismi preconfezionati e affermazioni integraliste.

“In medio stat virtus”: la virtù risiede nel mezzo ovvero le posizioni estreme, per definizione, non possono essere virtuose. L’intransigenza concettuale, anche se onesta, non può essere politicamente “virtuosa”. Nell’interesse della città è indispensabile deporre le corazze ideologiche che rendono impermeabile il proprio pensiero alle idee altrui: l’evoluzione cittadina dovrà essere pensata in maniera razionale più che emozionale. Solo così potranno nascere e crescere nuovi equilibri all’ombra di quelle “giuste misure” e “sensate proporzioni” di cui parla Schmitt da lei citato.

Non è un caso che proprio villa Genoese Zerbi, costruita dal fratello del podestà che nel 1928 ipotizzò un volto avveniristico della nostra città, abbia ospitato la mostra Metamorph con la quale abbiamo inaugurato lo spazio espositivo: ha stimolato la riflessione urbanistica dando accesso a un mondo dinamico di idee e progetti, ha fatto vedere come si possa inventare senza distruggere il già fatto né offendere la natura, ha fatto capire come sia cambiato l’uso e il significato dell’architettura. Chi a colpi di carta bollata ha tentato e sta tentando di contrastare quell’idea di città che, ipotizzata dal M.se Giuseppe Genoese Zerbi fu fatta propria da Italo Falcomatà e da me assunta a icona del mio mandato, non è intellettualmente onesto e sa di non fare gli interessi della città.

 

VITALE - Parole dure ma che dimostrano la sua certezza di essere dalla parte della ragione.

 

SCOPELLITI - La città che cambia, che si adatta al divenire pur mantenendo la sua identità, che è quella dello stile liberty della ricostruzione, è una città che diviene risorsa per se stessa e crea benessere e dinamizza la vita sociale. Una città statica, sempre uguale a se stessa, non crea ricchezza e impigrisce gli animi dei suoi abitanti. Se è vero, infatti, che è la civitas che crea l’urbs, è anche vero che è l’assetto materico dell’urbs che condiziona la mentalità della sua civitas: è un circolo che può essere vizioso o virtuoso a seconda di come facciamo girare la nostra storia.

 

VITALE – Embricato fortemente a ciò che abbiamo appena detto troviamo il tema della produzione culturale cittadina che in questi ultimi anni, con la riapertura del Teatro Cilea e con l’attivazione di grandi spazi espositivi oltre che con la nascita di numerose attività non solo giovanili, ha scoperto un nuovo e graditissimo dinamismo. Questa produzione culturale ha una delle sue ragion d’essere nella presenza in città di numerosi istituti culturali post scolastici: con il riconoscimento dell’Università per Stranieri Dante Alighieri, all’Università Mediterranea si è aggiunto un secondo Ateneo; al Conservatorio Musicale si affianca l’Accademia delle Belle Arti; e così via. Sono flussi crescenti di giovani che arricchiscono la vita cittadina e la rendono più viva. L’idea di Reggio Città Studi, insomma, potrebbe sinergizzare ottimamente con quella di Città Turistica.

 

SCOPELLITI - Nel 2002 ho fatto una scelta molto chiara: la Reggio città turistica è anche la Reggio dei suoi presidi culturali. Tra questi non va assolutamente sottovalutata la Suola Allievi Carabinieri e la Scuola Superiore di Pubblica Amministrazione. Quest’ultima, insieme naturalmente alla Dante Alighieri, anche in un’ottica di valorizzazione del ruolo baricentrico che potrebbe assumere la nostra area nel Mediterraneo, dal momento che i presidi culturali possono divenire un interessante centro di attrazione. A tal proposito devo raccontare un paradigmatico episodio accadutomi. In un convegno ad Atene mi ritrovai con altri cinque sindaci, di cui uno spagnolo e due del Maghreb, per parlare di cooperazione e di accordi. Io avrei dovuto parlare per ultimo. Il sindaco di Atene, nel presentarmi, fece un’esaltazione di Reggio tale da lasciarmi sbalordito: aveva anche studiato nella nostra città e il suo ricordo era evidentemente piacevolissimo. Il giorno dopo incontrai il vicesindaco di Patrasso, anche lui “studente reggino”, che mi parlò con tanto affetto e rimpianto del suo soggiorno sullo Stretto, ricordando luoghi e fatti e persone, chiedendomi di tizio e caio, e di cosa si era fatto di quel progetto, e così via, sì da commuovermi. Ebbi allora conferma che l’intuizione del documento programmatico del 2002 era una scelta vincente perché, comunque vadano i fatti della vita, con coloro che vengono a formarsi a Reggio si mantiene un fortissimo rapporto.

 

VITALE – Se si pensa al Bacino Mediterraneo con i suoi cinquecento milioni di abitanti come possibile target della nostra offerta culturale, la si dovrebbe forse un po’ rimodulare: ma questo esula dalle specifiche sue competenze. A lei invece spetta occuparsi di come accogliere chi viene in città per formarsi: la qual cosa ci porta nel tema della recettività turistico-alberghiera.

 

SCOPELLITI – Se si pensa al 1992, a quando gli alberghi reggini in agosto chiudevano per ferie; e si fa il confronto con la realtà attuale, con quella dei tanti B&B che lavorano e degli alberghi che non chiudono più per ferie; appare evidente che quanto investito in eventi e promozioni i suoi frutti li ha dati. Ma è solo l’inizio: l’offerta alberghiera dev’essere incrementata e modulata su diverse tipologie di turisti. È in quest’ottica che abbiamo cambiato in parte la destinazione d’uso dell’edificio progettato da Zaha Hadid all’estremità sud del water front per ricavarne un grande albergo di fronte all’Etna da affidare a una delle grandi catene alberghiere che fanno il mercato a livello planetario. È sempre in quest’ottica che lavoreremo per la riconversione alberghiera degli immobili sul Lungomare oggi occupati da istituti scolastici e del vecchio Hotel Centralino oggi in uso alla Prefettura. È così che abbiamo pure intaccato quello che fino a pochi anni fa era un regime monopolista di gestione alberghiera cittadina.

 

VITALE – Per non fare nomi, citiamo solo i cognomi: si riferisce all’Hotel Miramare?

 

SCOPELLITI – Abbiamo deciso di venderlo, dopo aver vinto il contenzioso giudiziario con chi pensava di poterlo ancora avere in gestione per una manciata di euro, perché siamo convinti che solo così il prestigioso stabile, la cui destinazione d’uso sarà solo alberghiera, potrà ridiventare il fiore all’occhiello della nostra offerta ricettiva, eventualmente inserito in un circuito internazionale alberghiero. La questione dei circuiti non è infatti da sottovalutare. Chi desidera passare qualche giorno nella nostra area e si reca in un’agenzia, non si vedrà consigliato un soggiorno a Reggio perché l’agente di viaggio, volendo andare sul sicuro e non conoscendo personalmente posti e situazioni, si affida alle solite catene alberghiere che comunque assicurano uno standard coerente con i servizi richiesti

 

VITALE - Il problema delle alte tariffe però rimane: si dovrebbe trovare una via di mezzo tra il B&B, che ha comunque creato una piccola ancorché prospera economia locale proprio in un periodo di crisi generalizzata, e l’hotel confortevole e lussuoso.

 

SCOPELLITI - Vero: si deve stimolare la concorrenza. Che senso ha investire in eventi attrattivi e promozionali quando per dormire a Reggio ci vogliono 150 euro a notte, che aggiunti ai 300 euro di viaggio fanno una cifra sufficiente quasi per un fine settimana a New York? Solo poche persone, e altamente motivate, verranno a trovarci. A tal proposito riporto quanto accaduto nelle trascorse estati. Nel 2008 RTL, l’emittente radiofonica che trasmette dal nostro Lungomare in tutta Italia, ha pagato 230 euro a persona in pensione completa in un rinomato albergo cittadino. Nell’estate del 2009, in un nuovo albergo aperto in centro città, ha pagato 80 euro a persona per la mezza pensione. Due terzi in meno rinunciando solo al pranzo. Non aggiungo altro perché le cifre si commentano da sole.

 

VITALE – Il tema infrastrutturale e dei trasporti è indissolubilmente legato a quello del turismo per cui, sic stantibus rebus, il potenziamento dello scalo aeroportuale cittadino è fondamentale per la promozione di un’idea turistica della città: tariffe elevate, pochi collegamenti e scarsi servizi, in un contesto gestionale non precisamente oculato, hanno fatto perdere al “Tito Minniti” anche parte dell’utenza messinese. Il futuro di Reggio Città Turistica si giocherà anche sul fronte dei trasporti aerei.

 

SCOPELLITI – Come amministrazione Comunale più di quello che abbiamo fatto non potevamo fare: mentre le ditte contattate fin ora dalla Sogas, una volta intascati i contributi e finite le incentivazioni, si sono volatilizzate, l’Air Malta, venuta a Reggio su nostra iniziativa, continua ad effettuare regolarmente i voli sulle usuali tratte e ne mette in cantiere addirittura altre, mentre il collegamento su Bergamo, pur effettuato con diversi vettori, continua a essere operativo con grande vantaggio per l’utenza reggina e messinese. Su quest’ultima, quando sarà funzionante il pontile e attivate le corse con l’altra sponda nel contesto della metromare, si potrà fare più costante affidamento. La Provincia Regionale di Messina, infatti, ritenendo di poter ben usufruire del già esistente “Tito MInniti”, sembra aver posto un definitivo diniego all’ipotesi di uno scalo nella piana del Mela retrostante Milazzo. A conferma di ciò c’è da dire che la Regione Sicilia non ha speso nemmeno un euro per la sua progettazione e che la relativa società “Aeroporto del Mela”, creata ad hoc e guidata dal già presidente di Giunta Provinciale Salvatore Leonardi, ha un capitale sociale di soli € 10.000.

 

VITALE - A proposito della proliferazione aeroportuale ho alcune precisazioni da fare. Nonostante che il presidente dell’Enac Vito Riggio abbia più volte sottolineato l’inopportunità della progettazione di nuovi aeroporti, iniziative in tal senso ne continuano a sorgere: in una sorta di delirio campanilistico, è come se ogni provincia volesse il suo scalo aeroportuale, confondendo le a volte legittime esigenze del territorio, da contemperare comunque col mercato, con le sue ambizioni di crescita, che non possono avere per volano un aeroscalo. Insomma, gli aeroporti si fanno – dovremmo dire si sono fatti, visto che l’Enac non ne autorizzerà di altri – dove c’è una richiesta d’uso attuale o quantomeno potenziale e non dove la stessa dovrebbe crearsi solo in virtù dell’esistenza dello scalo. Ora, mentre in Sicilia si reputa inutile la creazione ex novo di un terzo aeroporto, quello del Mela, in Calabria, con meno della metà di popolazione e Pil, si pensa al quarto aeroporto. Questo dovrebbe nascere nella Sibaritide, a nord del Sant’Anna di Crotone che a sua volta è un po’ più nord dello scalo lametino. La Calabria entrerebbe nel Guinness dei primati: quattro aeroporti con due milioni di abitanti, un aeroporto ogni 500.000; un po’ come se a Milano, dopo aver inventato quello di Malpensa, si pensasse a creare altri due aeroporti come Linate. Eppure, né la logica dei numeri né i disposti dell’Enac né il parere negativo espresso dalla Commissione Trasporti della Camera sembrano sfiorare le granitiche certezze dei nostri politici regionali che, dopo aver dichiarato che il quarto aeroporto è strategicamente funzionale alla crescita della Sibaritide e di tutta la Regione, in modo bipartisan hanno votato in Consiglio lo stanziamento di 5 milioni di euro per la sua progettazione.

 

SCOPELLITI - Quando il politico infedele cavalca la tigre dell’immaginario collettivo legato alla formula magica aeroporto = sviluppo, si creano i presupposti per dolorose illusioni e per un inutile spreco di risorse pubbliche. Il fallimento dell’aeroporto di Salerno, unitamente alla decisione di sotterrare il Progetto Mela da parte della Regione Sicilia, sono la prova di quanto appena detto. È necessario lavorare su concreti progetti di sviluppo che si basino su dati certi e attendibili, altrimenti si vende solo fumo o, peggio, si creano mostri improduttivi. Gli aeroporti per sopravvivere, oltre a dover fare sistema tra di loro, è necessario che abbiano un bacino di utenza abbastanza grande e strutturato da poter fornire una sufficiente domanda.

L’aeroporto di Reggio, se servisse solo la nostra città e se non fosse a servizio di un’area, come quella dello Stretto che va da Tropea e le Isole Eolie fino alla Locride e a Taormina, dalle potenzialità turistiche pressoché illimitate, compresso tra il Fontanarossa di Catania e lo scalo internazionale di Lametia, non avrebbe ragione di esistere.

 

 
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